Quanti complimenti hai fatto ai tuoi colleghi o al tuo capo nell’ultimo mese?
Quanti ne hai ricevuti?
 
Sono abbastanza convinta che la maggior parte delle persone tenderebbe a dare una risposta del tipo: pochi o nessuno.
 
Credo che nel complesso la maggior parte di noi ha con il “complimento” un rapporto molto complesso, che diventa ancora più complicato negli ambienti di lavoro. Recentemente ho letto su questo argomento, nella Harvard Business Review, che alcune ricerche sembrano attestare che circa il 70% delle persone dichiarano di sentirsi a disagio rispetto al fare o al ricevere complimenti.
 
Alcune delle convinzioni prevalenti in materia di complimenti possono essere di questo tenore:
 
  • fare dei complimenti al proprio capo può essere vista come una forma di “piaggeria”, da lui/lei o dai nostri colleghi, quindi meglio evitare;
  • fare dei complimenti ad un proprio collaboratore può essere frainteso, nel senso che può generare delle altre aspettative in termini di riconoscimento (soldi, carriera, etc.), quindi meglio evitare;
  • la maggior parte dei complimenti sono puramente formali, dei gesti di cortesia e non di sostanza;
  • ricevere complimenti è imbarazzante perché non si sa cosa e come rispondere e poi mi possono creare invidie da parte degli altri;
  • Quando ci fanno dei complimenti, pensiamo sempre che non siano veri. Ma quando ci dicono brutte cose le prendiamo per verità assolute” (citazione dal libro Autobiografia di Pedra Delicado di Alicia Gimenez Bartlett);
  • fare complimenti non è necessario, le persone capiscono quando le si apprezza;
  • i complimenti non servono a niente, ci vuole ben altro per dimostrare riconoscimento e dare soddisfazione alle persone;
  • ricevere complimenti mi mette ansia perché temo di non riuscire a rispettare le stesse aspettative in futuro.
 
Personalmente ritengo che, alla maggior parte delle persone, farebbe piacere ricevere complimenti per il proprio lavoro, ma è altrettanto vero che, per via delle convinzioni che ho citato prima, quelle stesse persone non sono particolarmente brave né nel dare complimenti, né nel riceverli, con il risultato finale che
negli ambienti di lavoro sono davvero pochi i “complimenti positivi” che circolano
e questo, sempre a mio parere, è un grave spreco in termini di riconoscimento e di soddisfazione.
 
Penso, infatti, che il complimento, se ben fatto e ben accolto, possa portare benefici importanti nelle relazioni di lavoro e migliorare, complessivamente, il clima organizzativo al di là di ogni retorica o di ogni formalismo.

Quali sono i comportamenti positivi

Parlo di quello che ho definito “complimenti positivi” e non semplici complimenti.
Per essere tali sarebbe importante che avessero queste caratteristiche:
 
  • essere specifici: dire in generale “complimenti, sei stato bravo!” vuol dire poco e non fa capire niente alla persona che lo riceve. Rendere questa frase più specifica, chiarendo in cosa la persona è stata brava, fa capire che chi sta facendo il complimento ha riconosciuto qualcosa di concreto. Quindi meglio una frase del tipo “complimenti, hai scelto nel tuo discorso delle parole che ho trovato particolarmente efficaci e mi è molto piaciuto quando hai detto che…..”;
 
  • essere autentici: in realtà siamo tutti molto più bravi di quello che pensiamo nel riconoscere se qualcuno ci sta dicendo qualcosa in cui crede davvero, o se la sta dicendo per pura forma o cortesia. Il grande scrittore Andrea Camilleri ha detto “le parole che dicono la verità hanno una vibrazione diversa da tutte le altre”, ed in realtà noi percepiamo proprio la vibrazione di quello che ci viene detto per capirne spesso il livello di autenticità. Quindi è meglio evitare di fare complimenti a qualcuno solo perché ci si sente in dovere di farlo, o perché si vuole ottenere qualcosa in cambio, o perché si vuole consolarlo. Il rischio di fare complimenti non autentici è che abbiano un effetto opposto a quello desiderato e che mettano la persona che lo ha ricevuto in una condizione di sospetto e di minore fiducia rispetto alla relazione;
 
