Da molti anni, quando mi chiedono che lavoro faccio, rispondo che “aiuto le persone e le organizzazioni a cambiare”, con il sottotitolo che l’ambito a cui mi riferisco è quello lavorativo e che l’auspicio è che i cambiamenti siano per il meglio.
Tutto il progetto Working room nasce proprio dal desiderio di fornire alle persone stimoli, idee, consigli pratici per cambiare, in meglio, la propria vita lavorativa.
Dopo tanti anni di esperienza, di tentativi, di successi, di resistenze e di fallimenti, su me stessa e con gli altri, sono giunta ad alcune conclusioni:
  • nessuno può farci cambiare, a meno che non siamo noi a volerlo avendo le idee chiare su quello che davvero desideriamo cambiare perché pensiamo che questo cambiamento possa farci stare meglio;
  • vedo tante persone bloccate, imprigionate dalla difficoltà di cambiare e che rischiano di accumulare rimorsi rispetto a quello che avrebbero potuto essere, ad esempio nel lavoro, e che non sono riuscite a diventare;
  • in fondo quando vogliamo cambiare qualcosa nella nostra vita, o quando desideriamo che qualcosa cambi nell’ambiente in cui viviamo e lavoriamo, la questione riguarda essenzialmente il dover cambiare alcune nostre convinzioni e soprattutto i nostri comportamenti diretti, reali e quotidiani;
  • riuscire a definire, ed attuare, cambiamenti comportamentali, che siano contemporaneamente positivi e duraturi nel tempo, è una sfida difficile per tutti: giovani e meno giovani, persone con livelli alti o bassi di istruzione, soggetti motivati e demotivati, individui con le idee chiare o confusi, e così via;
  • non esiste un’unica ricetta valida sempre e per tutti, e una parte della sfida è proprio di riuscire a trovare il metodo e l’approccio più adatti alla specifica fase della vita che stiamo attraversando o al tipo di cambiamento che vorremmo realizzare o al modo personale in cui pensiamo ed agiamo;
  • per aumentare le probabilità di successo è meglio mettere in conto che: ci vuole tempo ed impegno personale; è saggio trovare alleati o chiedere aiuto; si impara a cambiare facendo tentativi pratici; i cambiamenti duraturi richiedono un allenamento costante.

Proprio perché non esiste un metodo unico e universalmente valido per favorire i cambiamenti comportamentali sono costantemente alla ricerca di consigli, libri, esperienze, confronti che possano essere di esempio, per me e per gli altri, fornendo spunti, suggerimenti, idee, ispirazioni.
Recentemente ho letto un libro di indubbia utilità, scritto da Marshall Goldsmith, che parte da una domanda molto semplice:
 
Qual è il più grande cambiamento comportamentale che tu abbia mai realizzato?
Leggendo questa domanda è capitato anche a me quello che Goldsmith descrive come una delle reazioni più comuni, cioè di pensare immediatamente a tutta una serie di comportamenti che da anni vorrei acquisire e che ancora non riesco ad attuare, dal fare esercizio fisico con regolarità all’essere meno severa verso me stessa e gli altri, tanto per citare due semplici esempi.
 
Il libro di Goldsmith, dal titolo “Triggers, innescare il cambiamento interiore”, edito da Franco Angeli, ha il pregio di accompagnare, in un chiaro percorso di riflessione e di azione, le persone che sono desiderose di introdurre cambiamenti comportamentali positivi nella loro vita.
 
Prima di riuscire a suggerire dei modi per cambiare è necessario, però, riflettere su quali sono i principali ostacoli ai nostri cambiamenti. Ostacoli che rientrano essenzialmente in due categorie:
  • ostacoli ambientali, quindi esterni a noi;
  • ostacoli interiori, quindi derivanti dalle nostre convinzioni.

Questo primo articolo è dedicato a riflettere sugli ostacoli interiori. Goldsmith ne individua diversi che io ho integrato anche sulla base della mia esperienza personale e professionale.
Concordo con Goldsmith nel dire che
 
“siamo dei veri e propri maestri nell’arte di accampare scuse per evitare il cambiamento”
e così facendo diventiamo i primi “sabotatori” dei nostri obiettivi, molto spesso senza neanche esserne consapevoli, perché le “scuse” ci vengono istintive e pensiamo che siano assolutamente innocue.
 
La maggior parte delle scuse rimandano a convinzioni interiori che abbiamo rispetto a noi stessi o all’ambiente in cui viviamo e lavoriamo.  Gli esempi sono davvero numerosi e molti sono delle vere e proprie frasi che ho sentito spesso nominare da chi stava tentando di cambiare qualcosa:

Se non mi viene spontaneo allora non vale

Molti pensano erroneamente che i comportamenti, per essere autentici, debbano essere spontanei, naturali, istintivi. Nella realtà tutti i nostri comportamenti sono frutto di un apprendimento che vuol dire allenarsi, sforzarsi, ripetere, trovare un metodo.

Ho capito tutto

Quando leggiamo un articolo, sentiamo qualcuno parlare e darci un consiglio, molto spesso ci viene da pensare che sono cose che sapevamo già, che fanno parte del buonsenso e che, quindi, è facile metterle in pratica. Ci illudiamo che capire qualcosa significa automaticamente saperla fare, ma nella realtà non è affatto così. Sarebbe come dire che basta leggere una ricetta di cucina per diventare un bravo chef.

