La maggior parte delle persone che si rivolgono a Working room lo fanno perché hanno un problema nel loro lavoro che non riescono ad affrontare o risolvere.
Il primo sentimento di fondo, con cui ci raccontano la loro storia, è quello di una profonda insoddisfazione, spesso accompagnato da un certo pessimismo e dalla paura che non si riuscirà a modificare la propria situazione.
Quest’anno abbiamo dato ascolto e supporto soprattutto a tante donne, giovani e meno giovani, che hanno lavori e situazioni professional diverse tra loro, ma che sono accomunate da alcune problematiche che, molto frequentemente, ritroviamo in molti dei racconti di lavoro di cui siamo testimoni.
Proviamo a raccontarvi alcune delle storie di coaching che abbiamo affrontato perché sono emblematiche di molti dei problemi che hanno le persone rispetto al lavoro.

La prima storia è quella di Adriana S., una quarantacinquenne, madre di quattro bambini, esperta di comunicazione e pubbliche relazioni, che, pur lavorando da quasi vent’anni, ritiene di non aver fatto la carriera che avrebbe meritato, in funzione del suo impegno, e di non essere riuscita a modificare in maniera significativa la propria situazione professionale ed economica. 
Sente la pressione, soprattutto da parte del marito, rispetto al fatto che non guadagna abbastanza e teme di non riuscire a chiedere ed ottenere il meritato aumento di stipendio.
 
La seconda storia è quella di Luisa F., una trentenne, figlia di imprenditori, che dopo aver accontentato la famiglia laureandosi in economia, ha deciso di seguire un’altra strada con la speranza di fare un lavoro più creativo nel settore della moda. In questo settore si è accontentata di fare lavori in realtà poco creativi e molto organizzativi ed oggi si sente frustrata perché non si sente realizzata nelle sue ambizioni creative e non sa come far capire agli altri il tipo di ruolo che le piacerebbe assumere.
 
La terza storia è quella di Roberta M., una brillante laureata in ingegneria gestionale, consulente in una prestigiosa società internazionale, con una grande voglia di riconoscimento, appassionata di design e arredamento tanto da essere riuscita a creare, con un nome di fantasia, un blog molto seguito su instagram, e fortemente combattuta tra la voglia di cambiare vita, entrando a pieno titolo nel mondo del design e la voglia di continuare a fare carriera nella sua società di consulenza avendo, soprattutto, più spazi di autonomia rispetto al proprio capo.
Sono tre donne che hanno avuto un percorso di consulenza individuale specifico, ma che hanno anche fatto emergere alcuni tratti simili tra loro sia a livello di contenuti che di modalità con cui hanno affrontato il percorso di consulenza.
I principali sono:

La non consapevolezza della propria storia

Con ognuna di queste donne siamo riusciti a ricostruire, durante il percorso di consulenza, una storia unica ed interessante di cui loro stesse non erano pienamente consapevoli.
Molto spesso capita che le persone attraversino la vita nascondendo la propria storia, o dimenticando e rinnegandone parti importanti. Il rischio è di risultare persone poco interessanti, prima di tutto ai propri occhi e, quindi, di raccontarsi agli altri (in un colloquio di selezione, in un incontro per chiedere un aumento, etc.) con minore efficacia e suscitando poco coinvolgimento.
Luisa, ad esempio, nel presentare il proprio CV e nel raccontare la propria esperienza, ha completamento rimosso il fatto di essersi laureata in economia, come se fosse qualcosa di non reale o di scarso interesse dal momento che lei vuole fare un lavoro creativo. Avrebbe potuto, invece, valorizzare molto meglio il fatto di essere al contempo una persona razionale (laurea in economia) e creativa e raccontare con fierezza entrambi gli aspetti.
Adriana, pur avendo messo al mondo ben quattro figli, ha raccontato la sua storia come poco lusinghiera senza tenere in conto di quanto possa essere impegnativo e formativo crescere quattro figli.
Roberta ha completamente omesso di raccontare un problema di disturbo alimentare che risulta, comunque, evidente alla vista con il rischio di lasciare agli altri la libertà di tante congetture invece di includere questa sfida nella propria storia.
 
