Il coaching è una parola che sta diventando sempre più di moda non solo nel mondo professionale. Tante persone si fregiano del titolo di coach che viene spesso accompagnato da un aggettivo che lo qualifica meglio. C’è il life coaching, l’executive coaching, il team coaching, il mental coaching e così via.
 
La parola origina dal termine francese “coche” che significava carro, vettura, da cui si è arrivati al termine inglese “coach” che letteralmente indica un veicolo che trasporta una persona da un luogo di partenza ad un luogo di arrivo desiderato.
La parola coaching è stata applicata per prima nello sport, riferita agli allenatori, e poi si è estesa a molti altri ambiti indicando più genericamente una persona che aiuta un’altra nell’ottenere alcuni risultati.
 
Volendo dare una definizione tecnica prendo a prestito quella fornita dall’ICF che definisce il coaching professionale come un “rapporto di partnership che si stabilisce tra coach e cliente con lo scopo di aiutare quest’ultimo ad ottenere risultati ottimali in ambito sia lavorativo che personale”.
 
Esercitare con serietà la professione di coach richiede studi specifici ed il superamento di esami condotti da enti accreditati, ma ci sono alcune competenze tipiche del coaching che possono essere apprese ed esercitate da tutti allo scopo di poter essere più efficaci nel momento in cui qualcuno, ad esempio al lavoro, chiede il nostro aiuto.
 
In sostanza potremmo anche dire che prima di essere una professione ben specifica
il coaching può essere uno stile con cui stare in relazione con gli altri, un modo di trattare le persone quando hanno bisogno e chiedono il nostro aiuto.
Quando una persona è in difficoltà e chiede aiuto, la tentazione in cui cade la maggior parte delle persone è quella di dare un consiglio all’altro su come affrontare la difficoltà, ci sembra di essere bravi se troviamo noi la soluzione e la indichiamo all’altro.
 
L’approccio culturale che si trova alla base del coaching prevede, invece, che il miglior aiuto lo si dà non fornendo direttamente la soluzione del problema, bensì aiutando l’altro a “giocare in prima persona” analizzando meglio la situazione che sta affrontando e trovando direttamente la soluzione, essendo stato capace di utilizzare al meglio le sue potenzialità.
 
In questo senso l’essenza del coaching è di aiutare l’altro a sbloccare il proprio potenziale, essendo più consapevole di quello che sta vivendo, avendo voglia di assumersi la responsabilità di cambiare la situazione problematica e nutrendo la fiducia in se stesso e quindi nella possibilità di poter risolvere il problema.
 
Il modo in cui una persona può mettere in campo uno stile di coaching quando vuole aiutare qualcun altro è quello di
fare domande invece di dare consigli
di passare più tempo ad ascoltare l’altro invece di parlare in prima persona dicendogli quello che dovrebbe fare.
 
Ognuno di noi può riconoscere che fare delle buone domande può essere molto più difficile che dare consigli cui pensiamo di poter attingere dalla nostra esperienza.
Le domande efficaci sono quelle utili alla persona che sta chiedendo aiuto e non alla persona che lo sta dando, devono, cioè, dare spunti di pensiero nuovi alla persona che ha il problema e non a chi lo sta ascoltando.
 
Per dare una prima idea di come ognuno di noi si potrebbe esercitare in una relazione di aiuto con gli altri, utilizzando uno stile di coaching, riprendo 7 domande proposte da Michael Bungay Stanier nel suo libro “The Coaching Habit” (edito solo in lingua inglese).
 
Immaginiamo una relazione di lavoro tra due persone, un capo ed un suo collaboratore, oppure due colleghi, ma anche una relazione tra due amici. In tutti i casi affrontiamo la situazione specifica in cui una delle due persone ha un problema e chiede aiuto all’altra per risolverlo.
 
Invece di iniziare a dare consigli, la persona a cui è stato chiesto l’aiuto potrebbe provare a facilitare la conversazione facendo questa sequenza di domande.

La prima domanda: A cosa stai pensando?

Stanier la definisce la “Kickstarter question”, cioè la domanda di avvio, di innesco.
Ebbene si, è proprio la stessa domanda che ci fa Facebook, tutti i giorni, in qualunque momento.
E’ una domanda di apertura che aiuta la persona a concentrarsi immediatamente sul problema senza inutili preamboli. Questa domanda non ha il senso di sollecitare la persona a parlare di qualunque cosa, bensì di focalizzarla su quello che sta pensando proprio in quel momento specifico. Il senso di questa domanda è di capire: cosa è importante per la persona, quale è la sua preoccupazione principale in questo momento. Può essere un progetto, una persona, un modo di fare le cose.

La seconda domanda: C'è qualcos'altro?

Stanier la definisce la “AWE question” dove AWE è l’acronimo inglese di And What Else, tradotto in “e cosa altro”.
Nel coaching questa è una domanda che può risultare anche molto fastidiosa, ma è molto potente, perché sollecita la persona ad arricchire il pensiero a generare alternative, a non fermarsi alla prima risposta.
Si tratta di una domanda che, in realtà, andrebbe ripetuta spesso durante tutta la conversazione e potrebbe essere utilizzata sempre in abbinata alle altre domande.
Ci sono diversi studi che attestano che questo tipo di domanda aiuta la persona a focalizzare sempre meglio la risposta ed a pensare cose che possono sfuggirgli in prima battuta e che migliorano la qualità della risposta finale.

