Anna Castellano è una brillante dirigente della Società Multinazionale E.ON, che ha lavorato in ruoli di strategia commerciale e ruoli di operations, attualmente alle prese con l’acquisizione di un grande energy supplier.  Vive in Inghilterra, a Nottingham, da più di quindici anni e la sua non è stata una scelta di vita professionale bensì di amore avendo seguito il marito che lavorava già nel Regno Unito.
Dopo una già avviata carriera in consulenza in Italia, nel 2004 ha deciso di rimettersi in gioco in Inghilterra, subito dopo aver messo alla luce una stupenda bambina, frequentando prima un MBA. La vera sfida arriva col dover cercare lavoro non nella più dinamica Londra, in cui avrebbe avuto già offerte di lavoro grazie alla sua tesi di laurea in una banca, ma nella più difficile e limitata area di Nottingham, molto simile a tante piccole province italiane.
Abbiamo deciso di intervistarla per avere qualche consiglio su come diventare expat e affrontare con successo una scelta di lavoro all’estero ed anche su come far “valere” il proprio “valore” come donna nel mondo del lavoro.

Essere un'expat

WORKING ROOM:
Ciao Anna e grazie per aver accettato di condividere con noi la tua esperienza di donna che lavora da tanti anni all’estero.
Per iniziare la nostra intervista vorrei chiederti questo: tante persone hanno voglia di andare all’estero, semplicemente per fare un’esperienza diversa da quella che potrebbero fare in Italia, mentre altre lo fanno per necessità, perché pensano di non avere possibilità lavorative in Italia. Indipendentemente dalla motivazione che spinge queste persone a farlo, basandoti sulla tua esperienza, e su quella di altri expat che conosci, secondo te quali sono tre qualità o tre competenze che aumentano la probabilità di avere successo in questa scelta?
 
ANNA:
La prima che mi viene in mente è l’abilità di adattarsi alle situazioni e questa competenza si applica a tutto, dalla vita sociale a quella lavorativa, partendo dal presupposto che è normale che ci siano delle rigidità mentali che aumentano soprattutto in funzione dell’età in cui si va all’estero. Forse per i giovani che vanno all’estero per motivi di studio è più semplice, mentre per chi va a lavorare da grande è più difficile perché si fanno molti più confronti con l’Italia.
Quindi una qualità importante è accettare la diversità, capendo che non c’è un meglio o un peggio, ma è semplicemente diverso.
Allo stesso tempo è anche importante evitare un eccesso di adattamento che può portare al conformismo ed alla spersonalizzazione. Ad esempio all’inizio avevo la necessità di farmi accettare ed ho corso il rischio di mettere da parte alcuni tratti della mia personalità, come la solarità o la mia spontaneità, che mi sembravano fuori luogo nel nuovo contesto di lavoro.
Inoltre mi sembra importante l’essere pronti e veloci nell’apprendimento, cercando di posizionarti al meglio per la tua carriera, e per fare questo puoi seguire tante strade, ma in generale è importante essere capace di cogliere tutte le opportunità che hai e questa è un’altra competenza fondamentale.
WORKING ROOM:
Qual è stata la tua strategia per trovare lavoro in Inghilterra, soprattutto tenendo conto che, come abbiamo scritto nell’introduzione, dovevi cercare lavoro in un’area molto ristretta come quella di Nottingham in cui non c’erano tante opportunità come avresti potuto avere ad esempio a Londra?
 
