Una delle richieste che più frequentemente riceviamo da parte delle persone che scrivono a Working room è quella di aiutarle a capire quali sono i loro veri talenti, desideri, competenze perché sembrano confuse su questo fronte e ci chiedono come possono capire cosa vogliono davvero, cosa sono portate a fare, in cosa potrebbero riuscire ad ottenere delle soddisfazioni e dei riconoscimenti rispetto al loro lavoro.
 
Esistono tanti metodi per aiutare le persone in questo tipo di percorso di riconoscimento e di consapevolezza, e poi ci sono dei periodi, come quello di grave emergenza che stiamo tutti vivendo, che possono diventare, in realtà, uno dei metodi più efficaci (anche se forse brutali o impietosi) per mettere davvero a nudo, prima di tutto, chi siamo e poi (forse) chi potremmo essere in futuro.
 
Credo, infatti, che nei momenti di difficoltà, di crisi, di alta intensità emotiva, di disagio, come quello che il Coranavirus sta imponendo, in forme varie, a tutti noi, ognuno possa, più velocemente, capire diverse cose, e provo a fare alcuni esempi riferiti alla vita lavorativa, anche per andare oltre una certa retorica che ci sta forse illudendo che “magicamente” attraverso questa difficile esperienza diventeremo tutti migliori:
  • se si è a casa e non si sta lavorando il modo in cui decidiamo di impiegare il nostro tempo ed il contenuto su cui decidiamo di spenderlo può dirci qualcosa di importante sulle nostre competenze ed i nostri desideri più reali. In una situazione, infatti, in cui non siamo “obbligati” da nessun altro a fare qualcosa, ma dobbiamo e possiamo “auto-organizzarci” esce fuori se abbiamo un orientamento ad organizzarci la giornata (competenza di pianificazione) o meno; oppure se scegliamo di investire del tempo a formarci (orientamento all’apprendimento continuo) o preferiamo giocare o passare tempo sui social o guardando la TV; oppure se nelle chat che abbiamo con gli amici giochiamo il ruolo di motivatore, oppure quello di gregario, oppure quello di creativo; oppure se ci sfidiamo a fare qualcosa di nuovo o ci impigriamo in routine quotidiane sempre più noiose. In ogni caso, questa condizione mette anche a nudo se siamo degli attivatori di idee o meno e, soprattutto per il difficile mondo del lavoro del futuro, penso che andranno meglio le persone che avranno la competenza di generare tante idee, ricordandosi che
“Il miglior modo per avere una buona idea è avere molte idee” (Linus Pauling)
  • sempre in questa condizione di stare forzatamente a casa, senza lavoro, esce chiaramente fuori se abbiamo una mentalità fissa o una mentalità di crescita: nel primo caso non faremo nulla per cambiare le cose ed investiremo al massimo il nostro tempo per incolpare il mondo (magari me compresa) rispetto all’ingiustizia della situazione che si sta vivendo, nel secondo caso cercheremo di approfittare di questo periodo per pensare a cosa fare di diverso nel nostro futuro, pur considerando tutte le difficoltà che indubbiamente ci saranno, ma ci inizieremo a porre il problema di cosa potremo fare, e magari inizieremo a parlarne con qualcuno, a buttare giù qualche pensiero, a studiare qualcosa, a fare qualcosa di costruttivo. Emergerà quindi se avremo, di fondo, un orientamento pessimistico o costruttivo.
“Non sappiamo esattamente cosa accadrà, ma dobbiamo inventare il nostro futuro. E’ il nostro lavoro” (Lucien Pagès)
  • se, avendo tanto tempo a disposizione, ci viene spontaneo dedicarci interamente ad un nostro hobby o passione (cucina, cucito, disegno, danza, scrittura, social media, fotografia, etc.) allora anche questa può essere una risposta alla domanda “cosa voglio fare davvero nella vita” e sarebbe utile capire, in questo tempo “ritrovato”, se davvero potremmo riuscire a trasformare questo hobby in qualcosa di più concreto per il nostro lavoro, magari diventando più bravi e competenti, oppure capendo meglio che caratteristiche ha questo hobby che ci fanno sentire tanto bene e quindi desumere da queste che tipo di caratteristiche similari dovrebbe avere il nostro lavoro futuro per farci stare bene.
“La creatività spesso viene fuori dagli scenari più sfidanti” (Daniel Marks)
  • se si è a casa, e non si sta lavorando, magari perché siamo in cassa integrazione, o in ferie forzate, potrebbe essere anche utile riflettere su quali parti del nostro lavoro ci mancano davvero: avendo dovuto prendere una “distanza” forzata dal nostro lavoro, dall’ambiente, dai colleghi, dai contenuti, dalle relazioni, questa distanza ci può rendere più lucidi per capire cosa ci manca davvero e quello che ci sta mancando è anche quello che ci indica quello verso cui siamo più portati: ci manca più un certo tipo di attività, ci manca di più un certo tipo di problematiche da risolvere, o alcune relazioni? Riflettendoci bene possiamo capire meglio quello verso cui siamo più portati, che ci piace di più, in cui forse possiamo riuscire meglio, così come potremmo riflettere su cosa proporre di fare di meglio, di diverso, di ulteriore una volta rientrati al lavoro.
