“Sono sempre più convinto che a fare la storia siano le persone comuni:
la loro partecipazione alle decisioni che riguardano il futuro
è la sola garanzia di democrazia e libertà”

Nelson Mandela
Alcuni anni fa, per rendere il nostro omaggio alla festa del 1° maggio, che è una festa bella e necessaria per tutti noi di Working room, ho scritto un articolo dal titolo “Perché il lavoro è importante per la nostra vita” in cui partivo citando il primo articolo della Costituzione Italiana che recita
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
E poi, nell’articolo, proseguivo utilizzando anche il bellissimo commento che Roberto Benigni ha fatto a questo articolo della Costituzione, per cercare di sottolineare quanto sia importante che ognuno di noi viva questo articolo, ed altri che ne seguono, cercando di prendere in mano la propria vita lavorativa e di onorarlo sia come un diritto al lavoro che come un dovere.
 
Oggi, anche in questo clima di grande incertezza sul futuro lavorativo di molte persone, legato alla grande crisi economica che si prospetta come conseguenza della emergenza sanitaria del Covid-19, e soprattutto dopo aver riflettuto sul tipo di persone che sono rimaste a lavorare sul campo in questo periodo di lockdown: personale sanitario, addetti del settore agricolo, personale delle industrie e negozi di prima necessità, forze dell’ordine, volontari, badanti, addetti alla rimozione dei rifiuti e delle pulizie e sanificazione delle strade, addetti ai trasporti, tanto per citarne alcuni, ho ripensato a questo nostro primo articolo della Costituzione e mi piacerebbe proporre la seguente variazione:
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sulla “dignità” del lavoro.
Penso, infatti, che non basti parlare di lavoro, ma sia quanto mai necessario porre la questione della dignità di ogni lavoro e riflettere bene su cosa ci sia dietro la parola dignità ed anche su cosa possiamo fare noi tutti, nel nostro piccolo, per contribuire a dare maggiore riconoscimento alla dignità che ogni lavoro merita.
 
Spero di non essere fraintesa nella volontà di un discorso retorico o idealista, perché credo che non si possa, con estrema onestà intellettuale, non riconoscere alcuni dati di realtà: la maggior parte dei lavori che ho citato prima sono:
 
  • mal pagati e spesso sottopagati;
  • poco riconosciuti socialmente in termini di importanza e di prestigio;
  • a volte poco tutelati contrattualmente;
  • invisibili ai più e poco interessanti per i giovani.
 
E mi sembra che rientrano in questa categoria anche altri lavori, come quello dei maestri e degli insegnanti, piuttosto che gli artisti di strada che ho voluto omaggiare con la foto.
 
Ovviamente la mia è una generalizzazione e ci sono sicuramente situazioni, ambienti, spazi, persone rispetto alle quali tutto questo non accade, ma credo che valga nella maggioranza dei casi.
 
L’emergenza Covid ha portato alla ribalta questi lavori, spesso invisibili, ci ha fatto vedere quanto, in molti casi la motivazione al lavoro di queste persone sia tale da mettere a rischio la loro stessa vita, ci ha fatto riflettere sul fatto che l’orgoglio ed il senso del dovere prescinde da quanto veniamo pagati e che il senso del lavoro nasce non dallo stipendio, ma dal sapere e dal sentire di contribuire a qualcosa di importante, di necessario, di vitale.
 
Tutte cose che da sempre sostengono anche molti studi sulla motivazione al lavoro, ma che poi vengono spesso ignorati in molti ambienti di lavoro dove viene chiesto alle persone di lavorare senza dare loro un senso, uno scopo più alto cui aderire, con cui identificarsi per cercare di dare il meglio di sé.
 
D’altra parte, però, credo che questo non basti.
La dignità del lavoro si porta dietro tanti elementi che devono essere tenuti insieme e che provo qui ad elencare:
  1. un senso di scopo, un obiettivo verso cui tendere che ci renda orgogliosi di quello che facciamo e che ci sia chiaro;
  2. un riconoscimento sociale del nostro lavoro e dei nostri sforzi, sia mediante apprezzamenti espliciti e condivisi che con la retribuzione;
  3. una retribuzione che sia adeguata al lavoro che stiamo facendo ed al valore che stiamo producendo e che tenga conto del fattore meritocratico;
  4. una tutela giuridica e pratica rispetto alla nostra salute, alla nostra sicurezza ed alla nostra retribuzione.
 
Se ce ne fosse stato bisogno credo che questa pandemia del Covid abbia reso ancora più chiaro a tutti alcuni fattori che ci riguardano:
  • la globalizzazione, che ci piaccia o no, è un dato di realtà sia a livello economico che a livello sociale;
 
  • la globalizzazione crea, come tutti i fenomeni, alcune conseguenze positive ed alcune negative di cui è necessario essere consapevoli per poter valorizzare le prime e contenere le seconde;
 
  • tra le conseguenze positive ci sono, ad esempio, una maggiore libertà di noi tutti e quindi anche un ampliamento di opportunità, anche di tipo lavorativo, oppure la possibilità di sentirci parte di una comunità più ampia che ci crea un senso reale, o illusorio, di essere cittadini del mondo;
 
