Quanto sei capace di esprimere il tuo disaccordo al lavoro?
e
Che rapporto hai con la parola “disaccordo”?
Si tratta di una parola che significa mancanza di accordo, quindi di armonia, concordanza, concordia (fonte Treccani) e pertanto implica: attrito, controversia, divergenza, discordia, dissidio.
 
Tutti termini negativi che molte persone tendono ad associare ad un’altra parola, spesso ancora più complessa da gestire: “conflitto”.
 
Esprimere il proprio disaccordo, o ricevere una attestazione di disaccordo da parte di qualcuno, può, infatti, facilmente innescare il timore di un conflitto. E nel conflitto, così come siamo abituati a pensare, c’è sempre un vincitore ed un perdente e ci sono tanti aspetti emotivi da considerare.
 
Se dico al mio capo che non sono d’accordo con una sua decisione posso temere che avrò delle ripercussioni negative”.
 
“Se lo faccio con un collega che è più aggressivo di me, oppure che è permaloso, rischio che mi aggredisca o ci rimanga male, e questo danneggerà la nostra collaborazione”.
 
“Se dico che non sono d’accordo con qualcosa o qualcuno verrò preso come un rompiscatole o uno poco flessibile, o poco disponibile”.
 
“Se esprimo il mio disaccordo, e poi scopro di avere torto, mi sentirò un incapace”.
 
“Se dico che non sono d’accordo, e poi non si fa come dico io, allora sarò un perdente”.
 
Questi sono solo alcuni dei possibili pensieri che, ne sono sicura, molte persone possono avere prima di esprimere il proprio disaccordo, con due possibili risultati:
  • o non esprimono il proprio disaccordo;
  • o lo fanno in una maniera tale da candidare, molto facilmente, quel disaccordo ad una situazione di conflitto (come una delle più classiche profezie auto avverantisi).
 
E’ un problema comune a tutti, ancora più frequente nei giovani ed in molte donne. I giovani, spesso, non si autorizzano a dire la propria opinione, se in disaccordo con quella corrente, anche per insicurezza. Molte donne perché ancora dominate da un ideale della armonia in cui il conflitto è visto come qualcosa di negativo, aggressivo, minacciante.
 
In realtà
il rapporto che abbiamo con il “disaccordo”, espresso da noi o ricevuto da altri, è complesso quasi per tutti
ed una dimostrazione indiretta sono i numerosi studi scientifici che attestano che la maggior parte delle persone, anche e forse soprattutto nei luoghi di lavoro:
 
  • tende a ricercare persone che ritiene simili a sé, e con cui quindi è minore la probabilità di essere in disaccordo (persone che pensano come noi, che hanno la nostra stessa visione del mondo, magari la stessa estrazione culturale, o lo stesso carattere, etc.);
  • oppure tende a evitare di esprimere un proprio parere in disaccordo, a meno che non si senta in una posizione di “potere” rispetto all’altro che autorizza a far prevalere il proprio disaccordo su quella persona.
 
Dietro questi comportamenti c’è proprio un ideale di armonia, di concordia, di “essere simili”, che illusoriamente pensiamo vincente, per noi stessi e per gli altri, ma che, nella realtà, spesso ci spinge ad assumere una posizione nel nostro lavoro in cui rischiamo di:
 
  • essere considerati come quelli che non hanno mai una propria opinione, idea, proposta;
  • essere sempre dipendenti dagli altri e poco autonomi, proattivi, etc.;
  • tradurre la mancata espressione del nostro disaccordo come rabbia nei nostri confronti (“non ho avuto il coraggio di dire la mia”), oppure nei confronti degli altri (“non gli ho detto niente solo perché è il mio capo, ma è anche un vero imbecille”) con impatti negativi sulla propria autostima e sulla capacità di collaborazione con gli altri
  • precluderci grandi possibilità di apprendimento e di arricchimento del nostro pensiero che nascono solo dal confronto con gli altri, soprattutto con chi è diverso da noi.
L’ideale dell’armonia, o la paura del conflitto, sono due trappole
che non ci fanno riconoscere una realtà che tanti studi scientifici attestano:
 
  • le idee migliori nascono da una sintesi di idee molto diverse tra di loro ed in ambienti in cui è più forte la disomogeneità del pensiero, che non in quelli fortemente omogenei;
  • gli apprendimenti maggiori si generano nel confronto-scontro tra diversità;
  • l’autostima cresce nel momento in cui siamo i primi a rispettare i nostri pensieri, idee, proposte ed abbiamo il coraggio di esprimerli e di sottoporli al confronto altrui;
  • i luoghi di lavoro in cui le persone riescono ad esprimere le proprie diversità, anche sotto forma di “disaccordi”, sono luoghi più inclusivi e quindi più rispettosi delle identità e delle unicità di ognuno;
  • le relazioni di lavoro possono rafforzarsi, invece di indebolirsi, nel momento in cui le persone riescono a gestire le loro diversità ed a scoprire qualcosa dell’altro che non conoscevano o non immaginavano.
Ma allora come si fa a gestire il “disaccordo” senza trasformarlo in un conflitto negativo tra le parti?
Il primo passo può essere quello di “alleggerire” la parola “disaccordo” da tutte le paure e le negatività che tendiamo ad associarle ed assumere una posizione più neutra e distaccata rispetto a questa parola.
 
