“Non si insegna senza simpatia per chi ci ascolta”
Nel lavoro di consulenza individuale che facciamo non abbiamo la pretesa di impartire insegnamenti, ma solo di creare un luogo ottimale di ascolto e di confronto che possa aiutare persone, che stanno attraversando momenti di difficolta rispetto al loro lavoro, a:
 
  • vedere i problemi da prospettive diverse;
  • valutare qualche consiglio che possiamo loro proporre;
  • sperimentare qualche cambiamento concreto e vedere che risultati porta.
 
Come in tutte le relazioni il fatto vero è che questo confronto consente anche a noi di Working room di imparare, ogni giorno, qualcosa di più proprio ascoltando chi ci chiede consiglio e supporto ed in questo anno, così complesso anche a causa della emergenza e della crisi dovuta alla pandemia da Covid 19, abbiamo imparato tanto, e con grande simpatia, da coloro che ci hanno dato fiducia chiedendoci un supporto di consulenza individuale.
Simpatia proprio nel senso etimologico del termine, cioè di provare “partecipazione” rispetto alle loro emozioni, desideri, difficoltà, ma anche volontà di andare avanti.
Le questioni più significative che sono emerse nella maggior parte dei colloqui che abbiamo fatto durante questo anno, con persone giovani e meno giovani, donne e uomini, super professionisti e persone in cerca di specializzazione, occupati e disoccupati, sono state diverse, ma accomunate, secondo noi, dalla ricerca di un modo nuovo di stare in rapporto con il lavoro, andando oltre alcuni stereotipi o modalità più tradizionali che sembrano stare strette a molti e metterli in confusione e difficoltà.

Il rapporto con il tempo

Una storia: Elisabetta è una giovane donna che coltiva tanti interessi diversi, ama studiare e si iscrive in continuazione ad ogni corso che trova nuovo e interessante. Si potrebbe definire una multipotenziale, ma come tale si trova a constatare che “disperde” il suo tempo su tanti fronti, senza riuscire ad essere consapevole delle priorità cui dare più importanza.
 
Il tema del rapporto che abbiamo con il tempo e con l’uso che ne facciamo è stato davvero molto spesso uno dei temi centrali in molti dei percorsi di consulenza che abbiamo fatto quest’anno.
Paradossalmente, peraltro, il lockdown imposto dal Covid, ha creato una sorta di effetto “smottamento” rispetto a questo tema, perché alcune persone hanno come “ritrovato” un tempo di riflessione, e sono riuscite a mettere a fuoco diverse cose rispetto al loro lavoro ed altre, dovendo cambiare drasticamente le proprie routine quotidiane si sono trovate a non riuscire a “gestire” questo tempo ritrovato disperdendo ancora di più le loro energie non essendo capaci di impiegarlo in maniera produttiva.
 
Il lavoro fatto con Elisabetta è stato centrato sulla compilazione, per alcune settimane, di un report in cui lei doveva riportare, su base giornaliera, quanto tempo dedicava ad attività che:
  • la facevano stare bene
  • non le piacevano;
  • erano per le prioritarie;
  • erano secondarie, non urgenti per lei;
  • aveva programmato di fare;
  • non aveva programmato di fare;
  • faceva in solitaria;
  • faceva con altri;
  • erano nuove/sfidanti;
  • erano di routine/noiose;
  • erano pratiche/operative;
  • erano progettuali/riflessive;
  • erano avorative;
  • erano non lavorative, ma dedicate alla cura di sé;
  • erano non lavorative, ma dedicate alla cura degli altri.
Può sembrare un esercizio faticoso, ma i risultati sono davvero utili, perché aiutano la persona a prendere davvero consapevolezza su cosa e come investe il suo tempo, per poi stabilire cosa eventualmente poter cambiare per stare meglio ed avere una gestione più efficace e soddisfacente, senza disperdersi su troppi fronti e capendo le vere priorità.
Un altro esercizio è quello di iniziare a darsi delle tempistiche precise per le varie attività che si devono svolgere, perché solo se ci si assegna degli obiettivi temporali si impara ad essere più efficienti nella gestione del tempo.

Il rapporto con il significato di successo e di carriera

Una storia: Renata è una ex imprenditrice che ha deciso di vendere la sua azienda e di passare ad un lavoro dipendente in una posizione manageriale. Questo cambiamento ha fatto completamente cambiare il suo percorso di carriera e la sua idea di successo ed ha bisogno di riconfigurarle nuovamente perché si sente molto confusa, anche perché nel suo lavoro da dipendente rischia, senza esserne consapevole, di continuare a comportarsi da “imprenditrice” invadendo sfere altrui e generando situazioni di conflitto.
 
