Cambiare, in tutto o in parte, alcuni nostri comportamenti è una sfida a cui tutti siamo inevitabilmente sottoposti nel corso della nostra vita, anche in quella lavorativa. Riuscire, però, a passare dall’idea, o dal desiderio, di voler cambiare alla capacità di mettere concretamente in campo cambiamenti comportamentali “positivi e duraturi” nel tempo non è facile per nessuno.

Nel primo di questa serie di articoli, dedicata ai cambiamenti di comportamenti, ho affrontato il tema di come siamo tutti molto bravi a crearci degli ostacoli interiori al cambiamento essenzialmente accampando una serie di “scuse” che ci impediscono di cambiare.
In questo articolo, invece, mi concentrerò sugli ostacoli esterni, cioè quelli legati all’ambiente in cui viviamo e lavoriamo. Anche questa serie di ostacoli rappresenta, infatti, un deterrente molto potente alla voglia di cambiamento.
 
La questione, allora, è
Come puoi imparare a gestire l’ambiente in cui vivi e lavori per evitare che giochi a tuo sfavore?
In linea generale, molto spesso, non ci rendiamo conto del potere che esercita su di noi l’ambiente in cui viviamo e lavoriamo, e mi riferisco sia all’ambiente fisico che a quello sociale e relazionale.
Lavorare in un open space o in un ufficio isolato, in un posto luminoso o buio, con colleghi positivi o tossici, con strumenti di lavoro efficienti o obsoleti, esposti ad una cultura organizzativa premiante o colpevolizzante, può avere un influsso enorme sul modo in cui pensiamo ed agiamo.
In molti casi ci sono degli ambienti che vengono proprio progettati per influenzare i nostri comportamenti: l’esempio più semplice può essere quello dei supermercati in cui il modo in cui sono disposti i prodotti, ad esempio quelli che si trovano vicino le casse, è studiato per favorire un comportamento impulsivo di acquisto che ci porta a comprare qualcosa che non ci serve o che, addirittura, potrebbe depistarci dai nostri propositi salutistici (cioccolata & co). Così come molti spazi dedicati alla pausa caffè sono volutamente scomodi per evitare che le persone ci passino troppo tempo.
I nostri pensieri, idee, competenze, motivazioni, e quindi comportamenti, sono enormemente influenzati, in positivo o in negativo, direttamente o indirettamente, dall’ambiente in cui lavoriamo.
Sarebbe utile tenerlo presente anche quando ci valutiamo o quando stiamo per decidere se cambiare lavoro ed entrare, quindi, in un nuovo ambiente.
Tante volte mi è capitato di supportare persone che avevano l’autostima sotto terra, pensando di essere incapaci o incompetenti, salvo poi scoprire che una grossa parte dei loro insuccessi era determinata da condizionamenti ambientali, così come scoprire persone con un CV eccellente che, messe in un ambiente lavorativo differente, si rivelano completamente incapaci di agire.
 
Per riprendere un termine caro a Goldsmith, il nostro ambiente è pieno di “attivatori”, cioè di stimoli che sono in grado di condizionare i nostri pensieri e le nostre azioni e che ci mettono costantemente alla prova.
E’ importante, quindi, imparare a ri-conoscere quali sono gli attivatori a cui, consapevolmente, ma più spesso inconsapevolmente, rispondiamo e che rischiano di ostacolare i nostri propositi di cambiamento.
Parafrasando qualche titolo di libri molto in voga:
 
Ognuno di noi ha il potere di contenere e gestire gli attivatori ambientali, se sa come farlo!
 
Per riuscire a conoscere meglio come l’ambiente ci influenza è utile porsi periodicamente alcune domande del tipo:
 
  • Quando mi sono sentito in difficoltà, o non sono riuscito a fare quello che mi ripromettevo, che situazione ambientale stavo vivendo?
  • Chi c’era come me?
  • Cosa hanno fatto o detto gli altri con cui ero?
  • Dove mi trovavo fisicamente?
  • In che momento della giornata ero?
  • Cosa mi era accaduto nel corso della giornata, anche fuori dal lavoro?
 
Rispondere a queste domande può darci informazioni interessanti per scovare gli attivatori che ci hanno influenzato nei nostri pensieri e comportamenti.
 
Per riconoscere gli attivatori ambientali può essere utile sapere che possono essere di diversi tipi:

Attivatori consci o inconsci

Gli attivatori consci sono quelli di cui siamo consapevoli, che sappiamo riconoscere. Può essere un collega che non ci piace, e la cui sola presenza sappiamo già che ci darà sui nervi, oppure il fatto che se ci viene chiesto di fare qualcosa di urgente alla fine della giornata lavorativa proveremo un moto di rabbia ed un senso di ingiustizia verso il nostro capo.
Gli attivatori inconsci sono quelli che agiscono a nostra insaputa. Per alcuni può essere, banalmente, il tempo meteorologico che mette di cattivo umore, oppure la somiglianza fisica di qualcuno con cui lavoriamo ad una persona che nella nostra vita ha agito positivamente o negativamente.
Conoscere meglio il nostro ambiente ci consente di aumentare il numero di attivatori consci.

Attivatori prevedibili o imprevedibili

Gli attivatori prevedibili sono, come quelli consci, attivatori che innescano una reazione che possiamo già prevedere. Ad esempio alcuni potrebbero già prevedere il batticuore se gli viene chiesto di parlare in pubblico, oppure sapere che gli suderanno le mani prima di un colloquio di lavoro, oppure essere consapevoli che quando qualcuno utilizza un tono di voce aggressivo scatta immediatamente un moto di rabbia che fa perdere di lucidità.
Gli attivatori imprevedibili sono quelli che ci colgono di sorpresa e che tendono a provocare in noi un comportamento sconosciuto. Può essere come reagiamo in una situazione di emergenza o quando qualcuno si mette a piangere davanti a noi o manifesta una rabbia improvvisa.
Conoscere meglio il nostro ambiente ci consente di imparare, quantomeno, a gestire meglio la nostra reazione agli attivatori prevedibili. Ad esempio preparandoci già un bicchiere di acqua prima di parlare in pubblico oppure ammettendo pubblicamente il nostro batticuore per ridurne l’effetto.

