A tutti capita, più o meno spesso, di provare la fastidiosa sensazione di non essere riusciti a dare il massimo in una situazione impegnativa, di non essere stati all’altezza, di esserci sentiti fuori posto: un colloquio di lavoro, un incontro con il proprio capo, una riunione importante, una richiesta di finanziamento, un discorso in pubblico, un esame, una gara, e così via.
E molto spesso questo tipo di sensazione si traduce in un senso di impotenza, di colpa, di fallimento che rende ancora più difficile affrontare quelle stesse situazioni in futuro.
Questo perché il senso di impotenza blocca ciò che sentiamo, sappiamo, crediamo ed abbatte la nostra sicurezza e la fiducia nelle nostre capacità e possibilità.
A queste conclusioni sono giunti numerosi studi scientifici e da questo tipo di difficoltà parte un libro, scritto da Amy Cuddy, dal titolo “Il potere emotivo dei gesti”, edito da Sperling & Kupfer, che offre una chiave di lettura molto interessante per affrontare queste situazioni e per riconquistare un senso di potere, di fiducia e di sicurezza in sé stessi che Amy Cuddy definisce, in una sola parola, “presenza”.
La presenza può essere un altro modo per parlare della padronanza personale e, secondo la definizione che ne dà la Cuddy nel suo libro è:
“un misto di determinazione e autostima che scaturisce dal credere in sé stessi, dal nutrire fiducia nelle proprie sensazioni, nei propri valori, nelle proprie capacità”.
In questo senso la presenza è una condizione che ci dà il potere di essere all’altezza di momenti impegnativi e che ci spinge ad agire e ad essere proattivi.
 
Quando siamo “presenti” siamo convincenti e siamo sicuri, senza risultare arroganti, ed è una possibilità, quella della presenza, che prescinde dai nostri talenti, dalle nostre competenze, dal nostro livello di specializzazione.
 
Essere “presenti” non è una cosa che riguarda le persone estroverse o carismatiche, ma è una condizione che possiamo provare tutti quando ci sentiamo in sintonia con noi stessi.
La presenza ci conferisce potere personale, ed il potere personale ci porta più vicino al nostro sé migliore, mentre la sua mancanza lo distorce e lo oscura.
Tutti, quindi, possiamo avere “presenza”, ma è anche vero che tutti possiamo perderla, perché, come scrive la Cuddy, di fatto la presenza è uno stato temporaneo e nessuno riesce ad esprimerla tutto il tempo ed in tutte le occasioni.
 
“La presenza non è un “tutto o nulla”: talvolta la perdiamo, ci tocca ricominciare da capo… e va bene così”.
 
La presenza si origina quando crediamo davvero nella nostra storia, fatta di sentimenti, valori, esperienze, convinzioni, capacità e sappiamo raccontarla bene agli altri, senza timore di essere giudicati, senza l’ansia di dover fare una buona impressione, senza la tentazione di pronosticare il peggio.
 
Walt Whitman ha scritto “Convinciamo gli altri con la nostra presenza” e la Cuddy aggiunge che per convincere gli altri dobbiamo prima di tutto convincere noi stessi perché:
“Se noi per primi non confidiamo in noi stessi, come possono farlo gli altri?”
Il bello ed il brutto della presenza è che non possiamo fingere di averla perché si manifesta, essenzialmente, attraverso il linguaggio del nostro corpo: timbro della voce, gesti delle mani, espressioni del volto, movimenti, postura, respiro.
 Quando siamo in una condizione di presenza il nostro linguaggio del corpo trasmette agli altri passione, energia, sicurezza, entusiasmo, fiducia, convinzione. Riusciamo facilmente a guardare gli altri negli occhi, parliamo più lentamente, abbiamo una postura eretta e rivolta verso chi ci sta ascoltando, siamo disposti a lasciare spazio agli altri ascoltandoli con attenzione, non abbiamo paura di fare proposte e non temiamo il giudizio degli altri prendendolo come uno spunto per migliorare i nostri pensieri.
 