Al di là di questa singola storia, molte persone nel corso di questo anno hanno dichiarato confusione rispetto alla propria carriera, perché sempre più il mondo del lavoro sta andando verso carriere poco lineari, poco prevedibili e pianificabili, ma da costruire, passo dopo passo, lasciando spazio anche alla incertezza ed alla scarsa prevedibilità come occasioni di novità e di apprendimento più che come minacce a “ciò che avrebbe dovuto essere”.
 
La questione principale su questo tema, che abbiamo affrontato con Renata e con altri, è stata che i percorsi di carriera, oggi più che mai, non si costruiscono in solitudine, ma sempre più attivando due passi essenziali:
  • il primo è quello di cercarsi dei buoni alleati (mentori, ispiratori, persone di cui ci fidiamo, consulenti, etc.) con cui confrontarsi rispetto alle proprie idee e con cui costruire pezzi di possibili percorsi;
  • il secondo è quello di iniziare, comunque, a fare dei passi, senza aspettarsi che debba essere tutto chiaro prima di poter cominciare, perché sempre di più parte del nostro lavoro, e di quello che davvero desideriamo e consideriamo importante, si capisce facendolo e non solo pensandolo.

Il rapporto con la propria progettualità

Una storia: Elena è una giovane donna che ha voluto studiare, laurearsi, salvo poi accontentarsi di un lavoro che non le piace sia per i contenuti che per l’ambiente. Si reputa una persona introversa, poco socievole, vorrebbe ambire ad altro, ma non saprebbe bene cosa poter fare. E’ talmente scontenta della sua vita lavorativa attuale che vorrebbe “buttare via tutto” e fare la cassiera, pur di uscire fuori dall’ambiente lavorativo in cui si trova ed in cui si sente poco riconosciuta e svilita.
 
Tante persone quest’anno hanno avuto tentazioni simili: mollare tutto, abbandonare le proprie ambizioni e fare lavori poco valorizzanti rispetto alle competenze, agli studi, ai sacrifici che hanno fatto, sperando con questo di ritrovare un po’ di stabilità e di pace.
 
Si tratta di una tentazione che, umanamente comprendiamo, ma che ovviamente tendiamo a non assecondare nei nostri colloqui di consulenza, cercando, al contrario, di far riemergere la voglia di riprendere in mano la propria vita lavorativa attraverso un diverso modo di pensare al proprio progetto professionale.
La progettualità deve, secondo noi, necessariamente partire da domande, apparentemente utopiche di questi tempi che sono del tipo: “Cosa mi piace fare?”, “Cosa mi fa stare bene quando la faccio?”, “Cosa mi farebbe provare un senso di orgoglio se la facessi?”.
Dopo aver risposto a questo tipo di domande è necessario, ovviamente, un confronto con i vincoli della realtà, che esistono per tutti, ma che come tali sono ostacoli che occorre capire come imparare a saltare o ad aggirare, senza invece pensare che la sola esistenza sia motivo di censura rispetto ai nostri desideri ed ambizioni.
 
Oggi più che mai il mondo ha bisogno di persone ambiziose, che hanno la forza di essere mosse dalla passione di progetti e idee che sentono proprie.

Il rapporto con la vita personale

Una storia: Alessandro è un quarantenne, appena promosso a capo della propria organizzazione, che lavora in media, da sempre, 10/12 ore al giorno perché ha interiorizzato che solo in questo modo potrà fare carriera (come ha realmente fatto). Ma ora è stanco, nel frattempo ha creato una famiglia, ha due bei bambini, e sente di non avere alcuno spazio né per la sua famiglia, né per la sua vita personale in termini di hobby, sport, etc. Una vita, quindi, completamente dedicata al lavoro, che lo affatica molto, ma pensa che sia molto difficile uscire da questa dinamica.
 
Molte persone che hanno un forte senso del dovere, e che si sono abituate a lavorare tanto, quando non lo fanno si sentono in colpa. Con l’età continuiamo a credere che l’indicatore principale della qualità del nostro lavoro sia la quantità di tempo che gli dedichiamo, mentre facciamo fatica ad introdurre altri indicatori, davvero più qualitativi.
 