  • tra le conseguenze negative ci sono, ad esempio, la ricerca spasmodica delle fonti produttive a più basso costo (che permette a noi consumatori di comprare a prezzi sempre più bassi) e, paradossalmente, l’emersione a livello sociale di un individualismo crescente (la proliferazione dei selfie, tanto per citare un caso eclatante) proiettato in una illusoria bolla sociale globale;
 
  • la tecnologia è un altro importante fenomeno che ormai fa parte delle nostre vite e che credo abbia dato un impulso positivo a molti settori della nostra vita (dalle scienze alla medicina, dai trasporti alle comunicazioni) e sono molto lontana dal demonizzarla, ma come tutte le cose è importante capire l’uso che ne facciamo;
 
  • in particolare, nel dibattito rispetto al lavoro, la tecnologia è stata, fino ad oggi considerata come il male che avrebbe fatto sparire migliaia di posti di lavoro, mentre io non sono così pessimista e sostengo che, proprio l’esperienza del Covid, ci abbia dimostrato quanto sia importante l’integrazione tra la tecnologia e l’uomo nel senso che abbiamo bisogno dei termoscanner, ma anche di persone, di essere umani che si occupino di altri esseri umani per tantissimi lavori in cui oggi, e domani, nessuna macchina potrà sostituirci. In questi giorni ho visto circolare dei piccoli robot, nelle corsie di alcuni ospedali, che portavano medicine ai malati infetti per evitare che il personale fosse esposto a rischi di contagio, e questa personalmente la vedo una cosa positiva, ma innanzitutto dietro quei robot ci sono delle persone che li hanno progettati e poi, oltre quei robot, sarà sempre necessaria la presenza di essere umani qualificati che saranno in grado di dare, da una parte calore e dall’altra competenza di fronte all’emergenza, che nessun robot potrà dare.
 
La questione, allora, mi sembra che sia che abbiamo bisogno tutti di riscoprire la dignità di tanti lavori che sono essenzialmente lavori di servizio alle persone e capire anche cosa possiamo fare tutti per dare un contributo positivo affinché vi sia un maggiore riconoscimento di dignità di questi lavori.
 
Il primo contributo, a zero costo, da parte di tutti potrebbe essere quello di “vedere” queste persone, di riconoscere l’importanza del lavoro che fanno, di dirgli grazie, di essere gentili, di pagarli adeguatamente quando tocca a noi farlo, di mostrare una maggiore curiosità verso le storie di queste persone e verso la conoscenza del tipo di lavoro che fanno. L’altro giorno, in radio, ho sentito un ascoltatore che ha detto “la prima cosa che farò quando finisce il lockdown è pagare di più la nostra babysitter perché mi sono reso conto che mia figlia è una peste e credo che il lavoro che fa vale davvero di più”.
 
Il secondo contributo potrebbe essere quello di riflettere meglio quando assumiamo la veste di consumatori e pensiamo di fare l’affare comprando prodotti a prezzi stracciati. Molto probabilmente dietro un prezzo stracciato c’è una dignità stracciata e rischiamo, inconsapevolmente, di creare un circolo vizioso in una economia globalizzata.
 
Il terzo contributo (ma qui preannuncio che mi azzardo verso l’utopia) potrebbe essere quello di accettare tutti di partecipare ad un sistema lavorativo in cui valga di più il riconoscimento del merito, anche dal punto di vista retributivo, ed in cui, non si premino solo i lavori cosiddetti intellettuali, ma anche tutti i lavori di servizio alle persone che molti non vogliono fare, intendo dire che ci vorrebbe una sorta di indennità, di maggiorazione, per quei tipi di lavori che non tutti vogliono fare.
 
Siamo una società fondamentalmente individualista in cui ognuno pensa per sé,
ma la dignità del lavoro è una questione che riguarda tutti
ovviamente chi ci governa, ma credo che questo non possa e non debba essere un alibi per fare ognuno la propria parte per questo ho iniziato l’articolo con la frase di Mandela.
Ma mi permetto anche di dedicare, con grande modestia, questo articolo ad un famoso economista italiano scomparso nel 1987, Federico Caffè. Nell’anno della sua scomparsa io mi apprestavo ad iniziare la facoltà di economia ed avevo letto questa notizia di cronaca in cui si diceva che questo famoso professore era scomparso nel nulla ed in effetti non si è più trovato il suo corpo. Quella notizia mi aveva molto colpita, e quel nome mi è sempre rimasto nel cuore, poi alcuni giorni fa, facendo alcune ricerche per scrivere questo articolo ho scoperto che esiste un libro con una serie di scritti e di interviste fatte proprio a Federico Caffè dal titolo “La Dignità del lavoro” a cura di Giuseppe Amari ed ho scoperto quanto Caffè avesse a cuore questo tema negli anni dal dopoguerra in poi, ma ho anche capito quanto questo tema rimanga, purtroppo, ancora oggi di grande attualità, pur essendo profondamente mutati i contesti economici, lavorativi e sociali.
 
Federico Caffè era convinto che fosse necessario far prevalere le idee sugli interessi costituiti e diceva “non c’è ombra in chi ha la luce di un ideale”, forse è il momento di accendere una luce tutti noi sul tema della dignità del lavoro.
 
Buon 1° maggio a tutti!