La mia personale statistica è questa: in 9 colloqui su 10 che faccio, siano essi colloqui di selezione, o colloqui di altro genere che mi ha richiesto espressamente la persona (richieste di aumenti di stipendio, richieste di feedback, lamentele, richieste di cambiamento di ruolo, etc.), quando chiedo se la persona si è preparata per affrontare il colloquio la risposta è sempre del tipo “assolutamente no!” accompagnata da uno sguardo o da gesti che sottolineano come la persona ritenga che la preparazione sia quasi sconveniente.
Quando chiedo spiegazioni di tanta avversione verso la preparazione del colloquio, le persone mi rispondono sostanzialmente che ritengono che prepararsi possa compromettere la loro spontaneità che spesso viene intesa anche come autenticità.

Le frasi di risposta sono del tipo: “perderei di spontaneità”; “non voglio lasciarmi influenzare prendendo informazioni sulla azienda (prima di un colloquio di selezione)”; “penso che sia meglio rispondere di istinto per far capire chi sono veramente”; “non ho bisogno di prepararmi perché l’importante è essere me stessa”; “devo parlare di me quindi so cosa dire e non ho bisogno di pensarci”, etc..
Dopo aver ascoltato una di queste frasi la mia contro risposta è quasi sempre la stessa e dico: “ma lei pensa che un atleta, ad esempio, o un cantante, o un attore non si preparano prima di affrontare una competizione o di andare in scena?”.
Sono profondamente convinta che
le persone davvero brave nel loro campo sono persone che si preparano molto, e su tutto quello che fanno, e che la preparazione non c’entri nulla con la autenticità e la spontaneità
Mi sono sempre sorpresa del fatto che nel mondo del lavoro le persone non si rappresentino che prima di affrontare un colloquio di lavoro, un incontro, una riunione, un incarico nuovo sia importante capire come prepararsi e “fare le prove”.
L’autenticità è un concetto che ha a che fare principalmente con il tenere fede ai propri valori, ma senza per questo perdere in flessibilità, apertura mentale, curiosità e senza rinunciare alla preparazione.
Si può essere spontanei, autentici e preparati allo stesso tempo!
Un altro fraintendimento che riscontro spesso a proposito del concetto di autenticità riguarda le persone che pensano che, nel rispetto della loro spontaneità, sia doveroso essere estremamente sinceri e istintivi nel momento in cui parlano con gli altri.
Sono persone che, con un certo orgoglio, possono pronunciare frasi del tipo: “sono me stesso perché dico sempre quello che penso”, oppure “per essere fedele a se stessi bisogna essere sempre sinceri con gli altri”, oppure “è importante dire sempre quello che penso, anche se all’altro potrebbe non piacere”, oppure “fa parte del mio carattere essere sempre sincero”, oppure “la trasparenza è un valore importante e per questo devo sempre dire quello che penso”.
Anche in questo caso questo tipo di persone ritiene che il rispetto della loro autenticità passi dal fatto di non misurare o selezionare le parole, a costo di ferire gli altri o di dire cose che poi si ritorceranno contro, o di mettersi troppo a nudo esponendosi a valutazioni controproducenti.

Spesso mi capita anche di incontrare persone che, nel raccontare i propri pregi e difetti, dichiarano che il loro peggior difetto è la sincerità, perché hanno avuto anche delle situazioni negative a causa di quello che hanno detto, ma che, nonostante tutto, ribadiscono che per loro è essenziale continuare ad essere sinceri ritenendo, sotto sotto, che tale sincerità sia un elemento positivo, e non negativo, come dichiarano a proposito dei loro difetti.
In realtà penso che l’essere adulti e maturi passi anche dal fatto di riuscire a calibrare le parole da dire mettendosi anche nei panni degli altri ed evitando di dire cose che possono essere controproducenti per se stessi o per gli altri.
E’ una competenza comunicativa riuscire a valutare cosa sia opportuno dire, come dirlo e quando dirlo tenendo a bada la propria irruenta e autentica spontaneità!
Un terzo fraintendimento, a proposito del concetto di autenticità, riguarda quello che accade quando ci vengono proposti nuovi incarichi al lavoro ed è un problema che, nella mia esperienza e negli studi che ho letto, riguarda molto più spesso il genere femminile ed ha a che fare con il tema della preparazione.
Molte persone ritengono che possono accettare un nuovo incarico solo se sono già preparate per poterlo assumere, altrimenti si sentirebbero degli impostori che rinnegano la propria autenticità.
Le persone mi dicono “non posso accettare l’incarico perché non sono preparata” oppure “non posso farlo perché non l’ho mai fatto”, oppure “per essere onesta devo dire che non ho mai fatto una cosa del genere e quindi non penso di essere adatta”.

In questi casi la riflessione che tento di far fare alle persone è che ogni cambiamento, ogni avanzamento di carriera, ogni nuovo progetto, ogni nuovo lavoro implica necessariamente una novità a cui nessuno potrà dirsi realmente ed interamente preparato. La scommessa che va fatta in questi casi è, paradossalmente, sulla nostra capacità di “fingere”, sulla nostra capacità di “imparare”, sulla nostra capacità di “utilizzare le competenze altrui” al posto di quelle che ci mancano, sulla nostra capacità di “imitare” gli altri, sulle nostre doti di “camaleonte” necessarie per adattarsi progressivamente alla novità.
Essere troppo fedeli alla propria idea di autenticità rischia di farci rimanere nella nostra “comfort zone” mentre
facciamo carriera, riusciamo a crescere professionalmente a cambiare la nostra situazione lavorativa solo se usciamo dalla nostra comfort zone!
Riusciamo ad evitare la trappola ed i paradossi della autenticità solo se assumiamo un atteggiamento più leggero e flessibile rispetto alla nostra idea di identità.

L’identità è un concetto dinamico, evolutivo e non fisso, immobile.
Cresciamo come persone solo se accettiamo di essere in perenne apprendimento 
e lo siamo davvero solo se siamo disposti a rinunciare, a volte, ad una stretta aderenza alle nostre convinzioni, ai nostri valori, ai nostri schemi per esplorare nuove possibilità e per sperimentare nuove strade.
Questo non vuol dire essere “sempre” camaleonti, ma vuol dire imparare anche a capire quando è più utile, per noi stessi e per gli altri, riuscire a fare i camaleonti e come farlo in concreto, ad esempio imitando gli altri, fingendo, facendo prove, che sono tutti modi per imparare e non hanno nulla a che fare con il rinnegare la propria autenticità.
 
Una studiosa che ha approfondito in molti libri questo tema del paradosso della autenticità è Herminia Ibarra ed a lei lascio l’ultima frase:
"A volte essere completamente e autenticamente se stessi è la cosa peggiore da fare” (Herminia Ibarra)