Non ho bisogno di aiuto

Molti pensano che, in fondo, solo i deboli hanno bisogno di aiuto. Si è bravi e forti se si riesce a fare tutto da soli, mentre nella realtà l’umiltà è uno dei requisiti più importanti per realizzare cambiamenti duraturi.

Oggi è un giorno speciale

Questa è la più classica e diffusa delle scuse. C’è sempre un buon motivo per definire una giornata “particolare” e quindi per autorizzarsi a derogare dal proprio obiettivo di cambiamento rimandandolo a domani…

Almeno sono meglio

Quando non stiamo riuscendo nel nostro intento di cambiare ci viene subito spontaneo cercare qualche esempio cui appellarci per dire che almeno siamo migliori di qualcun altro e questo ci fa “accontentare” e spesso bloccare rispetto ai nostri obiettivi di cambiamento.

Basta la forza di volontà

Soprattutto le persone che hanno una grande forza di volontà tendono a pensare che sia inesauribile mentre anche la volontà, come tutte le forze, si esaurisce nel tempo e va rigenerata. Peraltro molti tendono a sovrastimare la dose di volontà che posseggono ed a sottovalutare il fatto che l’ambiente esterno può compromettere questa nostra forza in tanti modi.

Atto magico

Questa è una variante della spontaneità. Sogniamo o pensiamo che i cambiamenti avverranno quasi per magia, magari ci sarà un evento che li farà accadere: un nuovo lavoro, la nascita di un figlio, cambiare città, un incontro casuale che renderanno istantaneo un nuovo comportamento da parte nostra e trasformeranno la nostra vita. Praticamente la stessa probabilità che vincere la lotteria!

C'è tempo

La maggior parte delle persone tende a sottovalutare il tempo che è necessario per fare qualcosa o a pensare che il tempo sia una risorsa infinita che possiamo espandere al bisogno. Entrambe queste convinzioni provocano il paradosso di farci temporeggiare e quindi di “perdere tempo” invece di utilizzarlo per i nostri cambiamenti.

Tanto non serve a nulla

I pessimisti possono tendere a pensare che un singolo cambiamento non serva a nulla perché tutto il resto non va bene e quindi è inutile tentare di cambiare. Tendenzialmente sono anche persone che vedono tutto “bianco o nero” o dei perfezionisti che ritengono che fino a quando non si raggiunge la meta finale niente ha valore.

Non ci saranno imprevisti

Difficilmente mettiamo in conto che la nostra strada per il cambiamento sarà costellata da imprevisti che dovremo gestire. Questa “dimenticanza” rischia di far si che quando incontriamo l’imprevisto lo vediamo come un fastidio, un’ingiustizia, un problema insormontabile, il segno che non possiamo andare avanti e ci blocchiamo nel nostro percorso di cambiamento.

Basta l'impegno

Molti sono convinti che l’impegno sarà sempre premiato e rimangono fortemente delusi quando si rendono conto che non è così e che l’impegno è solo uno degli ingredienti che servono per cambiare.

Se fallisco è una vergogna

Siamo talmente preoccupati delle possibili conseguenze negative di un fallimento che evitiamo di iniziare, evitando così la vergogna rispetto a possibili giudizi negativi, soprattutto degli altri.

Inizia tu

Spesso abbiamo voglia di cambiare, ma siamo anche convinti che debbano essere gli altri a dare il buon esempio: il nostro capo, un collega, il partner, un amico e così via. Pensiamo che partire noi per primi sia una forma di ingiustizia o di debolezza ed aspettiamo o pretendiamo che il cambiamento parta dagli altri che hanno più problemi di noi.

So quello che sto facendo

Siamo convinti di essere i migliori giudici di noi stessi e di poter capire da soli se quello che stiamo facendo per cambiare vada bene o meno. Nella realtà ognuno è un pessimo giudice di se stesso e sbagliamo in eccesso o in difetto nelle valutazioni che abbiamo di noi stessi.

Se riesco a cambiare allora ho finito

Quando riusciamo a mettere in campo un nuovo comportamento per la prima volta pensiamo di aver raggiunto il traguardo e che possiamo fermarci o andare quantomeno in discesa perché tutto verrà naturale e saremo in grado di ripetere quel comportamento. Nella realtà se non continuiamo ad impegnarci e ad allenarci, anche un cambiamento positivo non sarà duraturo.

Non avrò più problemi

Quando siamo concentrati su un determinato cambiamento pensiamo che, una volta realizzato, questo sarà la chiave per risolvere tutti i nostri problemi e che non ce ne saranno altri. Nella realtà sarebbe molto saggio mettere in conto che un cambiamento porta molto spesso nuovi problemi da dover gestire. Ogni volta che cambiamo perdiamo qualcosa in favore di qualcos’altro ed anche questo è da tenere presente.

Tanto nessuno se ne accorge

Pensiamo che se sgarriamo da qualche nostro comportamento nessuno se ne accorgerà e quindi ci autorizziamo a derogare, con il rischio che la deroga ci faccia allontanare seriamente dal nostro percorso.

Il primo passo per introdurre cambiamenti comportamentali positivi e duraturi nel tempo è quello di riconoscere ed essere consapevoli delle scuse che mettiamo in campo, così da poterle gestire ed evitare che agiscano come “sabotatori” dei nostri obiettivi.
 
E tu in quale scusa sei un maestro?