Noi di Working room insistiamo spesso sulla bontà metodologica di farsi e fare delle domande, spesso scomode, ma che possono avere il potere di spingerci oltre la nostra, più comoda, “comfort zone”, e darci quegli spunti e quegli stimoli necessari per fare passi in avanti, o magari anche di traverso, ma comunque diversi, rispetto alla nostra vita professionale.
Senza domande, molto spesso, rischiamo di rimanere fermi, ed in un mondo che gira, a volte vorticosamente, ed a volte senza senso, rimanere fermi per me vuol dire correre il rischio di rimanere in balia degli eventi. Certo, a volte può succedere anche qualcosa di positivo rimanendo fermi, ma anche i detti popolari, che contengono una certa dose di saggezza, dicono che in realtà
la fortuna aiuta gli audaci.
Quindi forse sarebbe meglio uscire da posizioni che, a vederle bene, nella maggior parte dei casi comode non sono, ma spesso sono più dei “ripieghi”, degli “adattamenti” e provare a costruire qualcosa di diverso, partendo proprio da alcune domande.
 
Sono domande, quelle presentate di seguito, pensate sia per persone che hanno un lavoro dipendente (sia esso un lavoro di responsabilità che non) e sia che hanno un lavoro autonomo, o imprenditoriale, e che penso ognuno di noi dovrebbe porsi periodicamente, anche in questi tempi difficili, in cui sembra che l’incertezza ci blocchi tutti ad una operatività e ad una visione di brevissimo periodo, che non ammette altri pensieri, ma, che ci piaccia o no, il futuro di tutti noi è al di là di tutto questo.

Priorità

Quali sono le vere priorità del mio lavoro? E se ce le ho chiare, le ho definite confrontandomi con altri o da solo? Lascio che le cose accadano (che i progetti siano altri a chiedermeli e quindi a definire le mie priorità), o me li vado a cercare attivamente e stabilisco io cosa e quando fare in un dialogo con gli altri?
 
Queste sono domande che penso necessarie per due motivi:
  • il primo è che molte persone mi sembra che riflettano davvero poco sulle priorità e si concentrino più sulle urgenze che non sulle priorità, finendo, peraltro, con il rendere tutto una urgenza, da risolvere spesso in fretta, mentre le priorità spesso richiedono un pensiero riflessivo e non una semplice reazione;
  • il secondo è che mettere a fuoco le priorità significa avere voglia di assumere una prospettiva più strategica rispetto al proprio lavoro, più attiva, ed anche questo spesso manca, sia nel lavoro dipendente, con l’idea che debba essere sempre qualcun altro a pensarci e sia nel lavoro autonomo, in cui si rischia di sentirsi vittime del contesto esterno che determina quello che ci può, o non ci può, accadere.

Contenuti

Di cosa penso non si stia discutendo abbastanza nella mia organizzazione? O su cosa, se sono un autonomo, forse non sto riflettendo abbastanza? E cosa potrei fare di concreto per attivare questa discussione o riflessione?
 
Di cosa continuiamo a discutere nella mia organizzazione, o gruppo di lavoro, che nella realtà non stiamo riuscendo a risolvere? O su cosa, se sono un autonomo, mi sto continuando a scervellare, senza arrivare al dunque? Cosa potrei fare, di diverso, rispetto a questa situazione per favorire lo sblocco?
 
Entrambe le domande sono utili per soffermarsi a pensare i contenuti delle nostre riflessioni, anche in questo caso perché il rischio è che ci concentriamo tutti su quello che sta accadendo oggi, magari evitando di affrontare questioni più scomode, complicate, insidiose.

Contesto interno

Cosa ancora non conosco della organizzazione in cui lavoro che in realtà mi desta delle preoccupazioni? E cosa potrei fare per colmare questo vuoto di conoscenza per placare queste mie preoccupazioni?
 
Quanto ci conosciamo all’interno della organizzazione e che livello di stima e di fiducia reciproca abbiamo? Ed io cosa posso fare per aumentare la conoscenza, la fiducia, la stima degli altri verso di me e viceversa?
 