Apprendimento valido per tutti: è importante riuscire a rispettare e valorizzare la propria storia unendo il passato (da dove veniamo), il presente (in tutti gli aspetti positivi e negativi) ed il futuro (il proprio progetto e quello che si desidera). Ed è importante avere voglia di raccontare con orgoglio la propria storia, qualunque essa sia.

La severità e la pervasività dei giudizi “contro” se stesse

Soprattutto nel corso dei primi incontri ognuna di loro, nel raccontare la propria situazione, ha utilizzato parole particolarmente severe ed impietose ed espresso giudizi molto negativi. Ad esempio:
“il bilancio di vita e lavoro non è lusinghiero”
“sono una persona ingenua”
“ho avuto idee troppo ambiziose”.
Riprendendo alcuni degli esempi è molto diverso dire “sono una persona ingenua” dal dire “ho commesso qualche ingenuità nella mia vita ed ho imparato che…”. La prima è un’espressione che investe tutta la persona, la seconda è un’espressione che dimostra una capacità di apprendimento, l’effetto finale sulla autostima sarà completamente opposto.
E’ molto diverso dire “ho avuto idee troppo ambiziose” dal dire “ho avuto idee ambiziose che non sono ancora riuscita a concretizzare”. La prima è un giudizio, la seconda rimanda ad una progettualità ed alla volontà di fare qualcosa.
Apprendimento valido per tutti: i giudizi, sia rivolti verso se stessi che verso gli altri, hanno solo l’effetto di paralizzare noi stessi e gli altri. Meglio imparare ad eliminarli ed a tradurli in qualcosa di più costruttivo!

Il difficile rapporto con i desideri

Adriana, Luisa e Roberta sono arrivate a chiedere un percorso di consulenza perché erano insoddisfatte del loro lavoro e perché sognavano di poter fare dell’altro: qualcosa di migliore, più soddisfacente, meglio pagato, più in linea con le proprie ambizioni.
Tutte e tre avevano una parte sognatrice molto forte, ma in maniera altrettanto forte, immediatamente dopo aver dichiarato i propri sogni, erano le prime a dimostrare di non crederci tanto, di non avere tutte le qualità necessarie, di avere paura di fallire.
A tutte abbiamo consigliato di avere un atteggiamento al contempo più coraggioso e più leggero nei confronti dei propri desideri. Non è di grande aiuto vivere i desideri come una questione di “vita o di morte”, come la cartina di tornasole delle proprie capacità o incapacità e quindi del proprio valore o disvalore. I nostri desideri non diventano più autentici se ci fanno “patire” o se ce ne identifichiamo a tal punto che sono l’indicatore esclusivo dei nostri successi o dei nostri fallimenti.
I nostri desideri sono autentici se ci danno energia e ce la fanno trasmettere agli altri.
Apprendimento valido per tutti: i desideri sono una parte vitale, energetica della nostra vita, anche professionale. Non vanno dichiarati solo quando li abbiamo realizzati! E la vera sfida è essere noi i primi a crederci, senza aspettarci che lo facciano gli altri.
 

Il mito della comprensione prima dell’azione

Adriana, Luisa e Roberta hanno avuto tutte la tendenza a mostrare una eccessiva preoccupazione rispetto al fatto di dover capire perfettamente delle questioni prima di metterle in pratica. Di dover riflettere prima di passare all’azione. Di per sé, ovviamente, è una buona cosa riflettere prima di agire, ma il rischio che si corre è di perdere troppo tempo e di privarsi della grande possibilità di capire alcune cose proprio mentre le si sta facendo.
Ad esempio Luisa avrebbe dovuto iniziare a scrivere una possibile job description, da presentare al suo capo per fargli meglio capire che avrebbe potuto e voluto fare anche un lavoro con una componente di attività più creative, ma è rimasta paralizzata dall’iniziare a scrivere almeno una bozza di documento perché riteneva di non aver ancora riflettuto abbastanza. Il risultato è stato che, quando si è creata l’occasione giusta per parlare al capo, lei non era pronta ed ha perso l’opportunità ed il suo capo le ha comunicato di aver assunto una nuova persona, proprio per un ruolo creativo.
Se Luisa avesse iniziato a scrivere la sua proposta di ruolo sarebbe stata più pronta ed avrebbe anche utilizzato la reazione del suo capo al suo discorso per capire meglio in cosa era stata efficace ed in cosa meno, così da poterla migliorare ulteriormente per presentarla in futuro ad eventuali nuove aziende.

