Less is more
(meno è meglio)
Ogni anno ho la possibilità di parlare con moltissime donne, sia nella mia vita professionale che in quella privata.
La mia personale statistica è che la maggior parte viva uno stato di “sovraffaticamento”, sia di tipo pratico (la quantità e varietà di attività che svolgono), ma soprattutto di tipo emotivo (un coacervo di emozioni, molte delle quali negative).
 
E’ mia convinzione, di cui mi assumo la responsabilità, che nella maggior parte dei casi questo perenne “sovraffaticamento” sia dovuto:
 
  • in parte al contesto esterno, a partire da quello culturale, che sembra quasi “imporre” alla donne di dover far tutto. Ne sono due esempi diversi il fatto che una regola, spesso implicita, è che siano le donne ad occuparsi della casa, dei figli, degli anziani (anche se lavorano); ma è altrettanto introiettato nella nostra mente che “le donne devono fare il doppio, o anche il triplo, per essere riconosciute nei posti di lavoro”;
  • in parte alle donne stesse ( e qui spero che questa affermazione non sia presa come una provocazione) che spesso sono le prime a non riuscire ad immaginare di poter trovare soluzioni che le “affatichino meno”, che le proteggano dal rischio di esaurire le proprie energie, che le permettano di portare avanti anche quello che “vogliono” e non solo quello che “devono”.
 
Mi sembra che ci sia una doppia trappola
 
e che molto del “giusto” dibattito pubblico riguardi il primo aspetto, quindi una cultura da cambiare a livello sociale, con i necessari sostegni in termini di aiuti (dagli asili nido, alle pari opportunità, etc.).
In realtà credo che la seconda trappola venga affrontata prevalentemente nell’intimità di colloqui personali con le amiche, con il terapeuta, con se stesse, con incontri di consulenza individuale o di coaching, anche se molto spesso le donne tendono, su questa seconda trappola a:
 
  • non riconoscerla;
  • riconoscerla, ma pensare nel proprio intimo che non possano fare nulla per cambiare la situazione per tanti motivi diversi su cui incidono fortemente: senso del dovere e della responsabilità; senso di colpa; paura di non fare o non essere abbastanza, etc.;
  • riconoscerla, ma pensare che le cose potranno cambiare solo e quando cambierà il contesto esterno in cui vivono (quando i figli cresceranno, o quando troveranno un nuovo lavoro, o quando ci saranno nuove leggi più favorevoli, etc.).
 
Nella mia esperienza devo constatare che si tratta di atteggiamenti trasversali che prescindono dall’età (donne giovani e donne mature); dal tipo di lavoro; dal contesto culturale e sociale in cui vivono; dal grado di successo e di realizzazione che hanno nel loro lavoro e nella loro vita personale, etc..
 
Il risultato è che
la maggior parte delle donne sono “sovraffaticate”, ma queste stesse donne credono di aver imparato a convivere con questo “affaticamento”
e continuano a perpetuare convinzioni, scelte e comportamenti che lo alimentano.
 
Poi arriva spesso una delusione, un trauma, una perdita, una mancata promozione, ed il rischio è questo “sovraffaticamento” non sia più gestibile e determini una o più di queste situazioni:
 
  • perdita di motivazione e di senso rispetto a quello che si sta facendo;
  • esaurimento fisico o psichico con stati depressivi o di ansia;
  • incredulità, o mancata comprensione, da parte degli altri che spesso non riconoscono questo “sovraffaticamento” dal momento che le donne per prime tendono a nasconderlo;
  • abbassamento della propria autostima laddove si pensi che l’incapacità di “gestire tutto” sia un segno di debolezza o, appunto, di incompetenza;
  • paura di perdere tutto o il “controllo” di tutto;
  • perdita o riduzione della lucidità e del desiderio di pensare e agire in maniera diversa.
 
 
La domanda è:
 
Ci meritiamo tutto questo?
 
La mia risposta è NO. Ma per evitare di cadere nella seconda trappola è necessario che, noi per prime, impariamo ad uscire da quella che, paradossalmente, è diventata la nostra “comfort zone”, del voler fare tutto e di più, ed iniziamo a pensare davvero che “less is more” e quindi che possiamo fare meno, ma fare meglio (per noi stesse e per gli altri).
 