D’altra parte, quando non siamo in una condizione di presenza, o quando fingiamo di averla, sia noi che il nostro interlocutore ce ne accorgiamo immediatamente.
Se ci facciamo caso, infatti, in queste situazioni avvertiremo molto probabilmente un senso di disagio segnalato dal nostro corpo: una irrequietezza che non ci fa stare fermi, lo sguardo rivolto altrove, un tono di voce troppo basso o troppo alto, una respirazione affannata o in apnea, una sensazione di tensione muscolare o articolare, una postura chiusa, movimenti con poca energia, il volto teso, una stretta di mano troppo debole o troppo forte, la sensazione che il tempo non stia passando, e così via.
Ed anche se, nonostante tutte queste sensazioni fisiche, cercheremo di convincere il nostro interlocutore scegliendo parole giuste, intelligenti, sicure, entusiaste nella realtà chi ci ascolta percepirà qualcosa di stonato tra il nostro linguaggio verbale e quello non verbale e si accorgerà che non siamo “presenti”.

A pensarci bene ognuno di noi è capace di notare se gli altri hanno “presenza” o meno. Quando guardiamo uno sportivo in azione, un attore, un musicista, tanto per fare esempi fuori dai più classici ambienti di lavoro, quelli che ci convincono, entusiasmano di più sono proprio quelli in cui avvertiamo una grande armonia tra quello che dicono e quello che fanno vedere con il loro corpo. Molto probabilmente avranno dei movimenti fluidi e sicuri allo stesso tempo, uno sguardo fiero, aperto e concentrato, un corpo che esprime forte determinazione ed energia, una voce calda e comprensibile, un respiro profondo.
 
Per riuscire ad allenare la tua presenza il primo passo è quello di accorgerti quando ce l’hai e quando non ce l’hai imparando ad ascoltare le sensazioni del tuo corpo.
Se ti accorgi, attraverso i segnali del tuo corpo, che non sei “presente” sforzati di non giudicarti negativamente. Meglio ricordare, in questi casi, che la presenza non è uno stato permanente e che tutti siamo destinati a provare momenti di disagio perché abbiamo caratteristiche che vorremmo nascondere agli altri o che non ci piacciono e vorremmo eliminare.
 
Cerca poi di riflettere sui motivi che hanno determinato la situazione di disagio che ti impedisce di essere completamente presente:
  • Sei troppo preoccupato di fare una buona impressione?
  • Temi che un giudizio negativo da parte degli altri sarebbe una catastrofe?
  • Pensi che anche questa volta finirai per fare gli stessi errori del passato e quindi dimostrerai di non essere riuscito a cambiare?
  • Non sei convinto di quello che stai facendo e dicendo perché i tuoi sogni, i tuoi valori, i tuoi desideri ti spingono da un’altra parte?
  • Sei vittima della sindrome dell’impostore?
  • Hai delle aspettative troppo alte ed idealistiche?
  • Pensi che nella vita sia tutta una questione di fortuna o di sfortuna e che tu non puoi farci niente?
 
Rispondere a queste domande, anche con l’aiuto di qualcuno di cui ti fidi, può aiutarti a mettere meglio a fuoco la tua storia, quello in cui credi, quello che vuoi essere, quali sono i tuoi punti di forza, quali parole ti descrivono meglio e ti rendono orgoglioso di te, e da questo potrai ripartire per allenare la tua presenza.
 
Potresti anche abituarti a fare qualche piccolo gesto che aiuta il tuo corpo a ri-sintonizzarsi con i tuoi pensieri e le tue emozioni, ad esempio, cercando di fare qualche respirazione profonda o imparando qualche tecnica di meditazione o scrivendo di getto qualche appunto su quello che stai provando o riflettendo su quali sono i momenti nella tua vita in cui tendi a sentirti più a tuo agio (Con chi sei in questi momenti? Cosa fai? Cosa accade intorno a te?).
 
Imparare ad allenare la nostra “presenza” è il miglior regalo che ci possiamo fare per migliorare la qualità della nostra vita, personale e professionale, riuscendo ad essere in sintonia con la nostra storia ed avendo piacere a farla conoscere anche agli altri con ottimismo e dignità.
“Il solo modo di stabilire una fiducia reale con gli altri è essere presenti”.