A pensarci bene molti dei problemi che abbiamo nei luoghi di lavoro hanno a che fare con la comunicazione, sia a livello di contenuti (quello che diciamo o che ci viene detto), sia a livello di modi (i toni, la scelta di parlarci via mail o di persona, il luogo in cui farlo, etc.).
Soprattutto quando ci sono dei problemi da affrontare
il modo in cui gestiamo la comunicazione, sia come persone che la forniscono che come persone che la ricevono, influenza enormemente il risultato finale, nel bene o nel male.
Per questo motivo sarebbe importante per tutti riuscire a potenziare le proprie competenze di comunicazione, soprattutto di quella modalità di comunicazione che oggi viene chiamata “comunicazione mindful o empatica”.
Per farvi venire voglia di sviluppare questa competenza abbiamo intervistato Elisa Chiarotto, formatrice e consulente di comunicazione mindful 

Ciao Elisa e grazie per questa intervista. Come prima domanda ti chiediamo come definiresti, in parole semplici, cosa si intende per comunicazione mindful o empatica?

E’ una comunicazione che ci invita ad un linguaggio naturale, aiutandoci a comunicare rispettando i nostri sentimenti e bisogni ed imparando ad evitare contenuti  giudicanti che aderiscono a modelli rigidi creati dalle strutture culturali e sociali
Utilizzando la comunicazione tradizionale, indipendentemente dall’ambito in cui ci troviamo (lavorativo, familiare, etc.), difficilmente riusciamo ad esprimere i nostri bisogni più autentici. La comunicazione mindful ci permette di imparare a connetterci con noi stessi e con gli altri, essendo anche più consapevoli delle nostre emozioni, sapendo contattare i bisogni e fare delle richieste chiare.

Il linguaggio tradizionale che abbiamo imparato ad usare funziona poco nelle relazioni: nonostante le nostre intenzioni, infatti, utilizziamo il giudizio, le etichette, facciamo leva sul merito, sul dovere, sul potere o sul senso di colpa, e tutto questo rende le nostre relazioni più difficili e, sul luogo di lavoro, aumenta i conflitti con i colleghiLa comunicazione mindful è una comunicazione assertiva e valutativa, mai giudicante, che ci aiuta a capire i nostri sentimenti, le nostre emozioni e i nostri bisogni, e ad esprimerli anche agli altri in modo chiaro ed efficace, migliorando di conseguenza le relazioni che instauriamo. La valutazione si riferisce al “fare”, non all’ “essere”, a ciò che succede.

Quali sono gli indicatori che segnalano che una persona sta adottando una comunicazione mindful? Da cosa possiamo accorgerci che qualcuno sta utilizzando questo tipo di comunicazione?

Per prima cosa possiamo capirlo dal fatto che la persona in questione fa una valutazione sul FARE e non sull’ESSERE. Per capire questo concetto può essere utile un piccolo esempio: se un nostro collaboratore arriva al lavoro con un ritardo di mezz’ora, nel linguaggio tradizionale saremo portati a dire: “Ecco, sei il solito ritardatario”. Utilizzando la comunicazione mindful invece, passeremo a valutare il fatto, non l’essere, e quindi diremo ad esempio: “Sei arrivato mezz’ora in ritardo rispetto a quanto avevamo concordato”. Questo lascia all’altro la responsabilità della sua azione, dandogli allo stesso tempo la possibilità di cambiare.

Un altro indicatore è l’esprimersi in modo positivo e non giudicante: chi utilizza questo tipo di comunicazione cerca di spiegare i propri sentimenti e bisogni, riportando a se stesso la conversazione e prendendosi la responsabilità dei propri bisogni.
Infine, un altro indicatore che ci permette di capire che una persona sta utilizzando questo tipo di comunicazione è l’assenza di parole rigide come MAI, SEMPRE, COME AL SOLITO. Con queste parole si arriva ad un giudizio generalizzato e immutabile mentre nella comunicazione mindful siamo nella presenza del qui ed ora.
 

A chi consiglieresti di provare a praticare la comunicazione mindful? In quali occasioni lavorative è più efficace?