Allora provo a fare qualche esempio su come applicare questa formula del “less is more” anche se so che per molte di noi può essere una vera sfida e tante crederanno impossibile provare a mettere in campo alcuni di questi esempi (ma forse dovremmo proprio pensare che quello che ci sembra impossibile è proprio indicativo di quanto siamo nella nostra “comfort zone” in cui possiamo controllare e prevedere tutto quello che facciamo ed in cui siamo anche certe di aderire a quello che gli altri si aspettano da noi). Per essere onesta sono esempi in cui, per arrivare al “less is more”, io mi permetto delle provocazioni o dei suggerimenti che partono da “less and more”:
 
  • meno utilizzo del verbo “dovere”, e più utilizzo dei verbi “potere” e “volere”;
 
  • meno lavoro in solitaria o accentrato, e più ricerca di alleanze e di persone cui delegare;
 
  • meno perfezionismo, e più capacità di attribuire le giuste priorità mettendo anche un “punto” quando necessario;
 
  • meno voglia di conoscenze (da acquisire facendo le eterne studentesse), e più voglia di competenze (da acquisire facendo attività, sbagliando, imparando anche sul campo);
 
  • meno paura di sbagliare o di non essere abbastanza, e più coraggio e curiosità di provare a fare cose nuove;
 
  • meno “faccio quello che penso gli altri si aspettano da me”, e più “faccio quello che penso importante per me”;
 
  • meno “sono brava (e fiera) se capace di essere sempre multitasking”, e più “utilizzo meglio le mie energie se mi concentro solo sulle cose più importanti”;
 
  • meno “devo diventare più competente per aspirare a fare carriera”, e più “con le mie competenze riuscirò ad imparare tutte quello che serve per il nuovo incarico e posso accettare di essere solo parzialmente competente, almeno nelle prime fasi”;
 
  • meno “sono sempre disponibile”, e più “sono capace anche di dire dei NO”;
 
  • meno “dipendo da (o è importante) cosa pensano gli altri di me”, e più “costruisco la mia auto valutazione anche con il confronto con gli altri”;
 
  • meno “ se sono stanca sono debole”, e più “se sono stanca mi posso fermare rivedendo e rinegoziando le mie priorità”;
 
  • meno “devo dimostrare il mio valore”, e più “voglio imparare cose nuove”;
 
  • meno “con il mio lavoro serio e ben fatto gli altri si accorgeranno di me”, e più “ho voglia di valorizzare il mio lavoro facendo vedere agli altri e chiedendo quello che penso sia giusto per me”;
 
  • meno “ho paura di sbagliare e di come mi giudicheranno se faccio degli errori”, e più “ se sbaglio e faccio degli errori riuscirò a dimostrare, a me stessa ed altri, che sono capace di generare apprendimenti positivi”;
 
  • meno “se non ci sono io per gli altri è un problema”, e più “se non ci sono io gli altri impareranno a cavarsela anche da soli”;
 
  • meno “materna, buona, premurosa, comprensiva e gentile” (anche al lavoro), e più “adulto con le sue necessità capace di negoziare con gli altri”;
 
  • meno “tutte le energie che ho devo e posso usarle”, e più “tutte le energie che ho devo nutrirle, curarle ed evitare che si esauriscano”;
 
  • meno “faccio tutto io”, e più “chiedo aiuto e supporto ad altri”;
 
  • meno “più cose dimostro di saper fare più sono brava”, e più “è la qualità e non la quantità di quello che faccio che davvero importa”.
 
Sono sinceramente convinta che
se le donne provassero a mettere in campo questi comportamenti e queste convinzioni, riuscirebbero a produrre la vera “rivoluzione” culturale
anche di tipo meritocratico, di cui avremmo tutti bisogno, aiutando anche il contesto esterno a riorganizzarsi di conseguenza.
 
Quando parlo con donne “sovraffaticate” il mio primo suggerimento è di:
 
  • fare un elenco di tutto quello che fanno ogni giorno;
  • identificare le attività che hanno scelto di fare da quelle che pensano sia “doveroso” fare;
  • capire se il “doveroso” è imposto da altri o da se stesse;
  • capire, per ogni attività, cosa possono fare di meno, cosa possono affidare ad altri, cosa possono mettere in priorità 2, invece di avere tutto in priorità 1;
  • capire a chi poter chiedere aiuto per “alleggerire il carico”;
  • valutare quante sono le attività che “tolgono energia” e quante sono quelle che “danno energia”, e capire cosa possono fare per aumentare le seconde e ridurre o modificare le prime.
 
La maggior parte delle donne “sovraffaticate” che incontro sono donne piene di qualità, di desideri, di idee, ma credo che solo se attuano delle strategie orientate al “less is more” potranno far emergere tutte le loro parti positive e di valore e produrre un vero cambiamento in se stesse e negli altri.
Io ci credo, anche se so che è difficile, ma penso che sarebbe sensato provarci, con pazienza ed accettando di fare piccoli passi ogni giorno! ©