In ogni lavoro, qualunque esso sia, siamo chiamati a collaborare con gli altri. Ad un certo punto abbiamo sempre bisogno di altri per analizzare delle situazioni, risolvere problemi, trasferire alcune attività, ricevere indicazioni per fare il nostro lavoro, prendere delle decisioni, etc.
 
Il verbo “collaborare”, se si consulta il dizionario italiano, implica:
  • partecipare attivamente con altri ad un lavoro;
  • essere di aiuto e di sostegno;
  • contribuire al buon esito (cioè ad un obiettivo comune).
 
Contrariamente a quello che il dizionario suggerisce, la maggior parte delle persone si limita ad interpretare il verbo collaborare, in maniera molto semplicistica, vivendo il concetto di lavorare insieme nel senso di: stare nella stessa stanza, appartenere alla stessa organizzazione o gruppo di lavoro, dover fare, ognuno per suo conto, dei pezzi di attività che poi magicamente dovrebbero essere trasferiti ad altri senza grandi sforzi.
Sostanzialmente niente a che vedere con il concetto di “attivarsi”, di aiutare, di avere un obiettivo comune.
Un altro aspetto interessante legato alla collaborazione è che:
  • tutte le persone che lavorano dichiarano che la collaborazione degli altri è essenziale per il buon esito del proprio lavoro;
  • la maggior parte delle persone che lavorano lamentano una scarsa collaborazione da parte degli altri e la considerano come uno dei fattori principali alla base di risultati insoddisfacenti;
  • la maggior parte delle persone che lavorano valutano se stesse molto positivamente in termini di collaborazione che dimostrano verso gli altri.
 
E’ evidente che queste tre affermazioni, prese insieme, ci dicono che qualcosa non torna…
Personalmente ritengo che uno dei principali errori di auto valutazione che le persone commettono riguarda proprio la capacità di collaborazione e nessuno è immune dal rischio di sopravvalutarsi rispetto a questa competenza.
Ogni giorno si mettono in campo tanti comportamenti che possono essere altrettanti esempi della sottile arte di non collaborare.
Dico questo perché quello che ci accade di osservare tutti i giorni sono proprio le azioni di persone che, subito dopo aver dichiarato che la collaborazione per loro è essenziale, adottano sofisticate strategie che vanno nella direzione opposta.
Recentemente mi è addirittura capitato di sentire una persona dire che aveva bisogno di respirare un clima di “amore” per poter lavorare bene, salvo poi esibirsi in molti dei comportamenti che descriverò di seguito. Peraltro approfitto per dire che anche una affermazione del genere, cioè che si ha bisogno di “amore” per lavorare bene, è un modo sofisticato per rendere impossibile la collaborazione alzando, in maniera eccessiva, il livello delle aspettative. Per collaborare non è necessario “amare” le persone, e nemmeno, più modestamente, pensare che possiamo collaborare solo con le persone che ci piacciono, verso cui nutriamo simpatia ed ammirazione, che sono nostre amiche, etc. Questo modo di concepire la collaborazione è la prima dimostrazione che la persona in questione non ha assolutamente chiaro cosa significhi davvero collaborare.
 
Non potrei fare una vera e propria classifica dei comportamenti di cui, quasi ogni giorno, sono testimone diretta (e magari in alcuni casi li metto in scena anche io) e che sono meravigliosi esempi di mancanza di collaborazione.
I principali per me sono:

1. Guardare al passato e/o rinfacciare il passato

Molte persone, in realtà, non perdono mai occasione per riportare l’attenzione a quello che è successo in passato. Frasi come “abbiamo sempre fatto così”, oppure “in passato anche tu ti sei comportato così”, oppure “sei sempre il solito”, oppure “ti ricordo che l’altra volta…”, oppure “tutto nasce da….” sono tutti modi con cui la persona sposta l’attenzione a cose passate per non occuparsi del problema presente su cui è necessaria la collaborazione.