“Per comprendere il mondo bisogna, di tanto in tanto, allontanarsene” (Albert Camus)
  • se si è a casa in una condizione di “smartworking” si può capire molto quanto davvero siamo, o meno, “smart” perché questa espressione inglese non significa, in realtà, solo lavorare da casa, ma si porta dietro una modalità completamente diversa di dover concepire il proprio lavoro stando a casa. Quindi le persone che pensano di lavorare in smartworking, e si immaginano di riprodurre le medesime condizioni che hanno presso la loro sede di lavoro normale, in realtà stanno anche dimostrando, a se stessi ed agli altri, una certa difficoltà di adattamento, di flessibilità e di mentalità smart. Lavorare in “smartworking” vuol dire essere capaci di trovare soluzioni creative e nuove ai problemi e non dire o pensare frasi del tipo “questo non lo posso fare perché lavoro da casa e bisogna aspettare di tornare in azienda” ed in realtà, per mia esperienza personale frasi di questo tipo ne sto sentendo molte in questo periodo. Chi, invece, sta riuscendo a lavorare bene in smartworking sta anche dimostrando di essere “smart” e di avere capacità di adattamento, di problem solving, di flessibilità, di autonomia, di semplificazione che potrà citare tranquillamente tra le sue competenze. Inoltre lo smartworking ci impone di sviluppare una competenza del tutto nuova che è quella di riuscire a comunicare in maniera efficace ed essenziale con altri che sono a distanza perché non possiamo permetterci i nostri abituali modi di comunicare e questa è davvero una grande e nuova sfida per tutti.
“La misura dell’intelligenza è data dalla capacità di cambiare” (Albert Einstein)
  • se si sta continuando a lavorare, ed ovviamente si stanno incontrando mille problemi e sempre nuove incognite da affrontare ogni giorno proprio a causa del coronavirus, esce fuori molto chiaramente chi ci mette grinta, e chi prova a scansarsi, magari inventandosi malattie o congedi improbabili; chi si mette a disposizione e prova a proporre idee e chi si ritira ed aspetta passivamente indicazioni dagli altri; chi si mette in pole position per andare in smartworking e chi si mette a disposizione per fare anche attività che non sono di sua competenza pur di affrontare la bufera; chi dimostra solidarietà e chi egoismo; chi cerca di rendere più facile il lavoro degli altri e chi è maestro nel complicarlo; chi cerca di condividere tutte le informazioni e chi parla solo con la “pistola alla tempia”. C’è infine chi sta speculando, con il proprio lavoro, su questa situazione, ad esempio vendendo merci a prezzi assolutamente rialzati e su questo tipo di comportamento direi che non valga neanche la pena di spendere parole perché il tema non riguarda le competenze, ma i valori, o i non valori, di questo tipo di persone. In sostanza, in queste situazioni esce molto velocemente, e molto chiaramente, tutto il meglio ed il peggio delle competenze delle persone e non è necessario fare sofisticati bilanci delle competenze per capire quali sono i punti di forza e di debolezza di ognuno.
“Non conosco a fondo una persona fino a quando non vedo come si comporta nelle avversità” (Brené Brown)
Per tutti questi motivi io non credo tanto nella retorica che il Coronavirus ci renderà tutti delle persone migliori, credo, invece, che questo virus possa essere un test, accelerato e spietato, per farci capire, prima di tutto, ad esempio rispetto al nostro lavoro:
 
  • quali competenze o incompetenze mettiamo in campo;
  • quali e quante energie vitali mettiamo, o non mettiamo, in campo;
  • su cosa, a livello di contenuto di lavoro, interessi e competenze facciamo convergere davvero le nostre energie (o se invece tutto quello che non stiamo facendo ci indica che il lavoro che facciamo non ci interessa, o che siamo davvero poco intraprendenti, o svogliati, o poco vitali).
 
Dopo questo bagno di consapevolezza potremmo avere la possibilità di decidere di fare qualcosa di buono e di migliore per la nostra vita lavorativa, ma per questo, come sempre, ci vuole tanta determinazione, impegno e grinta e non è detto che siano qualità e volontà alla portata di tutti.
 
Il Covid, per ora, ci mette solo davanti allo specchio e sarebbe bene sfruttare questa opportunità per avere il coraggio di sostare davanti all’immagine riflessa e capire meglio qualcosa in più su noi stessi e su chi vogliamo e possiamo essere in un futuro nuovo quale quello che, inesorabilmente, ci attende!
Auguri a tutti!