Apprendimento valido per tutti: pensare ed agire vanno ben bilanciati e sono collegati in un processo circolare, si pensa anche facendo!
 

La regressione nel rapporto con i consigli

Incontriamo spesso tante persone attive, coraggiose, generose nell’aiutare gli altri. Lo sono anche le tre donne delle nostre storie. Quello che però accade, altrettanto spesso, è che nel momento in cui ci si mette nella posizione di chiedere un consiglio, ad esempio al consulente o al coach, questo tipo di persone regrediscono ad un ruolo passivo ed un po’ infantile in cui si aspettano di ricevere un consiglio che abbia un effetto magico, sia a livello di tempi che di risultati.
Roberta, all’inizio del percorso di consulenza, ha avuto l’aspettativa di ricevere ad ogni incontro un consiglio immediatamente utilizzabile e che doveva portare risultati efficaci nel breve. Nella realtà anche i consigli vanno lasciati sedimentare e, tutti, vanno comunque rielaborati dalla persona che li riceve e fatti propri, anche modificandoli in parte.
Ci vuole molta pazienza in un percorso di consulenza e molti consigli sono una sorta di “puntini” che si riescono a collegare solo dopo diverso tempo per costruire il disegno finale.
Apprendimento valido per tutti: non esistono consigli magici e spetta ad ognuno di noi utilizzare gli spunti degli altri per costruire la propria, personale, strada!

La fatica di accettare l’imperfezione dei piccoli passi

Tutte e tre le donne di cui vi abbiamo raccontato hanno fatto una grande fatica a rispettare l’impegno di svolgere anche piccole attività pratiche concordate nel percorso di consulenza.
Ad Adriana è stato chiesto di mettere per iscritto tutto quello che avrebbe voluto dire al suo capo per chiedere un aumento di stipendio.
A Roberta è stato chiesto di provare a riscrivere il suo CV per candidarsi nel settore del design valorizzando l’esperienza del proprio blog.
A Luisa è stato chiesto di fare un elenco di tutte le attività che le piace svolgere.
Tutte loro non hanno quasi mai rispettato le scadenze concordate (tra i motivi quello più gettonato sono stati gli impegni di famiglia) ed alcune hanno proprio rimosso l’attività che era stata concordata.
In un percorso di consulenza può essere molto probabile che venga richiesto di fare qualche attività di riflessione: tenere un diario, rispondere ad un questionario, scrivere un documento, raccogliere delle immagini, e così via.
Sono attività che possono avere il fastidioso effetto di metterci alla prova, di farci capire che non abbiamo le idee chiare, di farci notare che tendiamo a ripetere alcuni errori. 
Sono delle prove, e come tali sono dense di imperfezioni, e tutto questo può spaventare, ma va anche vissuto.
 
Apprendimento valido per tutti: in tutti i percorsi conta ogni piccolo passo che ci porta nella direzione che abbiamo fissato. Anche i passi storti, imperfetti, insicuri servono ed il coraggio e la bravura è semplicemente di farli, non di farli alla perfezione aspettando il giudizio degli altri, compreso quello del consulente che li ha suggeriti!
“La vita può essere difficile per due ragioni: perché hai deciso di lasciare la tua comfort zone o perché hai deciso di rimanerci dentro” (Lori Harder)
 “Le tue esperienze servono perché possono insegnarti costantemente qualcosa di nuovo su te stesso” (Oprah Winfrey)
Sei sei alla ricerca di un aiuto per capire che lavoro fare e come trasformare i tuoi interessi e le tue capacità in un lavoro concreto, partecipa al nostro webinar "Come costruire il mio progetto di lavoro" in programma il 15 febbraio!

Per maggiori informazioni clicca qui.