Affrontare la questione della felicità è, di per sé, un’impresa complessa, soprattutto in tempi difficili come quelli che viviamo oggi, sebbene sempre più spesso ci poniamo, in realtà, il problema di come essere felici e di come possiamo “misurare” la nostra felicità.
Cercare di associare, poi, felicità e lavoro potrebbe essere per qualcuno un’impresa addirittura impossibile, quasi un vero e proprio tabù.
Provo a lanciarmi in questa sfida cercando di condividere qualche riflessione e di dare qualche consiglio pratico.
 
Uno dei libri che ho studiato in questi ultimi tempi, e che mi ha fornito diversi spunti di pensiero, è quello di Paul Dolan, dal titolo Happiness by Design.
 
Parto, dunque, proprio dal pensiero di Dolan (professore esperto di “felicità” alla London Business School of Economics) per proporre alcune riflessioni, prima sul tema della felicità e poi sul possibile collegamento con il lavoro.
 
 
Che cosa è la felicità?
Innanzitutto prendo a prestito da Dolan una definizione di felicità secondo cui:
“la felicità è la capacità di trovare e sperimentare un senso di piacere unito ad un senso di scopo (di utilità) nella vita di ogni giorno”.
Quindi, secondo Dolan, siamo felici e ci sentiamo bene quando riusciamo a trovare un equilibrio tra ciò che ci dà piacere e ciò che ci fa sentire di avere un scopo nella vita e di essere utili.
Diversi studi condotti sulle persone in vari paesi del mondo sembrano dimostrare questa tesi e Dolan ne approfondisce numerosi nel suo libro.
I due ingredienti, il piacere e lo scopo, possono essere mixati in maniera diversa da ognuno di noi nell’arco della giornata, del mese e della vita. Ma sono necessari entrambi ed è importante riuscire a trovare quale sia il giusto equilibrio per ognuno.
 
In effetti sappiamo che una vita votata solo al piacere non produce necessariamente felicità, così come una vita spesa solo in funzione di onorare uno scopo o un dovere. Per Dolan, quindi, se abbiamo una vita in cui predominano aspetti di piacere dovremmo impiegare del tempo anche a fare attività che ci danno uno scopo ed un senso di utilità per gli altri; al contrario se conduciamo una vita in cui siamo concentrati soprattutto su fare attività che hanno uno scopo ed una utilità dovremmo cercare di dedicare del tempo anche a ciò che ci dà piacere. Solo con il giusto mix riusciremo a provare una sensazione di felicità.
 
 
Come facciamo ad essere felici?
Dolan sostiene che in realtà la nostra felicità dipende da quello su cui focalizziamo la nostra attenzione. Quindi, se non ci sentiamo felici, dovremmo riuscire a spostare la nostra attenzione su qualcosa che ci fa sentire bene, cioè che ci da un senso di piacere e/o di scopo.
 
Il tema centrale, in questa prospettiva, è che ai fini della nostra felicità è fondamentale la nostra capacità di attenzione ed in particolare di utilizzare questa attenzione per sentire, riconoscere e dare un nome ai sentimenti che proviamo nel fare le nostre attività quotidiane.
 
La differenza sostanziale di questa tesi di Dolan è che, in generale, tendiamo a prestare più attenzione a quello che pensiamo ci possa rendere felici, mentre più difficilmente ci concentriamo a capire se quello che facciamo davvero nel presente (non quello che pensiamo di fare) ci rende o meno felici.
 
Riuscire a fare attenzione a come i nostri comportamenti e le nostre azioni quotidiane impattano sui nostri sentimenti è un elemento critico per capire cosa ci rende felici e cosa non ci rende felici. Sono la frequenza e l’intensità dei nostri sentimenti rispetto a quello che facciamo che determinano il nostro livello di felicità o di infelicità. La felicità, in sostanza, non si misura con valutazioni globali sulla nostra vita, quanto piuttosto sul tipo di sentimenti che proviamo giorno dopo giorno ed a cui conviene prestare attenzione per esserne più consapevoli.
 
Ma dal momento che l’attenzione è una risorsa scarsa dobbiamo impegnarci ed allenarci per riuscire a focalizzarla sui nostri sentimenti e non, ad esempio, su quello che vorremmo per essere felici.
Una volta compreso, attraverso questa capacità di attenzione e di ascolto, cosa ci rende davvero felici potremo essere capaci di dirigere maggiormente la nostra attenzione su quel tipo di attività e comportamenti ed abbandonare più facilmente quelli che, invece, non alimentano il nostro senso di felicità.
 
 
Come possiamo coniugare lavoro e felicità?
E' possibile essere felici attraverso il nostro lavoro?
Proviamo ad applicare le idee di Dolan sulla felicità al tema del lavoro.
La prima riflessione è che potremmo definire davvero soddisfacente un lavoro che ci assicura un giusto mix tra:
  • piacere: fare attività lavorative che ci motivano, che ci fanno sentire bene, che ci piace fare, in cui sentiamo di essere competenti;
  • scopo: fare attività lavorative su cui abbiamo riscontri che sono utili ad altri, per cui abbiamo dei riconoscimenti di utilità e per i quali riceviamo, quindi, delle gratificazioni economiche e non.
 
La seconda riflessione è che, per riuscire a capire quali sono le attività lavorative che ci rendono felici, dobbiamo fare con regolarità degli audit, cioè dei controlli che ci aiutino a prestare attenzione ed a riconoscere le attività ed i comportamenti che facciamo ogni giorno al lavoro e quali sentimenti ci provocano.
Il consiglio pratico diventa quindi di prendersi un giorno alla settimana, o al mese, per fare quello che Dolan chiama un “happiness audit” facendo letteralmente la lista delle attività che abbiamo fatto, dei comportamenti che abbiamo avuto, delle persone con cui abbiamo lavorato ed assegnando ad ognuna un punteggio relativo a quanto ci hanno dato piacere e quanto ci hanno dato un senso di scopo e valutando, alla fine, quali sono quelle con un punteggio più alto.
 
Il passo successivo sarà di capire come poter sviluppare nel proprio lavoro le attività, i comportamenti, le relazioni che ci fanno stare bene e come, al contrario, riuscire a contenere, delegare, modificare quelle che ci fanno provare sentimenti poco positivi.
Sembra qualcosa di scontato, ma se ci riflettiamo quello che succede è che passiamo la maggior parte del nostro tempo a gestire quello che ci capita (e che non abbiamo deciso o voluto) e non a riflettere su quello abbiamo fatto e su come ci siamo sentiti.
 
L’importante è riuscire a concentrare la propria attenzione su tutte le piccole e grandi cose che realmente facciamo al lavoro nel presente e a definire ogni volta piccoli, ma concreti, passi di cambiamento.
In generale, infatti, è scientificamente dimostrato che:
  • siamo più felici al lavoro quando facciamo qualcosa di concreto piuttosto che quando pensiamo soltanto a cosa ci può rendere felici;
  • se vogliamo incentivare in noi stessi o negli altri un comportamento o una azione nuovi dobbiamo riuscire a rendere questo comportamento più facile, cioè creare un ambiente che lo rende più semplice o possibile;
  • è molto più semplice fare piccoli passi concreti che non cercare di rivoluzionare il proprio modo di essere e di adottare drasticamente un nuovo stile di vita e di lavoro.
 
Fare costantemente questo tipo di controlli può aiutarci ad allenare sensibilmente la nostra capacità di attenzione e può assicurare un progressivo avvicinamento tra felicità e lavoro.