Per il ciclo di interviste #ILoveMyJob abbiamo incontrato Francesco Biacca, il cui lavoro sfugge a definizioni più classiche e che è, soprattutto, una delle persone che ha, da sempre, un grande coraggio nel dichiarare e professare il suo amore per il lavoro.
Organizzatore di eventi, grafico, progettista di soluzioni artistiche che aiutano le aziende a comunicare il proprio messaggio, fonda tutto il suo lavoro sull’amore per il bello e su un entusiasmo che lui definisce quasi infantile.

Come spiegheresti il lavoro che fai ad un bambino di 8 anni?

Forse è una delle domande più difficili e ci sono diverse risposte possibili.
Quando mi capita di spiegare ad un bambino che lavoro faccio gli racconto che io mi diverto con l’arte, che poi mi sembra una buona definizione del mio lavoro in generale, perché anche con gli adulti non presento mai il mio lavoro sottolineando il lato più tecnico e specialistico.
Difficilmente approccio un cliente proponendo un “piano strategico” o un “planning operativo”: questi termini non fanno neanche parte del mio linguaggio e non mi interessa un approccio strettamente tecnico.
Ai bambini cerco sempre di far vedere il lato emotivo, quindi dico che il mio lavoro è organizzare feste per diverse situazioni e per loro la festa è una cosa meravigliosa, quindi continuo il mio racconto dicendogli che, ad esempio, arriva un cliente che mi dice che vuole fare una festa in stile Hello Kitty perché poi arriverà la vera Hello Kitty .Gli racconto una favola ed il più delle volte ha anche un finale meraviglioso.
Tutto questo non è poi così lontano dalla realtà quotidiana, in cui il mio lavoro è quello di risolvere problemi di comunicazione, o meglio di risolvere problemi di comunicazione, che le aziende possono avere privilegiando una strada artistica e creativa, ed è da questo che nasce anche #ILoveMyJob.
Il mio lavoro è puro amore! Mi piace quello che faccio.

Cosa c’è scritto, o ti piacerebbe fosse scritto, sul tuo biglietto da visita?

Nel mio caso c’è nome, cognome, cellulare, mail e sito internet.
Non c’è una definizione specifica perché io, forse un po’ presuntuosamente, sono Francesco Biacca, e le persone mi conoscono attraverso il passaparola.
Se volessimo cercare una definizione istituzionale potrei dire che sono un art-director ma se penso a quello che voglio essere mi viene da rispondere: semplicemente Francesco Biacca.

Cosa significa per te #ILoveMyJob?

Mi reputo un privilegiato, il mio lavoro è un gran fortuna. Io non faccio un lavoro che è avvitare bulloni o risolvere problemi matematici. Io faccio arte, intendendo per questo la possibilità di applicare la mia creatività a qualcosa di bello.
Lavoro con la comunicazione, il visual merchandising, la grafica, la progettazione di spazi architettonici. Già tutto questo mi fa amare il mio lavoro, inoltre ho la possibilità di essere in primo piano e di applicare quella che è una mia visione estetica e, tutto questo, alimenta una naturale forma di sano egocentrismo; le mie idee piacciono e funzionano e quindi anche questo mi fa sentire fortunato perché ho clienti che si affidano sempre di più a me, leggono il mio entusiasmo e mi permettono di andare oltre i naturali confini di un progetto e passare dalla A alla Z rispetto alle iniziali necessità in modo molto naturale.
Lavoro con il “bello”! Come fai a non amare il tuo lavoro quando ha a che fare con il bello!

Mi sembra, da quello che dici, che #ILoveMyJob contiene per te un senso di gratitudine, che tu forse chiami fortuna, oltre ad un grande entusiasmo e ad una passione per il bello?

Si, gratitudine ed entusiasmo totali. Io amo quello che faccio. Mi piace disegnare, mi piace l’arte, mi piace la moda, mi piace viaggiare ed ho trovato una realtà che accomuna tutti questi elementi e per questo sono molto privilegiato.
Mi sento fortunato perché, anche se ritengo che ognuno debba costruirsi da solo la propria fortuna, mettendoci forza, tenacia, capacità e grinta, capisco che non tutti abbiano le stesse possibilità ed in questo c’è stato per me un pizzico di fortuna personale.
Sono cosciente del fatto che ci sono molte persone talentuose nel mondo, ma non è detto che tutte abbiano la “possibilità giusta”.  
Io sono un entusiasta di natura, approccio tutto con un gran sorriso e ringrazio me stesso, e quello che mi è successo, per essere arrivato a questo punto pur non avendo fatto quello che volevo fare nella vita.

Cosa facevi o volevi fare prima di scoprire questo amore?