  • essere focalizzati sul come la persona ha ottenuto un certo risultato o ha fatto una certa cosa: dal momento che quello che facciamo nel nostro lavoro è sempre il risultato di un certo sforzo, di un impegno, di una fatica, ricevere un complimento che riconosce tutto questo è garanzia di venire preso come un riconoscimento reale da parte di chi lo riceve. Quindi, ad esempio, non basta dire “complimenti per le decisioni prese in riunione”, ma sarebbe meglio dire “complimenti per come sei riuscito ad organizzare la riunione ed a far parlare tutti in maniera da arrivare ad una decisione compresa e condivisa”;
 
  • riuscire a far capire l’impatto positivo che la persona ha generato facendo una determinata cosa per cui riceve il complimento: i complimenti vanno destinati ad attività, risultati, azioni che lasciano un segno positivo e questo segno andrebbe dichiarato nel momento in cui si esprime il complimento. Quindi meglio evitare espressioni generiche del tipo “complimenti per il lavoro di oggi”, che può essere considerato incomprensibile dalla persona che lo riceve e quasi scontato, quanto piuttosto dire “complimenti perché oggi, con il tuo lavoro, siamo riusciti ad ottenere questo risultato….”.
 
A questo tipo di “complimenti positivi”, che hanno un forte contenuto di professionalità e che, quindi, possono avere un forte impatto in termini di riconoscimento reciproco nelle relazioni lavorative si possono, ogni tanto, aggiungere, secondo me, anche piccoli complimenti personali che possono riguardare, ad esempio, l’aspetto di una persona, un gesto di gentilezza che ha avuto, e così via, che fanno più parte di quelle che possiamo definire, con un termine molto lontano dal classico lessico lavorativo, come delle piccole attenzioni, coccole, carezze, di cui però noi tutti, esseri umani, abbiamo bisogno. Anche per queste, però, valgono alcuni richiami sul tema della autenticità e della specificità che ho citato prima e che, se assenti, rischiano di essere complimenti superficiali e superflui.
I “complimenti positivi” hanno la caratteristica importante che possono essere fatti da tutti all’interno della organizzazione
prescindono, cioè dai rapporti gerarchici, e credo che sarebbe molto interessante osservare il miglioramento del clima organizzativo in un contesto in cui davvero tutti siano in grado di scambiarsi complimenti positivi.
 
Ovviamente, dal momento che il complimento si genera all’interno di una relazione, l’efficacia dello stesso e, più in generale, la possibilità che in una organizzazione si diffonda davvero una cultura del “complimento positivo” passa anche dallo sviluppare la capacità di ricevere nel miglior modo possibile i complimenti.
Perché si può sbagliare sia nel modo in cui si fanno, o non si fanno, i complimenti, ma anche nel modo in cui si ricevono.
Molte persone, quando ricevono un complimento, tendono a “minimizzarlo”, spesso provando imbarazzo nel riceverlo.
Invece il modo migliore per rispondere è, semplicemente, ringraziare.
Se la persona che vi ha fatto il complimento non è stata tanto specifica, potete chiedere, dopo aver ringraziato, cosa in particolare la persona abbia più apprezzato. Se il complimento che si riceve è il frutto di lavoro anche di altri sarebbe bene, nel ringraziare, citare anche gli altri e dire che si estenderà il complimento anche a loro. Se proprio si riceve un complimento che si pensa di non meritare, magari perché frutto totalmente del lavoro di altri, meglio specificarlo a chi lo sta facendo e indirizzarlo verso il corretto destinatario.
 
La parola “complimento”, se anche si consulta il vocabolario, ha nella nostra cultura una accezione formale, fredda, ossequiosa, cerimoniosa. Credo, però, che nel nostro intimo, il colore che le diamo sia molto più caldo ed intenso, anche se faremmo fatica ad ammetterlo.
 
Dare a questa parola un significato più autentico e positivo, anche nei luoghi di lavoro, spetta solo a noi. Dare e ricevere “complimenti positivi” può essere un vero toccasana per la soddisfazione ed il benessere lavorativo nostro e degli altri! ©