ANNA:
La mia strategia è stata di essere molto attiva sul web, di mandare tanti CV, senza farmi scoraggiare anche da tante risposte in cui mi si diceva che non avevo esperienza commerciale in UK. Ho accettato di fare tanti colloqui, anche se lontani da Nottingham, pur di avere la possibilità di allenarmi, e poi cercare di fare di tutto per intercettare ruoli nelle poche aziende che c’erano in zona dove avrei potuto mettere a disposizione le mie competenze.
Mi ha aiutato creare un buon rapporto con le agenzie di selezione, parlando apertamente di cosa trovavo sfidante, mettendomi in un’ottica di cliente - ricordo in particolare un head hunter che mi insegnò ad affrontare una “competency based interview” tecnica per me del tutto nuova a quel tempo.
L’altra importante strategia che ho adottato è stata quella di utilizzare tutto il network che avevo a disposizione, sia i professori con cui ho studiato durante il master che tutte le persone che ho conosciuto man mano stando in Inghilterra. L’importante secondo me, in questo caso, è parlare con il proprio network avendo le idee molto chiare su quello che si sta cercando, in assoluto credo che parlare con gli altri faccia sempre molto bene ed è un ottimo modo per farsi venire delle idee ulteriori su come fare a raggiungere il proprio obiettivo. Nel mio caso volevo lavorare per un dipartimento di strategia in una multinazionale.
WORKING ROOM:
Dopo tanti anni di lavoro all’estero ti senti di consigliarla come esperienza, ed in linea generale cosa ritieni che una persona debba mettere in conto prima di prendere una decisione del genere e decidere di diventare expat? In sostanza cosa aggiunge e cosa, eventualmente, toglie una esperienza di lavoro all’estero?
 
ANNA:
Per me questa è una domanda profonda, io sono andata all’estero quando avevo già lavorato in Italia e forse la mia risposta è più consona per persone che hanno già fatto un’esperienza di lavoro in Italia.
Per me essere un'expat vale la pena al 100% per l’apertura mentale che ti dà, è un’esperienza che ti mette di colpo fuori dalla tua comfort zone e ti sfida ad accelerare moltissimo le tue capacità di svilupparti sia come persona che come professionista che, ovviamente, sono due elementi non scindibili.
Poi mi viene da pensare che per noi italiani forse ci aiuta anche ad apprezzare maggiormente cosa abbiamo di positivo nel nostro paese, ad esempio la nostra sanità pubblica.
Credo che dal punto di vista lavorativo avere un’esperienza internazionale ti fa vedere delle cose che forse non vedresti nel tuo paese (anche se lavori in una multinazionale che opera in Italia), perché ti fa immergere in un contesto sociale, culturale ed organizzativo davvero diverso da quello italiano. E posso dirlo perché ho lavorato anche per la E.ON in Italia, ma sembrava di lavorare in un’azienda completamente diversa.
Le cose a cui rinunci forse dipendono dall’età, forse c’è anche una componente di genere, ma penso che per tutti quello che viene a mancare di più è il circolo sociale e familiare. E’ una questione che all’inizio si tende a sottovalutare, presi dall’entusiasmo della nuova vita, ma poi ci si rende conto della lontananza, dei genitori che iniziano ad avere bisogno, anche se la tecnologia e la possibilità di viaggiare con più facilità aiutano.
Per il resto bisogna buttarsi, mai nessuno può fare un’analisi di ciò che non conosce,
“you don’t know what you don’t know”, ma è il gusto dell’avventura.
E’ anche importante ricordarsi che si può tornare indietro.
WORKING ROOM:
Quando hai iniziato il tuo nuovo lavoro a Nottingham è stato come l’inizio di un nuovo lavoro in Italia o ci sono stati elementi differenti?
 
ANNA:
Ero consapevole che c’era molto da colmare e che dovevo acquisire nuove competenze, ma sapevo anche che mi avevano scelto per il mio passato lavorativo in consulenza e che cercavano di sviluppare proprio quell’aspetto nel team. Così, avendo quella differenza rispetto agli altri miei colleghi, in quella fase iniziale della mia carriera in Inghilterra ho puntato tutto sulle mie competenze consulenziali e le ho valorizzate al massimo. Penso che valga in tutti i nuovi lavori, ma soprattutto quando sei all’estero, l’importanza di capire di cosa l’azienda/la funzione ha bisogno, ancorarsi a tutto quello che hai e sfruttarlo al massimo.