2. Giudicare, attaccare e colpevolizzare

La reazione emotiva che si mette in campo molto spesso, soprattutto quando si è chiamati a collaborare rispetto ad un problema, è quello di accusare ed incolpare gli altri. Anche in questo caso si produce il risultato di distrarre dal problema specifico creando solo un clima di tensione emotiva negativa con frasi del tipo “non è colpa mia”, oppure “è responsabilità di….”, oppure “io non c’entro, è colpa di…”, oppure “se non sai fare una cosa non è colpa mia..”, oppure “assumiti le tue responsabilità”, oppure “prima pensa ai problemi tuoi…”. 

3. Spostare l’attenzione su un altro problema

Un altro modo per non collaborare quando qualcuno ci chiede aiuto è di proporre subito un altro problema che si reputa più grave e importante. Ultimamente mi è capitato di fare una riunione con due persone, che chiamerò Filippo e Stefania, nel corso della quale si erano affrontate alcune questioni concordando che Stefania dovesse prendersi alcune nuove responsabilità organizzative. Al termine dell’incontro, nel momento in cui Stefania doveva dichiarare in concreto cosa avrebbe fatto per assumersi queste nuove responsabilità, con una fantastica operazione di smarcamento, ha subito nominato un altro problema che non faceva parte dell’oggetto della riunione, e che non era tra le sue responsabilità, chiedendo cosa gli altri stavano facendo su quella questione. In sostanza ha sviato il discorso sulle proprie responsabilità e cercato di mettere in difficoltà gli altri richiamandoli alle loro responsabilità su questioni diverse. Questo è un modo davvero molto sofisticato di non collaborare.

4. Aspettare che l’altro faccia il primo passo

Siamo sempre in attesa che siano gli altri a partire per primi. Aspettiamo di essere convocati per un incontro, aspettiamo che gli altri ci diano delle informazioni senza doverle chiedere, aspettiamo che gli altri ci chiedano scusa o ammettano le proprie responsabilità o i propri errori, aspettiamo che qualcuno ci dica cosa fare. Quanto tempo sprecato ad aspettare invece di “partecipare attivamente” come suggerisce il significato del verbo collaborare!

5. Fare la vittima

Un altro gioco molto comune è quello di andarsi a lamentare dal proprio capo per problemi di collaborazione con colleghi o, più in generale, di fare la vittima di una determinata situazione con frasi del tipo “faccio tutto io”, “nessuno mi aiuta”, “tutti ce l’hanno con me”, “nessuno mi capisce”. In tutti questi casi l’obiettivo non è affrontare un problema, ma accusare altri con il rischio di lasciare immutata qualunque situazione o di peggiorarla perché l’accusato si risentirà della lamentela e metterà in atto delle strategie per contraccambiare. 

6. Complicare il quadro

Un modo molto semplice per non collaborare con gli altri è quello di rendere le cose più complicate. Qualcuno ci chiede di fare qualcosa e noi, in risposta, aggiungiamo problemi su problemi con frasi del tipo “vorrei aiutarti, ma non hai considerato che….”, oppure “prima di fare questo bisognerebbe fare quest’altro e adesso mi è impossibile…”, oppure “prima di iniziare dobbiamo chiedere a…. ed ora non possiamo fare nulla”. 

7. Giungere a conclusioni affrettate senza verificare quale sia l’obiettivo comune

L'altro giorno ho ricevuto una telefonata di lamentela da parte di una persona, che chiamerò Paolo, che era stato chiamato in causa su un problema attraverso una mail e che lamentava il fatto di non sentirsi responsabile di dover fare l’attività richiesta perché l’assetto organizzativo non lo prevede. In sostanza voleva che chiarissi che era un’altra persona che doveva occuparsi del problema. In questo esempio la mancata collaborazione non sta tanto nel non volersi assumere una responsabilità, ma nel fatto che la telefonata è stata fatta senza aver approfondito, almeno un minimo, la questione. Se Paolo, prima di telefonarmi, avesse sentito un altro collega che era in copia nella stessa mail, avrebbe scoperto che questo collega si stava già occupando della questione e che, peraltro, la problematica era molto più semplice di quello che appariva nella mail…. Morale: una inutile ed affrettata lamentela che si poteva evitare facendo una telefonata di cinque minuti alla persona giusta.