Ho frequentato una scuola di moda, il mio sogno era fare lo stilista. Il fato mi ha portato, invece, a fare altre scelte. In realtà penso che ho lasciato che il mio corpo fisico venisse trasportato dove andavano le mie correnti emozionali.
Mi sono ritrovato a disegnare varie collezioni ed a collaborare con diverse case di moda, poi a mi sono ritrovato a creare quaderni tendenze, ho lavorato in uno studio che faceva installazioni ma anche allestimenti e mi sono entusiasmato per gli allestimenti. Da qui ho iniziato a progettare vetrine per le case di moda più importanti e sono passato poi ai grandi eventi.
In fondo ho lasciato che le cose succedessero intorno a me, sempre supportato da un compagno meraviglioso, e quindi da una vita che funziona anche fuori dal lavoro.
Credo che la mia forza sia legata al non essermi posto dei limiti. Non ho mai pensato ”non posso farlo!” Se una cosa è nella mia testa e penso di poterla fare, allora provo a farla.

Quindi non è stato un colpo di fulmine, piuttosto un amore che hai scoperto un po’ alla volta?

E’ nato tutto dalla volontà di fare quello che mi interessava senza avere una pianificazione precisa.
Non mi fermo di fronte ai problemi o davanti al fatto che non so fare qualcosa in partenza: se mi piace quello che potrebbe essere il risultato finale allora cerco di raggiungerlo.
Nel momento in cui ho incontrato dei blocchi alla mia conoscenza ho fatto di tutto, usando tutti i i mezzi a mia disposizione, per migliorare la mia capacità tecnica: video tutorial per photoshop, corsi di progettazione e renderizzazione, weekend interi a tentare, provare e riprovare ad usare il determinato programma per raggiungere l’obbiettivo.
Il processo creativo è ciò che mi anima: voglio e devo ottenere il massimo.
Ovviamente ci sono sempre dei limiti, anche di tipo spazio-temporale, e quindi mi circondo anche di collaboratori che possono supportarmi, sebbene ti confesso che nel momento in cui ho in mente qualcosa è più facile farla che spiegarla.

Secondo te da cosa si vede che ami il tuo lavoro?

Tutti i miei clienti leggono in me puro entusiasmo, quasi ludico, a tratti infantile. Mi emoziono quando parlo del mio lavoro e propongo le mie idee. Mi è anche successo di commuovermi durante la presentazione di un progetto a cui avevo dedicato tanto tempo e tanta energia; avevo talmente tanto trasporto, ci avevo messo tanto di mio che mentre lo raccontavo mi scendevano le lacrime. Il momento è stato letto, fortunatamente come un attimo autentico di passione e trasporto ed è stato, probabilmente, un punto vincente a mio favore.
A monte del mio lavoro non c’è solo una follia creativa, arrivo con argomenti concreti, con uno studio, un’analisi, ma è il trasporto con cui ho fatto una determinata analisi e con cui presento il lavoro che credo faccia la differenza.
Questo mio trasporto fa si che molti dei Clienti con cui lavoro vedano in me una figura trainante e mi ritrovo ad essere coinvolto in molte situazioni che non riguardano solo le mie competenze.
Penso anche che amare il mio lavoro mi renda una persona capace di essere estremamente aperta e di parlare con trasparenza dicendo le cose come stanno.
Mi piace creare una sorta di complicità con i Clienti ed è quello che faccio anche con i miei collaboratori che apprezzano la mia volontà di coinvolgerli su tutto e di condividere ogni aspetto del lavoro.
La condivisione ed il team sono due aspetti essenziali del mio “modus operandi”

Quali sono le attività che ami di più nel tuo lavoro e quali meno?

Il processo creativo, la ricerca artistica, la progettazione, le riunioni con i clienti e con i fornitori sono tutte fasi che amo. Forse quello che mi piace di meno è legato alla parte economica, al dover rincorrere i pagamenti che è un aspetto che, in Italia, può far disinnamorare del lavoro. Da noi non c’è una tutela per i liberi professionisti, per cui da una parte c’è un grande entusiasmo per i clienti ed i progetti, ma quando devi farti pagare diventa tutto più faticoso.
Nel passato mi è capitato di essere pagato con ritardi anche di un anno anche se fortunatamente ora non è più così. È importante comunque imparare ad affrontare anche questo tipo di argomenti.

C’è qualche sacrificio che hai dovuto fare in nome dell’amore per il tuo lavoro?

Ho fatto più sacrifici per il cibo!  
L’unico sacrificio, anche se forse non lo definirei proprio tale, è legato al dover viaggiare tanto che è bellissimo ma mi porta a stare lontano dal mio compagno. Amo viaggiare, ma a volte richiede di sacrificare una parte importante della mia vita privata.

Pensi che il fatto di amare il tuo lavoro ti consenta di affrontare diversamente gli inevitabili momenti di tensione o di difficoltà che ogni lavoro porta con sé?

Assolutamente sì, e lo faccio sorridendo e pensando sempre che “domani è un altro giorno” per cui si risolverà il problema. Devo dirti, comunque, che non ho mai avuto grandi problemi nel mio lavoro perché dietro questa apparente follia creativa ho una mente molto schematica e ben precisa su quello che bisogna fare. Ho tutto in testa, agenda compresa.