Peraltro, paradossalmente, più diventiamo bravi nel nostro lavoro e più dovremmo essere efficienti, quindi, a parità di tempo produrre di più e quindi avere più tempo per fare altro. Questo tipo di problema si affronta non cadendo nella trappola di valutare per primi la qualità del lavoro con la quantità di tempo, ma anche imparando davvero a delegare il lavoro ad altri, cosa che le persone tendono a fare poco e male. Un esercizio che noi suggeriamo in questi casi è anche quello di partire con piccoli passi, ad esempio sottraendo anche solo un quarto d’ora al giorno, alla propria routine di lavoro per fare qualcosa legata alla propria vita personale che diventi una routine. In questo modo si può sperimentare che non succede, con molta probabilità nulla di grave, e si può anche provare progressivamente ad aumentare il tempo di lavoro “sottratto” puntando a vedere, e far vedere, più la qualità dei risultati prodotti che la quantità del tempo lavorato.

Il rapporto con gli altri

Una storia: Paolo è un impiegato che lavora da sempre nella stessa organizzazione. Dopo tanti anni si rende conto che è molto stanco perché sente che gli altri approfittano della sua disponibilità (non dice mai di no) e che si trova molto spesso a fare delle cose che non vorrebbe più fare.
 
La cura delle relazioni nei luoghi di lavoro è una delle cose molto sottovalutate ed affidate unicamente alle affinità personali che si possono generare.
 
In sostanza le persone hanno rapporti solo con persone che sentono simili a sé, senza pensare che parte essenziale del lavoro è anche quella di costruire alleanze, far conoscere agli altri chi siamo e quale è la nostra storia, e chiarire bene con gli altri il proprio ruolo per evitare di cadere in alcune trappole come quella dell’eccesso di disponibilità. I rapporti poco soddisfacenti che abbiamo con gli altri si basano, molto spesso, più su quello che non siamo stati capaci di dire, di chiarire, di esplicitare, che non su quello che abbiamo detto. Dire le cose evita dei fraintendimenti o dei sottintesi che sono, frequentemente, la causa di dissapori nelle relazioni. Per questo motivo ognuno dovrebbe avere una precisa strategia con cui stare in relazione con gli altri, indipendentemente dalle affinità personali.

Il rapporto con la dedizione ed i riconoscimenti economici

Una storia: Maria è una stimata professionista, con una trentennale esperienza di lavoro, ma con grandi affanni rispetto al ritorno economico che ottiene con la sua attività di designer. Dice di sé che non ama fare i conti, ed infatti, i suoi conti non tornano, ma ora è preoccupata anche per cosa accadrà quando smetterà di lavorare ed è consapevole che deve prendere in mano la situazione economica.
 
Il problema di molti liberi professionisti come Maria, che amano tanto il loro lavoro, e che magari fanno una professione molto creativa, è che fanno fatica a capire che di fatto loro “vendono” tempo e quindi devono essere molto consapevoli:
  • di quanto tempo effettivamente impiegano nei progetti che fanno;
  • di come rendere “visibile” questo tempo ai loro Clienti per far si che venga pagato;
  • del rapporto che deve esistere tra attività (quindi ore) dedicate alla promozione del loro lavoro e attività che devono arrivare in termini di ore fatturate.
Molto spesso, invece, come nel caso di Maria, queste persone investono ore di lavoro che non vengono pagate dal Cliente, e per questo hanno uno scarso ritorno economico, ed in più dedicano scarso tempo alle attività promozionali senza associare loro un chiaro obiettivo in termini di ritorno economico rispetto a questo tipo di attività.
Il motto “il tempo è denaro” non è un brutto motto, è un dato di realtà da gestire con consapevolezza che nulla ha a che fare con la qualità e l’etica del lavoro che si svolge.

Il rapporto con la ricerca di lavoro

Una storia: Stefano è un manager cinquantacinquenne che è stato “accompagnato” all’uscita dalla sua azienda, a causa della crisi da covid, ed affidato ad una società di outplacement, ma non riesce ancora a trovare lavoro e non vuole accontentarsi di posizioni di livello e contenuto di gran lunga inferiori a quello che aveva prima, come, in realtà stanno facendo molti dei suoi ex colleghi.
 
Chi desidera, giustamente, occupare posizioni di vertice in una organizzazione e valorizzare la propria esperienza non deve commettere l’errore, comune a molti, di pensare che il lavoro si trovi:
  • scrivendo un CV in cui sono indicate le attività svolte in passato;
  • mandando CV a pioggia dichiarandosi disponibili a poter ricoprire incarichi di natura molto diversa.
Il nostro consiglio è, al contrario, di:
  • mettersi nei panni delle organizzazioni in cui si vorrebbe andare a lavorare e pensare ai tipi di problemi specifici che queste organizzazioni possono avere;
  • essere “generosi” nel proporre spunti per risolvere questi potenziali problemi;
  • ricercare in maniera “chirurgica” persone che possono aiutare ad entrare in contatto con specifiche persone a cui mandare il CV e candidandosi per ruoli altrettanto specifici evitando di dire che si può fare di tutto.