8. Invadere i confini altrui e spacciarsi per esperti

Ultimamente mi capita molto spesso di avere a che fare con un manager che, più o meno consapevolmente, non fa che invadere il campo altrui dicendo quello che secondo lui i manager delle altre aree dovrebbero fare e dichiarando che lui ha l’autorevolezza di poter parlare dal momento che in altre aziende ha fatto in prima persona alcune delle cose che oggi si aspetta dagli altri.
Frasi tipiche sono “quando ero in … io facevo così”, oppure “posso parlare perché l’ho fatto quando ero in….”, oppure “io ho risolto problemi molto più complessi di questi…”, oppure “quello che dici è solo teoria, perché io mi sono occupato della pratica…”. Il problema di collaborazione, in questo caso, è che è un modo sottile per evitare di assumersi le responsabilità che fanno parte del proprio ruolo spostando sempre l’attenzione sugli altri e magari, indirettamente, giudicarli.

9. Mettersi al centro senza pensare all’obiettivo comune

Nella realtà dei fatti le persone tendono spesso a parlare in prima persona: “io ho fatto…”, “io ho detto…”, “io ho risolto…”, “io non posso”, “io non devo”, “io non accetto”, “io non riesco”. Passiamo la maggior parte del tempo ad occuparci di quello che ci succede singolarmente, delle implicazioni che riguardano noi in prima persona, senza pensare davvero a quale sia il problema del gruppo, l’obiettivo comune da raggiungere
Il NOI è ancora usato più come slogan nei luoghi di lavoro che come dimostrazione di umiltà e di riconoscimento dell’importanza degli altri per fare bene qualsiasi lavoro individuale.

10. Concentrarsi sulla relazione personale e non sul problema concreto

Collaborare implica stare in relazione con gli altri, ma nel lavoro è importante tenere le relazioni sul livello professionale e non personale, sebbene nella pratica avvenga spesso il contrario soprattutto quando si lavora con amici o familiari, oppure si è diventati amici di colleghi di lavoro. Il rischio in questi casi è di inquinare la collaborazione facendo prevalere, nel bene o nel male, gli aspetti personali della relazione: colleghi che approfittano della relazione di amicizia per chiedere di fare attività non pertinenti; parenti che non smettono mai di rivangare questioni familiari invece di parlare di lavoro; colleghi che rimangono ancorati a sgarri personali subiti in passato per non collaborare nel presente, etc.

11. Non prestare attenzione/non dare importanza

Questo è l’esempio più classico di boicottaggio della collaborazione. Arrivare tardi ad un incontro, distrarsi quando una persona parla, sminuire il problema di cui si sta discutendo, dire frasi del tipo “non ho tempo, io sto lavorando….”, oppure “di cosa dobbiamo parlare?”, oppure “non mi interessa, non è un mio problema”, oppure “ho solo cinque minuti, ho cose più importanti da fare”, oppure “non posso perdere tempo con te…” sono tutti esempi di questo tipo di boicottaggio.

12. Non dare informazioni o dare per scontate le cose ed i significati

Viviamo in un mondo in cui ci aspettiamo che gli altri debbano capire le cose senza troppe informazioni e spiegazioni. Personalmente, all’inizio della mia vita lavorativa, mi è capitato un capo particolarmente brillante, ma anche burbero e poco collaborativo, che mi ha chiaramente detto che la sua aspettativa era che il mio cervello dovesse essere “cablato” con il suo in maniera tale da capire le cose senza alcuna necessità di spiegazione…. Senza arrivare a questi estremi patologici è vero che tutti tendiamo a sottovalutare la necessità, e la responsabilità, di dover mettere gli altri nelle condizioni di avere tutte le informazioni per poter fare bene il loro lavoro: mail frettolose, indicazioni di cose da fare date in modo spiccio e sgarbato, nessuna attenzione a verificare che l’altra persona abbia capito cosa fare, sono tutti esempi di questo genere.
“Nella lunga storia del genere umano (ed animale) hanno prevalso coloro che hanno imparato a collaborare e ad improvvisare con più efficacia” (Charles Darwin)
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