Disaccordo non vuol dire, quindi, inevitabilmente conflitto e, soprattutto, non vuol dire che ci sarà un vincente ed un perdente.
 
Assumere convintamente un atteggiamento di questo tipo vuol dire affrontare la situazione di disaccordo non con l’obiettivo di far prevalere sull’altro la propria idea/punto di vista, bensì con l’obiettivo di generare, attraverso l’espressione di un disaccordo, un nuovo pensiero in se stessi e negli altri, che possa risultare più interessante a livello di soluzione, apprendimento, creatività, etc. per tutti.
 
Per riuscirci, nel concreto, sarebbe importante imparare ad avere conversazioni davvero “ricettive” in cui:
 
  • dimostriamo reale interesse a capire il punto di vista dell’altra persona ed a metterci nei suoi panni (moltissime ricerche dimostrano che quando ascoltiamo qualcuno passiamo la maggior parte del tempo a pensare a cosa “controbattere” piuttosto che a capire realmente quella persona cosa ci sta dicendo);
  • poniamo il tema del disaccordo sui contenuti evitando di porre la questione su elementi personali, che possono far irrigidire l’altra persona in quanto possono andare a toccare elementi emotivi e identitari (pertanto invece di dire “non sono d’accordo con te” meglio dire “mi sembra utile integrare il contenuto con alcune osservazioni”). In questo modo il “disaccordo” riguarda il contenuto e non la relazione;
  • presentiamo il nostro “disaccordo” non in maniera imperativa, assertiva, definitiva, quanto in maniera dubitativa, ipotetica, interrogativa (si produce nell’altro un atteggiamento molto diverso se diciamo “non sono d’accordo e la mia idea è assolutamente diversa dalla tua” o diciamo “se ho capito bene la tua idea e la mia hanno questi elementi di diversità che mi piacerebbe analizzare meglio per vedere i pro ed i contro delle due alternative”);
  • utilizziamo espressioni poste in positivo e non in negativo (vale l’esempio fatto prima, così come è molto diverso dire “non condivido quello che dici”, in cui il “non” introduce lo spirito negativo ed oppositivo, che dire “capisco quello che dici ed ho un pensiero che vorrei esporti, per conoscere il tuo parere in merito, e per capire se posso dare anche io un contributo positivo dicendoti quello che penso”);
  • ci sforziamo di evidenziare anche delle piccole aree di accordo per rendere più gestibili quelle di disaccordo, al fine di creare un clima più comune ed accogliente (quindi meglio dire “anche se abbiamo punti di vista differenti ci accomuna l’obiettivo di trovare una soluzione positiva al problema”, piuttosto che dire “non sono d’accordo.”
 
 
In sostanza,
per gestire il “disaccordo” occorre tenere in allenamento tante delle cosiddette “soft skills”
dall’ascolto attivo al linguaggio positivo, solo per citarne due, così come sarebbe opportuno un atteggiamento metodologico che faccia dell’umiltà, del dubbio, del coraggio, del rispetto e del confronto degli elementi essenziali per lavorare con gli altri.
 
Sembrano tutte questioni di estremo “buon senso”, ma nella pratica agiamo e vediamo agire persone che, nel lavoro e non solo, gestiscono il “disaccordo” in forme tanto distanti, e spesso negative per tutti.
 
Il fatto è proprio non vedere tutto questo come “buon senso”, quindi qualcosa di innato, di scontato, etc., ma capire che ci vogliono, e si possono sviluppare, specifiche competenze per riuscire a gestire positivamente il proprio ed altrui disaccordo.
 
Come tutte le competenze vanno apprese, allenate e migliorate nel tempo, con tenacia, pazienza e voglia di apprendimento e, soprattutto, senza cadere nella trappola dell’ideale dell’armonia ed avendo voglia di vedere le diversità come una occasione di ampliamento della propria visione invece che di minaccia alla propria identità.
 
Italo Calvino parlava di “leggerezza” e di “molteplicità” come due valori da coltivare in questo millennio. Credo siano valori importanti anche per gestire ogni disaccordo con la “giusta distanza” emotiva e psicologica e per utilizzarlo come occasione di crescita e di miglioramento.
 
Chiudo con un piccolo aneddoto personale. C’è un libro che si intitola “Elogio del conflitto” di Miguel Banasayag e Angelique del Rey (Feltrinelli Editore). L’ho comprato tanti anni fa (la prima edizione è uscita nel 2008) affascinata da un titolo che rappresentava per me una vera e propria sfida. Vissuta per anni nella convinzione che il “conflitto” fosse qualcosa di negativo, da evitare come una pandemia, cresciuta nell’idea che il mio obiettivo, anche al lavoro, dovesse essere quello di portare coerenza, condivisione ed armonia, e maturata (o forse in corso di maturazione) nel riconoscimento che il conflitto è qualcosa di insito nell’animo umano (da accettare invece di giudicare) e che solo dall’incontro-scontro con il “diverso da me” può andare avanti la mia personale evoluzione, e viaggio di scoperta, in questa vita lavorativa e personale.
Il disaccordo fa parte della nostra vita lavorativa e può essere utile se sappiamo come gestirlo! ©