Attivatori incoraggianti o scoraggianti

Gli attivatori incoraggianti hanno l’effetto di rinforzare i nostri comportamenti, mentre quelli scoraggianti ci portano ad interrompere un determinato comportamento. Un complimento o il riconoscimento dei nostri sforzi da parte del nostro capo può indurci a fermarci oltre il normale orario di lavoro per completare un’attività. La regola di dover timbrare il cartellino scoraggia ad arrivare tardi al lavoro, ma anche un collega che ci distrae con le sue lamentele ci distoglie dalla nostra concentrazione.

Attivatori produttivi o controproducenti

Gli attivatori produttivi sono quelli che ci motivano ad andare avanti nei nostri comportamenti positivi, quelli controproducenti ci ostacolano nel mantenere fede ai nostri propositi. La questione rilevante da considerare, rispetto sia a questa categoria di attivatori che a quella precedente, è che non ci sono attivatori produttivi o controproducenti per tutti.
Ognuno di noi reagisce diversamente ad un determinato attivatore: ad esempio avere un capo che mette sotto pressione può essere positivo per alcuni e negativo per altri, così come avere paura di fare una brutta figura può spingere alcuni a dare il massimo ed altri a paralizzarsi, oppure lavorare in un open space può essere distraente per alcuni e stimolante per altri.

In sostanza, quindi, non ci sono attivatori positivi o negativi in senso assoluto,
 
l’effetto positivo o negativo che hanno sui nostri comportamenti dipende, innanzitutto, dalla nostra capacità di riconoscerli e quindi dalla re-azione che decidiamo di mettere in campo per evitare che gli attivatori agiscano negativamente.
Un esercizio che può essere utile per allenare la nostra capacità di riconoscere quali attivatori sono presenti nel nostro ambiente e come agiscono su di noi, è proprio di mettere a fuoco, magari per iscritto, un comportamento che ci sembra importante tenere al lavoro e poi riflettere, e scrivere, a quali attivatori rispondiamo, a quale tipologia appartengono e quali contromosse possiamo fare per evitare che ci danneggino.

Facendo esempi molto semplici se il mio obiettivo è di rimanere concentrata e non essere distratta dagli altri per fare un lavoro importante potrei valutare che un attivatore ambientale controproducente è quello di lasciare aperta la porta del mio ufficio, che autorizza tutti ad entrare per chiedermi “un minuto” del mio tempo. Così come potrei essere distratta dagli avvisi automatici delle mail e quindi sarebbe meglio chiudere il programma di posta per qualche ora.
Se il mio obiettivo è di non perdere subito la pazienza quando mi trovo ad affrontare una conversazione con un collega che non stimo e che, spesso, mi provoca, soprattutto se siamo da soli, allora potrei valutare che sarebbe meglio riuscire a spostarmi in un luogo più affollato quando mi tocca parlare con questo collega oppure segnarmi su un foglietto una parola chiave che mi aiuta a non perdere la calma o fare una respirazione per recuperare un po’ di lucidità, o chiedere cinque minuti di pausa per riflettere su come rispondergli.
 
Se, infine, arriviamo a maturare la convinzione che l’ambiente in cui lavoriamo non ci permette di valorizzare le nostre capacità e competenze migliori può essere una soluzione quella di decidere di cambiare lavoro e quindi ambiente.
Se, invece, non possiamo permetterci di cambiare lavoro, potremmo, comunque, provare a cambiare il modo in cui reagiamo agli attivatori ambientali che agiscono negativamente sulla nostra motivazione, i nostri pensieri ed i nostri comportamenti.
 
E’ importante, comunque, essere sempre consapevoli che:
 
  • non esistono ambienti perfetti e prevedibili, al contrario tutti gli ambienti nascondono degli attivatori insidiosi;
  • non esistono ambienti immutabili, quindi, nel bene o nel male, è meglio mettere in conto che gli ambienti cambiano e che non possiamo dare per scontato che gli attivatori che abbiamo imparato a riconoscere e gestire rimangano sempre gli stessi;
  • la nostra stessa reazione agli attivatori ambientali cambia nel tempo ed anche in funzione delle nostre stagioni di vita. Un tipico esempio sono le donne che rientrano dalla maternità e che scoprono di reagire in maniera molto diversa all’ambiente di lavoro per effetto della trasformazione che è avvenuta nella loro vita personale;
  • gli attivatori ambientali più insidiosi sono molto spesso quelli più banali, che tendiamo a non considerare importanti, o quelli che ci arrivano da persone con cui siamo più in confidenza. E’ molto più facile autorizzarsi comportamenti poco rispettosi con colleghi abituali (cosi come accade con i parenti a casa) piuttosto che con il nuovo collega, oppure è molto più probabile che reagiamo male ad una piccola critica data in corridoio piuttosto che ad un feedback negativo dato in un colloquio di valutazione individuale programmato.
Imparando a riconoscere gli attivatori ambientali possiamo fare in modo che anche questo tipo di ostacoli non diventino un alibi per non cambiare i nostri comportanti. Citando Goldsmith:
 
“Le carte che abbiamo in mano sono opera del caso, ma siamo noi a scegliere come giocare la partita”.
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