Quali sono le persone, nella mia organizzazione, con cui collaboro di meno, ma con cui riterrei più opportuno/interessante collaborare di più, a beneficio del lavoro di entrambi? Cosa potrei fare per attivare una maggiore collaborazione?
 
In questo periodo sono pronta a scommettere che tante persone nutrono preoccupazione, ad esempio, su come stia andando l’organizzazione per cui lavorano, essendo un momento di crisi, ma non hanno il coraggio o non si sentono autorizzate a fare questo tipo di domanda, mentre sarebbe utile capire meglio la situazione trovando il giusto modo per porre questo tipo di domanda. Così come se percepiamo di vivere in un contesto di scarsa fiducia tra colleghi, non si va molto lontano, facendo finta di niente e sarebbe meglio affrontare con coraggio e spirito costruttivo la situazione.

Contesto esterno

Come penso, vedo, sento che stia cambiando il contesto esterno e cosa penso dovremmo fare, affrontare, sfruttare, possibilmente come opportunità, nella mia organizzazione (o io come lavoratore autonomo)? Ed io cosa posso fare o proporre per rendere questo che vedo più evidente?
 
Con le nostre strategie, politiche, attività, comportamenti stiamo pensando a tutti i soggetti che hanno degli interessi collegati alla nostra attività (Clienti, Fornitori, Lavoratori, Enti Finanziari, Associazioni, etc.)? Ce n’è qualcuno a cui dovremmo prestare maggiore attenzione? Ed io cosa potrei fare in tal senso?
 
Spesso, troppo spesso, siamo concentrati più su di noi, su quello che accade all’interno della nostra organizzazione, e rischiamo di non guardare a quello che c’è fuori con curiosità ed interesse. Ed il contesto esterno, essendo in continuo mutamento, può essere una fonte inesauribile di opportunità, se le vediamo e le sappiamo cogliere, ma anche di minacce, che si realizzano soprattutto se abbiamo l’idea che l’esterno, in quanto tale, non possa essere da noi gestito, ma solo subito.
Inoltre il contesto esterno è fatto da molti soggetti con cui sarebbe opportuno intrattenere rapporti costanti, rispetto ai quali sarebbe bene pensare quali aspettative hanno nei nostri confronti, in che modo potrebbero esserci di aiuto, o di ostacolo, e noi cosa potremmo fare in tutto questo.

Lungo termine

Dedichiamo del tempo a pensare a quello che ci potrà accadere nel medio-lungo termine, o siamo concentrati solo sulle attività operative di breve periodo? Cosa potrei fare io pensando al lungo termine (almeno cinque anni)?
 
Cosa mi piacerebbe proporre alla mia organizzazione, che penso possa portare ad un miglioramento dei risultati o del funzionamento, e che non ho avuto ancora la possibilità o il coraggio di proporre? O se ho un lavoro autonomo, che progetto vorrei fare che non ho ancora avuto il coraggio o la pazienza di portare avanti? Cosa potrei fare per presentare bene questa proposta e cercare i giusti sponsor?
 
Le crisi, con l’incertezza che si portano dietro, sono un ottimo alibi per non pensare al lungo termine, ma se ci riflettiamo bene la stessa cosa ci accade quando viviamo momenti di benessere. Anche in questo secondo caso, che è l’opposto della crisi, tendiamo a goderci il momento presente e a non pensare a cambiare nulla. In realtà il mondo è molto più dinamico di quello che pensiamo, nel bene e nel male, e per questo motivo occorre sempre, senza alcun alibi, avere quasi uno sguardo “strabico”, con un occhio puntato sul breve termine ed un altro sul lungo termine, su quello che vorremmo ci accadesse nel futuro, su quello che pensiamo potrà avvenire nel futuro e su come noi ci possiamo posizionare rispetto a queste previsioni, sempre cercando di avere uno spirito attivo, costruttivo e non passivo.