Credo per esperienza che la comunicazione sia la variabile che incide maggiormente sul successo di un’azienda, nel breve e nel lungo termine. Nel mondo del lavoro è una comunicazione che ci permette di stabilire dei confini per poter lavorare in modo efficace, per raggiungere degli obiettivi in modo performante e armonico e per creare relazioni di successo umano e professionale.

Per questo in ambito lavorativo la consiglierei davvero a tutti: al neo assunto, che può in questo modo imparare a gestire le dinamiche tipiche di chi non è ancora ben integrato nel progetto, ma anche a chi è assunto da più tempo e vuole migliorare le proprie relazioni e performance. Se dovessi scegliere una sola categoria che ne ha più bisogno probabilmente indicherei i manager e i top manager, perché si trovano al livello superiore dal punto di vista gerarchico: hanno potere decisionale e hanno maggiori responsabilità su quello che stanno comunicando e su come lo fanno. I manager che utilizzano una comunicazione rigida e coercitiva possono provocare degli effetti negativi nei loro collaboratori e quindi nell’azienda. Utilizzando una comunicazione mindful creano una maggiore fidelizzazione all’interno del gruppo di lavoro, co-costruendo valori aziendali comuni interiorizzati.

Puoi farci un piccolo esempio di comunicazione interpretato sia in modalità tradizionale che in modalità mindful?

Riprendo l’esempio del ritardo che ho fatto prima. Se un collaboratore arriva alle 9.00 invece che alle 8.30, la comunicazione tradizionale porterebbe il capo a dire: “Sei il solito ritardatario”. Questo tipo di comunicazione non migliora la situazione del capo che ha sottolineato il ritardo, non dà al collaboratore la possibilità di cambiare le cose, non migliora la relazione fra i due e non dà alcun beneficio generando tensione e innescando una dinamica di controllo/evasione, invece di colaborazione.

Una comunicazione mindful invece si basa su questi quattro pilastri: fatti, emozioni, bisogni, strategia. Il capo per prima cosa potrebbe analizzare i fatti e l’emozione che questi hanno provocato, cercando di comunicarli all’altra persona. Potrebbe dire ad esempio: “Ho visto che sei arrivato alle 9.00 invece che alle 8.30 come pattuito. Sono un po’ difficoltà, sono perplesso per questo ritardo”. Poi potrebbe individuare il suo bisogno e comunicarlo al collaboratore, dicendo ad esempio: “Ho bisogno di chiarezza per capire questa problematica.” Infine potrebbe individuare una strategia, dicendo ad esempio: “Sei disposto a fare qualcosa perché questo non avvenga in futuro?”.
Un piccolo esempio per far capire che comunicare all’altra persona il proprio bisogno permette di instaurare una relazione positiva.

Cosa possiamo fare per imparare la comunicazione mindful?

Il mio consiglio è di partecipare a dei laboratori formativi, nel mio sito ci sono comunque alcuni spunti e suggerimenti che chi è interessato ad approcciarsi a questo tipo di comunicazione può provare a mettere in pratica.
Imparare questo tipo di comunicazione è come studiare una lingua straniera: ci vuole tempo e pratica… La buona notizia è che fin da subito si possono notare dei risultati positivi e avvertire che riusciamo a migliorare le relazioni con gli altri.

Quali sono i maggiori benefici e quali sono le difficoltà principali che incontrano le persone che si approcciano alla comunicazione empatica?

I benefici riguardano soprattutto l’autostima, la sicurezza personale e la capacità di instaurare relazioni positive con gli altri.
Inizialmente, questo tipo di comunicazione può farci sentire un po’ esposti, proprio perché non siamo abituati ad esprimere i nostri sentimenti e i nostri bisogni e magari pensiamo che sia una forma di debolezza o che gli altri possano approfittarsene. Spesso le persone mi chiedono: se io inizio a comunicare in questo modo, ma tutte le altre persone con cui mi approccio continuano ad utilizzare una comunicazione di tipo giudicante, che utilità può avere? Io invito a superare questo timore perché per esperienza riscontro che quando iniziamo a cambiare il nostro modo di comunicare anche gli altri ne sono influenzati. Gli esseri umani si riconoscono l’un l’altro dai bisogni, a qualsiasi livello e in qualsiasi ambito.

