Sarei pronta a scommettere che le parole “compassione” e “autocompassione” siano per la maggior parte delle persone parole che rimandano a qualcosa di molto lontano dal proprio lavoro e di sicuro non sono, e non potranno essere, di alcun aiuto per risolvere i problemi che le persone hanno rispetto al lavoro.

Anzi, per molti sono parole quasi da evitare, perché potrebbero essere associate a debolezza, fragilità, dimostrazione di difficoltà di cui altri si accorgono e verso cui, al massimo, mostrano una sorta di pietà o di commiserazione nei nostri confronti. 

Mostrarsi auto compassionevoli, per alcuni, vuol dire, in fondo, rischiare anche di essere troppo benevoli verso se stessi, troppo morbidi verso i propri errori, in un mondo ed in una cultura in cui sembra che i vincenti sono quelli che si mantengono inflessibili rispetto alle difficoltà, che non fanno errori (o che quantomeno non li lasciano trasparire agli altri), che sono severi con se stessi senza perdonarsi nulla.

Al contrario ci sono molte persone che mostrano una certa implacabile tendenza verso la “auto flagellazione” con effetti devastanti, a catena, sulla propria autostima.
Se dovessi dare una mia personale statistica, nel 60% dei casi, che arriva a sfiorare l’80%, se i miei clienti sono donne, i primi dieci minuti di una sessione di consulenza individuale sono investiti nel sentir parlare la persona di quali e quanti errori ha commesso e di quanto siano gravi questi errori e di quanto siano imperdonabili anche per la loro ripetitività nel tempo. Il tutto condito con aggettivi giudicanti e poco lusinghieri nei propri confronti: “sono sempre la solita”, “non sono capace”, “mi sono fatta fregare un’altra volta”, “questa volta l’ho combinata grossa”, “non ce la faccio più”…..

Per questo motivo uno dei lavori che più frequentemente mi trovo a fare durante le sessioni di consulenza individuale è proprio quello di dimostrare, innanzitutto, compassione e poi di aiutare la persona ad 
allenarsi alla autocompassione cercando di far comprendere quanto questa competenza sia essenziale per stare bene con il proprio lavoro.

Quali sono le reazioni più frequenti ai problemi?

Il mondo del lavoro si divide in tante categorie di persone che reagiscono in modi molto differenti a situazioni e problemi. 
In particolare, quando ci si trova di fronte ad un problema, e magari si scopre di aver fatto un errore, le reazioni più frequenti possono essere queste:
 
  1. chi cerca di dare la responsabilità o la colpa del problema e dell’errore a qualcun altro o al contesto o chi nega l’esistenza dell’errore o del problema (persona con probabile alta autostima e/o bassa autocompassione);
  2. chi si colpevolizza per l’errore e si mette in una posizione di vittima da punire (persona con  bassa autocompassione)
  3. chi riconosce e si assume la responsabilità dell’errore e cerca di capire come rimediare in futuro magari parlando e chiedendo aiuto anche ad altri (persona con alta autocompassione e probabile alta autostima).
 
Le prime due reazioni, statisticamente peraltro anche le più frequenti, sono in realtà quelle più disfunzionali sia alla reale comprensione e risoluzione del problema che alla prevenzione dello stesso nel futuro perché non consentono alla persona di generare alcun apprendimento.
 
La terza reazione, quella di chi possiede una alta autocompassione, permette alla persona di assumersi le proprie responsabilità, ma anche di agire con maggiore lucidità rispetto alle possibili soluzioni senza perdersi in inutili vittimismi e sensi di colpa.
Come si è capito dagli esempi 
l’autocompassione è qualcosa di diverso dalla autostima 
sebbene alcune ricerche sembrano attestare una correlazione positiva per cui le persone che hanno un alto livello di autocompassione tendono a crescere nel loro livello di autostima perché si riconoscono la possibilità di rimediare agli errori e di migliorare le proprie competenze.
 
In fondo avere compassione di sé significa avere il coraggio di guardarsi per quello che si è, accettarsi per quello che si è, nel bene e nel male, e questo tipo di consapevolezza è il primo, serio, indispensabile passo per migliorarsi.
“Uno dei più grandi paradossi dell’esperienza umana è che non possiamo cambiare noi stessi, o il nostro contesto, finché non accettiamo la nostra condizione attuale”.

Cos'è l'autostima

L’autostima indica che la persona ritiene positivamente di possedere alcune competenze in relazione a quelle di altri, quindi è un concetto che nasce da un confronto con gli altri.

Cos'è l'autocompassione

L’autocompassione indica che la persona è in grado di trattare se stessa, in una situazione difficile, nella stessa maniera, con la stessa cura, attenzione, comprensione, incoraggiamento, con cui tratterebbe un’altra persona a lei cara, quindi è un concetto che nasce dal rapporto intimo che si ha con se stessi.

Quali comportamenti mette in campo chi ha un'alta autocompassione?

Le persone con alti livelli di autocompassione tendono a mettere in campo quattro comportamenti prevalenti:
 
1. non giudicano i loro errori e fallimenti;
2. riconoscono che questi errori e fallimenti sono, in realtà, una parte inevitabile dell’essere “umani” e quindi imperfetti;
3. accettano di stare male per il dover constatare di aver fatto degli errori, ma riescono a fare in modo che questo stato non diventi pervasivo di tutto e non gli faccia perdere lucidità rischiando di pensare che se “hanno” fatto un errore allora “sono” essi stessi un errore;
4. gli scatta molto presto la voglia di migliorarsi, di imparare qualcosa di nuovo per evitare il ripetersi dell’errore.
In sostanza
avere una alta autocompassione è il primo passo per sviluppare una visione più realistica dei propri punti di forza e di debolezza e per riuscire ad adottare una mentalità di crescita.
Ormai diversi studi universitari sembrano attestare con chiarezza che, in tutti i lavori, per fare carriera, per avere più soddisfazione e per riuscire a fare un lavoro più in linea con le proprie capacità, valori ed interessi quello che conta non è tanto (o solo) la determinazione, il duro lavoro e la forza di volontà quanto (e soprattutto) la autocompassione che riesce anche a liberare una serie di ormoni positivi, quali l'ossitocina, che ci aiutano a stare meglio ed a sviluppare resilienza.
 
Molte, troppe persone, confondono ancora l’autocompassione con l’essere buoni e indulgenti verso se stessi. Molti di noi pensano ancora che se non manteniamo un atteggiamento severo, prima di tutto verso noi stessi, rischiamo di perdere la grinta, la voglia di fare, la capacità di competere in un mondo duro ed aggressivo.
 
In realtà è vero tutto il contrario: 
 
  • più impariamo a trattare noi stessi come vorremmo essere trattati dagli altri;
  • più abbiamo il coraggio, ma anche l’umiltà, di accettare che i nostri errori e fallimenti sono semplicemente “umani” e che ci mettono in contatto con tutti gli altri;
  • più prendiamo la giusta distanza da quello che ci succede e sviluppiamo lucidità sulle soluzioni invece che investire energie a giudicare o biasimare;
  • più impariamo a mettere le cose negative in una prospettiva di apprendimento e di cambiamento
 
e più riusciamo ad andare avanti nel nostro lavoro ed a superare i problemi e gli errori sviluppando nuove competenze.
L’autocompassione è una competenza che si può sviluppare e riuscirci è come avere sempre un buon coach al proprio fianco!