La terza domanda: Quale è la reale sfida per te?

Stanier la definisce la “Focus Question”, cioè la domanda che aiuta a focalizzare il problema.
Quando una persona ha un problema è molto probabile che ne inizi a parlare tirando fuori una miriade di problemi collegati, di cose che non vanno bene, di preoccupazioni, di colpe imputabili ad altri, e così via. Il rischio, in questo modo, è che si favorisca una distrazione, una sorta di auto depistaggio in cui la persona cha ha il problema si affolla di così tante preoccupazioni fino a sentirsi sopraffatto.
Questa domanda favorisce la concentrazione e la selezione su quello che è davvero più importante per la persona tra tutto quello che ha nominato, quale è la cosa più difficile, perché è da questa cosa che è più saggio partire, quella realmente da affrontare.

La quarta domanda: Cosa vuoi davvero?

Stanier la definisce la “Foundation question”, cioè la domanda che aiuta a definire la base del problema, la questione fondamentale.
E’ probabilmente la domanda più difficile a cui rispondere, implica riuscire ad essere consapevoli di quello di cui si ha davvero bisogno, mentre nella realtà spesso ci è molto difficile capire quello che davvero vogliamo.
Il “davvero” presente nella domanda dovrebbe proprio essere la parola che aiuta la persona ad andare oltre la dichiarazione di quello che vuole ed a capire quale è il bisogno che si nasconde dietro quello che vuole. Ad esempio se dico: “Voglio cambiare lavoro”, il bisogno sottostante potrebbe essere un bisogno di novità, oppure un bisogno di aumentare i miei guadagni, oppure un bisogno di lavorare con persone che mi piacciono di più, oppure un bisogno di sentirmi più apprezzato.

La quinta domanda: Come ti posso aiutare?

Stanier la definisce la “Lazy question”, dove la parola lazy in inglese significa pigro, scansafatiche, ma in questo contesto significa una domanda che trasferisce alla persona che chiede aiuto l’onere, ma anche la libertà, di stabilire che tipo di aiuto vuole.
Questa domanda  parte dal presupposto che non debba essere la persona che offre aiuto a stabilire in autonomia quale è il miglior aiuto che può dare, lasciando all’altra persona la possibilità di stabilire quello di cui ha davvero bisogno dall’altro.

La sesta domanda: Se dici "si" a questo, a cosa altro dici "no"?

Stanier la definisce la “Strategic question”, cioè la domanda strategica che aiuta ancora di più a chiarire il pensiero ed a immaginare di passare all’azione.
Si tratta di una domanda che forza la persona a stabilire con chiarezza quello che vuole, ma anche quello a cui è disposto a rinunciare, quello che farà, ma anche quello che non farà.
Rispondere a questa domanda è essenziale per capire su cosa e come investire le proprie energie evitando dispersioni inutili.

La settima domanda: Cosa è stato più utile per te?

Stanier la definisce la “Learning question”, dove learning sta per apprendimento.
E’ la domanda che rappresenta la chiusura del dialogo e consente di focalizzarsi su quello che la persona ha imparato, quello che è importante ricordare alla fine di questa conversazione di aiuto e da cui potrà ripartire per affrontare un altro pezzo del suo problema.
Molti sostengono che le persone imparano davvero solo quello che hanno sperimentato direttamente, cioè quello su cui hanno potuto riflettere in prima persona e generare un proprio pensiero invece di acquisire dall’esterno il pensiero di un altro.
 

Potrebbe essere interessante sperimentare con qualche collega, o con qualche amico, questa sequenza di domande e vedere che risultati si producono.
 
Altri accorgimenti utili nel fare le domande sono:
 
  • cercare di fare sempre una sola domanda alla volta e dare il tempo all’altra persona di rispondere accettando anche dei momenti di silenzio;
  • iniziare sempre la domanda con la parolaCOSA” o “QUANDO” o “CHI” e non con la parola “PERCHE’: le prime tre parole sono neutre ed aiutano a raccogliere dati e ad osservare fatti, la parola perché rischia di mettere sulla difensiva la persona e di sentirsi giudicata. Ad esempio è molto diverso sentirsi dire: “Perché lo hai fatto?, invece di “Cosa speravi di ottenere facendolo”?
  • cercare di fare sempre domande aperte, cioè domande la cui risposta immediata non può essere un semplice SI o NO, ma richiedono, invece, di costruire un pensiero, una riflessione;
  • evitare di dare suggerimenti sotto forma di domande, ad esempio dicendo “che ne dici se…?”
  • mostrare un’attenzione ed un ascolto autentici verso l’altra persona anche attraverso il linguaggio del corpo, ad esempio: guardare negli occhi l’altra persona quando si fa la domanda, evitare di distrarsi, fare cenni di assenso quando la persona parla per dimostrare attenzione.
“Quando le persone rendono il coaching un modo quotidiano di lavorare, creano più focus, più coraggio e più resilienza”.
Se ti interessa approfondire l’argomento e vuoi un elenco di consigli di lettura sul coaching scrivici.