La difficoltà principale, che potrebbe in realtà divenire una sfida se cambiamo prospettiva, è il tempo e la pratica, ma anche quelle emozioni di imbarazzo e novità, tipiche di quando usciamo dalla nostra zona di comfort. Come ho detto prima, è come apprendere una nuova lingua: inizialmente ci verrà automatico utilizzare il linguaggio tradizionale. Pensare al sentimento che un’azione ci provoca, poi riflettere su quale sia il bisogno che abbiamo rispetto a quella situazione e trovare una strategia per comunicarlo, richiederà molto più tempo rispetto a rispondere in modo automatico. Con la pratica però diventerà sempre più semplice.

Ci sono persone che sono più portate per questo tipo di comunicazione (ad esempio giovani, senior, donne, uomini, praticanti yoga, etc.)?

Uomini e donne sono alla pari per quanto riguarda la capacità di apprendere questo tipo di comunicazione. Se vogliamo generalizzare, possiamo dire che, nella cultura occidentale, le donne sono state incoraggiate ad entrare maggiormente in contatto con i propri sentimenti, ma non con i propri bisogni. Sono state più incoraggiate a notare e soddisfare i bisogni degli altri, tipicamente uomini. Allo stesso tempo, gli uomini sono stati incoraggiati culturalmente a individuare i propri bisogni e poi a farseli soddisfare da qualcun altro, tipicamente una donna, ma non sono stati incoraggiati ad esprimere i propri sentimenti. E’ ovviamente una distinzione generalizzata, poi i casi particolari sono sempre diversi.
Le donne inoltre hanno a disposizione un maggior numero di neuroni specchio, che facilitano il processo empatico: in ogni caso, l’attività dei neuroni specchio è determinata dall’allenamento, quindi la pratica fa la differenza in ognuno!

I giovani si trovano più vicini al loro stato “naturale”, direi quasi “selvaggio”: più si è giovani, e più è semplice e rapido riuscire a connettersi con i propri sentimenti e bisogni. I giovani, infatti, hanno una memoria più vicina allo stato infantile in cui siamo estremamente naturali

Una piccola curiosità: è necessario essere capaci di meditare per poter riuscire a praticare la comunicazione empatica?

In effetti la tematica della meditazione e della comunicazione minfdul è la stessa: vivere nel momento presente, stare nella presenza di sé e dell’altro. Possiamo dire che la comunicazione mindful è una pratica meditativa linguistica; però è possibile apprendere questo tipo di comunicazione anche se non abbiamo mai meditato.
Nel processo comunicativo mindful abbiamo bisogno di tornare ad alcune attività basilari come quella della respirazione, che è alla base anche della meditazione. In alcuni momenti concitati di un conflitto o di una comunicazione, respirare in modo presente ci aiuta a fare chiarezza e a tornare a noi stessi.

Hai in mente qualche personaggio famoso che secondo te adotta, o ha adottato, questo tipo di comunicazione?

Il primo che mi viene in mente è sicuramente Gandhi. Era un grande comunicatore che, avendo a che fare con dei bisogni molto vitali, era in grado di praticare questa piccola, grande, azione di parlare a tutti come un essere umano, con una grande energia. Lui riusciva a comunicare in modo da far percepire a tutti, indifferentemente dal ruolo sociale, il proprio valore.
Un altro personaggio che cito spesso è Marshall Rosenberg che ha diffuso in tutto il mondo la comunicazione non violenta, riportandola un po’ in tutti gli ambiti (politici, sociali, etc.) e di cui consiglio, per chi fosse interessato, di leggere anche qualche libro.

Come mai hai deciso di specializzarti in comunicazione minfdul? Che studi hai fatto per diventare formatrice?

Sono laureata in Sociologia della Comunicazione, materia che mi ha sempre appassionato moltissimo. Mi sono poi interessata alla Comunicazione non violenta di Marshall Rosenberg, in cui vengono descritti i quattro pilastri della comunicazione mindful e sono rimasta molto colpita dalle sua modalità. Poi ho seguito un percorso di counseling psico-biologico che ho voluto intraprendere in quanto aveva un approccio integrato al benessere a 360 gradi. Ho seguito anche dei corsi di coaching di matrice americana, che apprezzo molto perché hanno un approccio molto pratico, che, integrato con la nostra cultura europea, risulta di grandissima utilità.