Hai attraversato mai delle crisi rispetto all’amore per il tuo lavoro?

In realtà no. Cerco di avere un rapporto molto intimo con il mio lavoro, come in una relazione, ci amiamo e inventiamo sempre nuovi giochi per mantenerlo sempre viva la convivenza. Devo anche dire che il mio non è un lavoro metodico e routinario quindi non c’è modo di potersi annoiare.
Ogni cliente ha un’esigenza diversa, e questo diversifica le mie giornate.
L’unica mia incertezza è legata al tempo, alla continuità ed alla stanchezza fisica e creativa. Non vorrei esaurire le mie risorse. Oggi il mondo sta vivendo una grande crisi di identità, molti si affidano a nozionismi presi da internet e pensano di poter fare tutto da soli. Il rischio, alimentato anche dalla tecnologia, è che molti non riconoscano il valore che c’è dietro un lavoro come il mio ma io so che, nel mio lavoro, un ruolo essenziale è giocato dal buon gusto e questo non può essere “copiato” su internet o affidato alla tecnologia.

Hai una frase motto, o una parola, che ti ispira per continuare ad amare il tuo lavoro?

La mia frase motto è proprio “ILoveMyJob”. Sono stato uno dei primi ad usarla tra le persone intorno a me e adesso la usano in tanti. Credo che questo positivismo legato al lavorare e all’affrontare le cose con piglio ed entusiasmo possa funzionare in tante situazioni. Nonostante la mia età, ho un approccio critico nei confronti dei miei coetanei che, figli dell’edonismo degli anni ’80, usavano argomenti e atteggiamenti ego-riferiti.
Oggi, nel mio dire “ILoveMyJob” c’è, al contrario, un forte contenuto di socialità e una voglia di relazione e di condivisione con gli altri.

Hai un rituale nella tua giornata lavorativa con cui nutri il tuo amore per il lavoro?

Non ho un rituale per la parte lavorativa, ma un rituale con me stesso che è il caffè senza il quale non parlo ed il mio profumo senza il quale non esco.
Poi mi piace viziare e dare attenzione alle persone intorno a me: fare colazione insieme alla mia assistente parlando di piccole cose personali è il rituale che ci fa iniziare la giornata con complicità.

Secondo te cosa rende difficile amare il proprio lavoro, cosa lo ostacola?

Penso che ci siano tanti lavori che, per quanto tu possa amarli, sono più stressanti o alienanti di altri. Mio cugino fa l’operaio e non credo che ami il suo lavoro in senso “tecnico”; non credo che da piccolo volesse fare questo lavoro ma è anche vero che lui riconosce nel suo lavoro un valore perché gli permette di vivere e di avere una famiglia. Lui dice: non lo amo, ma sono un lavoratore ed esisto anche socialmente. Io invece da piccolo volevo fare qualcosa di simile a quello che faccio oggi e questo mi rende un privilegiato.

Che consiglio potresti dare ad un giovane per imparare ad amare il suo lavoro?

nnanzitutto di non svendersi, perché per quanti soldi ti possano dare, se fai qualcosa a cui non credi il prezzo che pagherai con te stesso dopo sarà molto più alto.
 
Penso che sia molto importante cercare di fare progetti che ci coinvolgano ed ancora più importante è affrontare tutto quello che accade con grande entusiasmo ed anche con gratitudine. 
Ed è quello che io continuo a dire ogni giorno a me stesso ed al mio compagno.

Parli giustamente di entusiasmo anche se oggi si fa molta fatica a praticare l’entusiasmo. C’è un modo per te per aiutare le persone ad essere più entusiaste?

Io penso che sia importante aiutare le persone a manifestare, comunicare la propria felicità ed il proprio entusiasmo. Credo che molte persone non manifestino la propria felicità, lavorativa e non. Oggi sembra quasi impossibile non avere problemi e dichiararsi entusiasti.
Sono convinto che molte persone amino quello che stanno facendo, ma non lo comunicano agli altri.

Quindi per dire “ILoveMyJob” ci vuole anche un certo coraggio?

Ti invito a fare questo esperimento: prova a scrivere su Facebook “Io sono felice!” e vedi cosa succede. Sono certo che la maggior parte delle persone penserà che dietro questa frase positiva si celi una sottile ironia.
Anche quando all’inizio scrivevo “ILoveMyJob” la prima reazione era di pensare che stessi passando un momento difficile e che dovessi risolvere qualche “dramma lavorativo”.
In realtà penso che se tutti condividessimo di più le nostre felicità, cosi come i nostri problemi, ma con semplicità e senza enfatizzare o demonizzare entrambe le situazioni, il mondo andrebbe molto meglio.
 
In fondo l’autenticità alimenta l’entusiasmo!