La parola “lavoro” è al centro del progetto Working room dal momento che il nostro obiettivo è quello di aiutare le persone ad avere un rapporto positivo con il lavoro: trovandolo, costruendolo e alimentandolo nel tempo.
Sappiamo che non è facile, soprattutto oggi, avere un simile atteggiamento. 
Molte persone non lavorano ed altrettante, pur lavorando, sono insoddisfatte del lavoro che fanno, e sempre più spesso, il semplice nominare la parola “lavoro” ci porta ad associarla alla parola “problema” o alla parola “fatica”.
Forse, in parte, la relazione che abbiamo con la parola “lavoro” dipende anche dalla origine semantica del nome e potrebbe essere interessante conoscere meglio l’origine, oltre che della parola lavoro, anche di altre parole a questa collegate come mestiere, professione, salario, stipendio, free lance.
A volte, infatti, basta capire da dove derivano alcune parole per comprendere meglio il potere di influenza che hanno avuto e che hanno tuttora nella nostra vita.
Per questo motivo ci sembra interessante consigliare un piccolo libro di Stefano Massini, edito da Il Mulino, che si intitola proprio “Lavoro” e che approfondisce i numerosi significati collegabili a questa parola.

Probabilmente la parola “lavoro” ci mette tutti di fronte ad un rapporto problematico perché, da una parte, deriva dal latino “labor” che significa proprio “fatica”, così come in francese si dice “travailler” che rimanda alla fatica del travaglio del parto, mentre dall’altra parte la radice sanscrita da cui discende labor richiama il significato di “afferrare ciò che si desidera”.
 
Quindi potremmo dire che il lavoro, pur essendo una fatica, ci può permettere di ottenere quello a cui miriamo, quindi di dare alla luce qualcosa, proprio come accade, per le donne, con la fatica del parto.
Per partire in questo piccolo viaggio attorno alla parola lavoro può essere anche utile riflettere sul fatto che il lavoro, che oggi viene giustamente considerato un “diritto”, è stato nella storia dell’uomo innanzitutto un “dovere” collegato alla necessità di procacciarsi il cibo per la propria sopravvivenza. E questa necessità rimane nell’espressione, forse desueta per i più giovani, di “guadagnarsi la pagnotta”.

 
Partendo da questo mix di diritto e dovere, nella storia dell’uomo si sono alternati momenti in cui il lavoro è stato visto solo come fatica e momenti in cui si è riusciti a vedere il lavoro anche come possibilità di crescita, di riscatto, di espressione identitaria. 
Ed è altrettanto interessante riflettere sul fatto che il rapporto, positivo o negativo, che riusciamo ad instaurare con la parola lavoro, oggi come ieri, prescinde, in realtà, dal lavoro specifico che si compie, dal livello sociale, dal contesto di vita, da quanto si è remunerati.
Ad esempio ci sono state epoche in cui i contadini, pur facendo un lavoro fisico ed indubbiamente faticoso, lo vedevano come una benedizione, tanto che sono nati proprio nella civiltà contadina ed artigiana i Santi protettori e quasi tutti noi, se ci pensiamo bene, abbiamo avuto dei nonni o bisnonni che concepivano il loro lavoro come una missione e che si sentivano importanti e degni di avere un ruolo nella società proprio grazie al loro lavoro.
 
Proprio su questa scia può essere utile sapere, come ci racconta Massini, che i primi lavori manuali, in tutte le civiltà antiche, erano svolti soprattutto da uomini non liberi, ma che tali lavori, avendo un’importanza fondamentale per la società, erano chiamati “ministerium” che significa “servizioe da cui discende la parola “mestiere”.
Chi ha un mestiere, quindi, si mette al servizio o compie un servizio per gli altri.
 
Sempre a partire dall’antichità si sono poi iniziati ad affermare, in contrapposizione ai lavori manuali, i lavori di tipo intellettuale ed intorno all’anno Mille, in concomitanza con la nascita delle università, si iniziarono ad affermare le “professioni”.
La parola “professione” deriva dal latino “profiteor” che come verbo significa “affermo pubblicamente”, quindi i professionisti si sono affermati come coloro che rivendicavano pubblicamente di possedere un determinato status sociale.

In sostanza, a partire dall’origine dei nomi, si è creata una situazione, che permane tuttora, in base alla quale se chiediamo a qualcuno “Che professione fai?” il sottotitolo è del tipo “che ruolo ti vanti di avere nel sistema” mentre se chiediamo “Che mestiere fai?” sottintendiamo qualcosa di più pratico del tipo “che servizio svolgi”.

Altrettanto interessante è riflettere sulla parola “occupazione” che è un altro modo che utilizziamo ancora oggi per indicare il lavoro.
Massini ci racconta che questa parola ha un’origine militare che indica: controllo, supremazia, presa di possesso di un territorio.
In questo senso avere un’occupazione significa avere qualcosa che occupa “militarmente” il nostro tempo di vita e lo sottrae al piacere, al tempo libero.
E questa contrapposizione tra lavoro e vita è molto chiara anche se si pensa all’espressione, molto comune oggi, di “work-life balance”, in cui sembra chiaro che il tempo che dedichiamo al lavoro è sottratto a quello che potremmo e vorremmo dedicare alla nostra vita, come se il lavoro non fosse vita e viceversa.
 
Per i più curiosi sulla etimologia delle parole segnaliamo anche che la parola “salario” deriva dalla misura di sale che, nell’antica Roma, veniva usata per pagare in parte il compenso dei mercenari, essendo il sale una merce pregiata. Mentre la parola “stipendio” deriva da stips, cioè una moneta sonante, che aveva sostituito la misura di sale, dopo la nascita delle monete, sempre per pagare i mercenari.
Ed i mercenari hanno a che fare anche con la parola, molto moderna, di “free-lance” che, infatti, indica proprio i mercenari, detti lance libere, che erano soldati a disposizione del miglior offerente.
 
La storia del rapporto dell’uomo con la parola lavoro sembra dirci che il lavoro, oltre che ad una dimensione di fatica, può, e forse deve, avere anche una dimensione identitaria positiva che permetta ad ognuno di noi di “generare” qualcosa di positivo ed utile per noi stessi e per la società in cui viviamo.
Quello che oggi sta accadendo, anche come risultato della crisi economica, politica e sociale che stiamo vivendo, è proprio che si sta perdendo la visione, progressivamente conquistata nel passato e forse culminata nella generazione dei nostri nonni, in cui il lavoro era, oltre che fatica, anche una fondamentale espressione di identità sociale e come tale, fonte di autostima, di soddisfazione e di riconoscimento.
 
Noi di Working room crediamo che sia possibile, per ognuno, recuperare un rapporto positivo e costruttivo con la parola lavoro anche se bisogna mettere in conto pazienza e fatica e per questo ci piace utilizzare l’espressione “arte di lavorare” perché l’arte, per chiudere sempre utilizzando il supporto dell’etimologia, indica proprio la capacità e la possibilità di “andare verso qualcosa”, di agire e di produrre.
“Le idee esistono solo se abbiamo le parole per nominarle e descriverle” (Gianrico Carofiglio)
 
“Le parole hanno il potere di produrre delle trasformazioni e possono essere, letteralmente, uno strumento per cambiare il mondo” (Gianrico Carofiglio)