Le differenze culturali

WORKING ROOM:
All’inizio dell’intervista ci hai parlato del rischio che hai corso rispetto a quello che hai chiamato un eccesso di adattamento. E’ una cosa che si rischia principalmente andando all’estero, o che riguarda più in generale le persone quando cambiano lavoro e temono di doversi conformare alla nuova organizzazione in cui sono entrati a far parte?
 
ANNA:
Hai ragione nel dire che è un rischio che si può correre anche quando si cambia semplicemente lavoro, ma nel mio caso io ho notato che sono caduta nella trappola di un eccesso di adattamento proprio perché avvertivo una grande differenza di tipo culturale. Ti faccio un piccolo esempio. Io sono una persona molto solare e quando ho iniziato il nuovo lavoro entravo in ufficio e salutavo tutti con grandi buongiorno e sorrisi, mentre non lo faceva nessun altro. Giorno dopo giorno ho pensato che fosse una cosa che non si dovesse fare ed anche io ho smesso di farla. Solo dopo molto tempo, quando mi sono sentita più sicura di me, ho ripreso a farlo, nel rispetto della mia autenticità, ed ho scoperto che il mio team ed i miei colleghi lo apprezzavano in realtà molto, pur  se non sarebbero stati in grado di farlo a loro volta.
WORKING ROOM:
Ci sono, nella tua esperienza, delle altre differenze che hai sperimentato rispetto alla cultura del lavoro tra l’Italia e l’Inghilterra?
 
ANNA:
Credo di poter fare diversi esempi e di poter sostenere che la cultura del paese influisce molto sulla cultura del lavoro di una organizzazione. Ho lavorato per la stessa azienda sia in Inghilterra che in Italia ed ho sperimentato culture del lavoro molto diverse.
La prima cosa che mi viene in mente è che quando si parlava di un problema mi sembrava che ci fosse una modalità di “danzare” degli inglesi attorno ai problemi, invece di andare dritti al punto, mentre loro avevano la percezione che io fossi troppo diretta. Per me questo è un tipico esempio di percezioni che nascono da differenze di tipo culturale.
Cos’altro? In Inghilterra, rispetto all’Italia, c’è una netta separazione tra la vita lavorativa e la vita privata, mentre in Italia c’è una dimensione sociale molto più forte e credo, avendole sperimentate entrambe, che le due situazioni hanno i loro vantaggi e svantaggi.
Ci sono grandi differenze rispetto ai tempi del lavoro, in Inghilterra si inizia presto e si finisce presto, mentre in Italia e tutto più traslato. Così come in Inghilterra è normale poter lavorare da casa, se non influisce sulle necessità del team, mentre quando, nel 2008 ne parlai nella sede italiana mi guardarono come una marziana. In Inghilterra, almeno nella mia azienda, anche i capi non hanno uffici privati e viaggiano in seconda classe. Mi sembra che in Italia le questioni di status abbiano un maggior peso.
Infine una differenza che mi appare molto marcata riguarda il tema della carriera e della leadership.
Ovviamente in entrambi i paesi ci sono percorsi di carriera, ma in Inghilterra se ne parla in maniera più esplicita, più programmata, più sfidante, così come tutte le persone, ad ogni livello, soprattutto se gestiscono un team, sono chiaramente sfidate a crescere rispetto alle loro competenze di leadership.
WORKING ROOM:
Oltre alle tue competenze professionali quale pensi sia il principale valore aggiunto del tuo essere italiana che E.ON Nottingham apprezza e riconosce?
 
ANNA:
Sicuramente la mia solarità ed empatia.
WORKING ROOM:
Nella tua esperienza di lavoro all’estero hai sperimentato delle differenze rispetto al tema del riconoscimento del lavoro delle donne, ad esempio in termini di possibilità di carriera, differenze retributive, etc.?
 
