Ognuno di noi ha, ovviamente, una propria personale idea rispetto ai colleghi con cui si trova a lavorare. Nella maggior parte dei casi non possiamo scegliere i nostri colleghi e dobbiamo riuscire a collaborare con loro anche se non condividiamo pienamente alcuni obiettivi, valori, modi di pensare e di fare.
 
Ognuno ha ben chiaro chi sono i colleghi “cattivi”, quelli con cui ama meno lavorare, e chi sono i colleghi “preferiti”, quelli con cui sembra tutto più facile.
 
D’altra parte
non so quanto ognuno di noi si ponga l’obiettivo di essere davvero un buon collega per gli altri
e quanto cerchi di capire se il modo in cui viene percepito dagli altri lo rende o meno un buon collega.
Per “buon collega” intendo una persona che riesce a dare un contributo positivo in termini di crescita del capitale sociale
dove per capitale sociale intendo il livello di fiducia, di capacità di comprendersi e di capacità di lavorare insieme.
 
Quindi un buon collega è una persona che, attraverso il lavoro che svolge, individualmente e con gli altri, aiuta ad aumentare il valore del capitale sociale di un’organizzazione, quindi fa sentire i propri colleghi:
 
  • più fiduciosi, ad esempio sulla possibilità di riuscire ad affrontare come gruppo problemi nuovi o complessi;
  • più compresi, quindi più tranquilli del fatto che quello che dicono, sia a livello di contenuti che di linguaggio, è compreso, cioè ascoltato e tenuto in considerazione;
  • più disponibili a lavorare insieme sia a livello di quantità che di qualità di lavoro.
 
Indipendentemente dal fatto che ognuno di noi abbia o meno l'obiettivo individuale di essere un buon collega per gli altri, è comunque vero che il modo in cui percepiamo noi stessi sarà diverso dal modo in cui ci vedono gli altri, nel bene e nel male.
 
Questo vuol dire che
potremmo trovarci nella condizione di pensare di essere dei buoni colleghi e poi scoprire che gli altri non ci vedono proprio così, in tutto o in parte.
Potremmo scoprire di essere dei colleghi fastidiosi o peggio cattivi “a nostra insaputa” perché mettiamo in campo dei comportamenti e degli atteggiamenti che non favoriscono il miglioramento del clima organizzativo e l’incremento di valore del capitale sociale.
 
Su questo tema ho letto di recente un articolo di Heidi Grant Halvorson, pubblicato sulla Harvard Business Review, dal titolo “Signs you might be a toxic colleague” (Segnali che potresti essere un collega tossico), che mi ha molto incuriosita perché tratta l’argomento andando oltre i più classici stereotipi su chi sia o meno un cattivo collega e facendo venire qualche dubbio a tutti noi.
 
In genere abbiamo definizioni abbastanza semplicistiche su chi siano i cattivi colleghi.
La maggior parte potrebbe dire che sono quelli arroganti, offensivi o rudi nei modi; quelli incompetenti, pigri, ritardatari, lenti o lamentosi; quelli egoisti, che si mettono in mostra, molto competitivi o peggio che “rubano” il lavoro o i meriti degli altri, e così via.
 
Tutto vero! Coloro che hanno queste caratteristiche sono indubbiamente dei colleghi difficili, se volessimo usare solo un eufemismo.
 
Ma ci sono anche altri modi, che potrei definire più subdoli, che possono rendere molto più spesso di quello che pensiamo ognuno di noi un potenziale “cattivo collega”.
 
La Halvorson si concentra essenzialmente su tre aspetti, tutti accomunati dal fatto che potrebbero essere anche una modalità che le persone mettono in atto pensando che sia positiva, e che li renda più autorevoli come colleghi agli occhi degli altri, senza immaginare, invece, di produrre esattamente l’effetto opposto.

Voler apparire una persona molto competente

Ci sono persone che ritengono che, per essere considerati dei buoni colleghi, devono dimostrare di essere molto competenti. Il risultato è che si concentrano soprattutto su mettere in campo e dimostrare la loro competenza tecnica ed il loro talento, senza dedicare attenzione a creare un clima empatico con gli altri colleghi. Ci sono, addirittura alcuni che possono pensare che dimostrare un atteggiamento troppo aperto, amicale, sia una minaccia alla propria immagine di professionalità e quindi, anche se nel loro intimo sono persone empatiche ed affettuose, tendono a tenere sotto controllo questo aspetto del loro carattere per la paura di essere valutate negativamente.
Nella realtà le persone troppo concentrate sulla propria competenze rischiano anche di prendere e di prendersi troppo sul serio e di creare una sensazione di distanza rispetto agli altri.
Mostrare, al contrario, un atteggiamento più aperto, solare, di ascolto generoso verso gli altri fa sentire i colleghi più tranquilli, con il risultato che saranno anche più disponibili alla collaborazione.

Voler apparire una persona che riesce a fare tutto da sola

Anche in questo caso l’intenzione che sottende questo atteggiamento potrebbe essere positiva, ma nella realtà può essere fraintesa dagli altri colleghi e valutata negativamente.
Una persona che fa tutto da sola in fondo, più o meno consciamente, sta anche dicendo agli altri che non ha bisogno di loro, mentre il valore della collaborazione nasce proprio dal riconoscimento che il risultato finale che possiamo ottenere lavorando, anche insieme agli altri, è probabilmente superiore a quello che otterremmo facendo tutto da soli, perché è più ricco di contributi, idee che provengono anche dagli altri.
Si potrebbe essere visti come persone poco umili, oppure con un senso di responsabilità talmente spiccato da rischiare la sindrome del salvatore o quella del delirio di onnipotenza. In ogni caso tutti fenomeni che allontanano le persone invece di avvicinarle.
In questo caso il paradosso che si crea è che la persona che fa tutto da sola pensa di essere un ottimo collega per gli altri perché lavora tanto e non chiede mai nulla, mentre genera l’impressione di essere troppo concentrata su se stessa, troppo sicura di sé, magari anche con l’ipotesi che faccia tutto questo per mettersi in mostra.

Voler apparire una persona molto seria e rigorosa

Indubbiamente le regole hanno un ruolo fondamentale nelle organizzazioni perché rendono possibile la collaborazione favorendo l’adesione e la concentrazione di tutti rispetto ad alcuni criteri, metodi, principi condivisi.
D’altra parte assumere che le regole vadano sempre rispettate, e farsi paladini di questo tipo di rispetto, può trasformarci in un cattivo collega.
Una delle competenze sicuramente importanti da sviluppare, al contrario, è proprio quella della flessibilità che vuol dire capacità di valutare, di volta in volta, quali regole applicare o come deviare dalla loro applicazione trovando una soluzione accettabile per l’organizzazione.
Le persone troppo attente al rispetto delle regole rischiano anche di essere viste come troppo conservative, poco propense al rischio, laddove in diversi casi la propensione al rischio è essenziale per il miglioramento e la soluzione di problemi.
E tu hai mai corso il rischio di essere un cattivo collega a tua insaputa?