I regali sono una delle migliori metafore di quanto ogni questione della vita sia sempre una medaglia a due facce, spesso una buona ed una cattiva.
Da un lato il regalo rappresenta qualcosa di piacevole, di affettuoso, di gentile: un segno di attenzione verso l’altro.
Dall’altro lato 
la scelta del regalo può trasformarsi in un vero e proprio incubo con dubbi su cosa regalare, quanto spendere e soprattutto, su come verrà preso il nostro regalo dall’altro.
La questione è ugualmente complessa sia quando pensiamo ai regali per la nostra cerchia di familiari ed amici e sia quando immaginiamo di fare regali a chi compone il nostro network professionale: capi, colleghi, collaboratori, soci, clienti, fornitori, consulenti, etc.
 
Nel lavoro, infatti, molto spesso il regalo ha a che fare, in modo diretto o indiretto, con la dimensione del potere o con quella del “favoritismo” fino ad arrivare al rischio di essere uno strumento di corruzione.
Il regalo può essere una manifestazione narcisistica di potere per chi lo fa, mettendo in una posizione di riconoscenza chi lo riceve; oppure può essere considerato, al contrario, un atto dovuto che segna il potere e l’importanza di chi lo riceve e pone, chi lo fa, in un ruolo di sudditanza.
Il regalo può essere un modo per conquistarsi la benevolenza o il favore di singole persone che hanno un potere decisionale rilevante oppure può essere un modo per ringraziare di favori già ricevuti.
 
Peraltro, proprio nel mondo professionale, per ovviare a questi rischi sono sempre più frequenti alcune prassi “virtuose” relative ai regali tra cui:
 
  • inviare e ricevere mail in cui si informa che, per motivi etici, non possono essere fatti o ricevuti regali per non incorrere nel dubbio che il regalo sia un modo elegante per “comprare” favori professionali dagli altri;
  • chiedere a chi riceve regali aziendali di non prenderli a titolo personale e di riconsegnarli all’azienda che li distribuisce attraverso lotterie o estrazioni di vario tipo;
  • sostituire i regali con donazioni ad enti benefici e ONLUS per cui si può ricevere una mail in cui si scopre di aver adottato, a propria insaputa, un animale in via di estinzione, il mattone di un edificio storico o una pianta da coltivare.
 
Prassi virtuose che possono essere aggirate, ad esempio, inviando o facendosi inviare i regali a casa, oppure, più meschinamente, nascondendo velocemente i regali ricevuti per non doverli riconsegnare all’azienda.
 
L’effetto “incubo” dei regali di Natale prosegue anche con quelli di piccolo valore che, nella maggior parte dei casi, riempiono la casistica di quelli inutili, improbabili e destinati facilmente al cestino: agende, calendari, penne, piccoli gadget, etc.
Nella maggior parte dei casi l’impressione è che siano regali “buttati lì”, che si devono fare, ma che non sono stati tanto pensati per i reali destinatari.
In questo senso il regalo, soprattutto se riferito alla dimensione lavorativa, diventa molto spesso un segno di potere, di dovere, di ipocrisia o di sudditanza.
Ma c’è un modo per evitare questi rischi e questi stereotipi e rendere il regalo una occasione per fare davvero qualcosa di buono, e di utile a livello professionale, sia per chi lo fa che per chi lo riceve?
La risposta potrebbe essere positiva, ma solo se si decide di assumere una posizione un po’ trasgressiva rispetto ai regali.
 
La prima trasgressione è di passare da una dimensione materiale ad una immateriale dei regali.
 
La seconda trasgressione è di pensare a regali utili al clima organizzativo invece che a regali che appartengono al regno del superfluo.
 
La terza trasgressione è di dedicare un tempo di qualità ai regali piuttosto che un tempo frettoloso e finalizzato a “togliersi il pensiero”.
 
La quarta trasgressione è di considerare il regalo un’occasione per stare in relazione con gli altri in una maniera più attiva e capace di far emergere meglio qualcosa sia di noi stessi che degli altri.
 
Assumendo queste prospettive ognuno potrebbe pensare di fare ai capi, colleghi, collaboratori alcuni regali del tipo:
 
  • una sincera ed attenta lettera, o mail, di feedback in cui dire, con parole concrete ed esempi realmente accaduti, cosa abbiamo apprezzato dell’altra persona durante l’ultimo anno di lavoro o cosa abbiamo imparato dall’altro e di cui siamo grati;
  • l’offerta di un certo numero di ore del proprio tempo da dedicare all’altro per dargli supporto, formazione, sostituzione;
  • una lista di buone idee da poter sviluppare insieme nel futuro;
  • una raccolta di immagini, grafici, parole chiave, aneddoti, etc. che sintetizzano l’anno di lavoro passato insieme e ne fanno memoria per il futuro;
  • il bonus per il “giorno del piumone” in cui dare autorizzazione all’altro a stare a casa senza un motivo fondato, se non per il piacere di rimanere sotto le coperte;
  • la sanatoria per un conflitto in corso, come una sorta di amnistia professionale.

Non sono regali “buonisti”, ma sono regali che possono avere un effetto molto positivo sul clima organizzativo e che dimostrano una reale attenzione e considerazione nei confronti degli altri.
 
Sono regali che richiedono uno sforzo, un impegno, una grande consapevolezza dei propri ed altrui limiti e pregi.
 
Sono regali che non si possono impacchettare, ma che si possono “capitalizzare”, cioè che possono portare dei benefici nel lungo periodo.
Sono regali che non hanno un costo monetario, ma hanno sicuramente un costo emotivo.
 
Sono regali che non sono una manifestazione di potere, ma sono una manifestazione di collaborazione.
 
Sono regali etici, ma che hanno anche un profondo valore professionale e motivazionale.
 
Come sarebbe il mondo del lavoro se ci si iniziasse a scambiare questo tipo di regali, imparando a farlo con i propri colleghi?