ANNA:
In Inghilterra è scoppiato in maniera molto forte il tema delle differenze retributive. L’Inghilterra è agli ultimi posti, ed in una situazione peggiore rispetto all’Italia, anche se è un paese molto progressista su tanti fronti come ad esempio il supporto alle donne che rientrano dalla maternità. Nel Regno Unito il “pay gap” ai livelli manageriali più alti è del 16%. La mia azienda, e sono dati pubblici, è al di sotto della media nazionale.
WORKING ROOM:
Questo è un tema molto sentito e vorrei provare ad affrontarlo con te in maniera positiva, dando dei consigli alle donne per far capire cosa possono fare in concreto per far capire il loro valore ed ottenere il giusto riconoscimento, perché è anche vero, ad esempio, che le donne parlano poco di soldi e chiedono poco a riguardo.
 
ANNA:
Per me il punto di partenza è capire quale sia la propria sfera di influenza perché sentirsi vittime non serve a nulla. Ci sono delle cose del sistema in cui ci operiamo che il singolo individuo non può cambiare, ma ognuno di noi ha un potere di influenza che può sfruttare se sa riconoscerlo e utilizzarlo.
La prima cosa è conoscere bene le regole e le procedure. Questa è una trappola in cui, ad esempio, sono caduta io stessa non capendo quali erano le regole ed i tempi in cui chiedere un aumento di stipendio nella mia azienda.
La seconda cosa è continuare a chiedere senza avere vergogna di chiedere, perché siamo soprattutto noi donne che facciamo fatica a parlare di soldi e ci accontentiamo del riconoscimento in termini di sentirci dire che siamo brave. In realtà se perdiamo delle occasioni per aumentare il nostro stipendio e poi vogliamo cambiare lavoro, saremo valutate, dal nostro intervistatore, anche in funzione di quanto siamo pagate e se siamo pagate poco ci valuteranno poco. L’obiettivo è essere pagate in linea con il valore di mercato e, anche se è difficile da conoscere quale sia questo valore, è necessario prendere quante più informazioni possibili per non essere fuori rotta.
WORKING ROOM:
C’è qualcos’altro che ti senti di consigliare alle donne?
 
ANNA:
Si: stare in guardia sul fatto che ciò che conta per fare carriera cambia nel tempo. Le competenze tecnico-professionali sono sicuramente importanti, in particolare per fare i primi passi nella carriera, ma arrivati ad un certo punto la bravura tecnica non basta più e bisogna lavorare su altre skills, quali leadership, influencing, etc.. Più avanti, bisogna fare i conti e riconoscere dinamiche quali i gruppi di potere, i meccanismi di cooptazione che, per quanto antipatici, esistono e decidere come porsi.
D’altra parte mi sento anche di dire che non esiste un unico modo di fare carriera o un’unica carriera possibile. Mi piacerebbe che noi donne non ci sentissimo in colpa rispetto alle scelte che facciamo, se ad un certo punto decidiamo di privilegiare la famiglia, o se al contrario decidiamo di votarci alla carriera senza occuparci di avere una famiglia. Sono entrambe scelte legittime.
Vorrei che sempre di più ogni donna possa essere un modello positivo per altre donne usando a sua volta la propria sfera di influenza. Ad esempio, se sono in condizione di poter dare un aumento di stipendio ad un’altra donna, allora come modello positivo lo farò riconoscendo i valori di mercato di cui parlavo prima.
Penso che ognuna possa avere il coraggio di essere un modello positivo per le altre.
WORKING ROOM:
Solitamente fininiamo questo tipo di interviste, oltre che con i ringraziamenti, chiedendo ai nostri ospiti una loro frase motto che possa essere di ispirazione. Nel caso di Anna faremo un’eccezione, con il dispiacere che i nostri lettori non possano sentire il contagio positivo della risata armonica e energetica di Anna che ci ha accompagnato durante tutta questa intervista, ma proprio dicendo a tutti che spesso una bella risata è l’antidoto migliore per superare ed alleggerire le inevitabili difficoltà del lavoro e che vale più di ogni parola. ©