Il modo in cui consideriamo e gestiamo le critiche ha un impatto notevole sulla reale possibilità di raggiungere i nostri obiettivi nel lavoro.
Una cattiva gestione può portarci anche ad abbandonare i nostri obiettivi, mentre una buona gestione può darci spinte ulteriori per realizzarli.
 
Nel linguaggio corrente la critica è un giudizio sfavorevole e per molte persone già la semplice parola segnala una minaccia, un pericolo, qualcosa da prevenire o da cui difendersi, nascondersi.
Molti hanno pensato di trovare una soluzione usando la parola “feedback” invece di “critica” perché la prima risulta meno minacciosa, ma nella pratica se riceviamo un “feedback negativo” lo consideriamo una critica e quindi tanto vale, per me, provare ad affrontare questo argomento utilizzando la parola più diretta, quella di critica.
 
Nel lavoro, ma vale anche nella vita privata, la trappola in cui possiamo cadere è che se riceviamo delle critiche pensiamo immediatamente che abbiamo sbagliato qualcosa, che c’è un problema. Ancora peggio tendiamo a credere che la critica ci dica qualcosa di problematico su chi siamo, sulle nostre capacità, su quello che meritiamo o non meritiamo, sulla effettiva bontà dei nostri progetti, delle nostre idee, dei nostri obiettivi.
 
La critica diventa spesso un giudizio che sentiamo su noi stessi.
Ma è davvero così?
 
Quale può essere un altro modo di vedere e gestire le critiche?
 
Come si possono utilizzare meglio le critiche nel lavoro?
 
Personalmente faccio sempre molta fatica a gestire le critiche ed il mio pilota automatico fa scattare spesso, come prima reazione, una mitragliata di emozioni negative che in prima battuta mi atterra.
Posso diventare permalosa (“ma chi è questo per dirmi una cosa del genere?”), arrogante (“ma pensasse ai problemi suoi! Non ha capito niente!), frustrata (“forse sto sbagliando tutto!, sono un disastro!”), ansiosa (“ ed ora cosa succederà? Come farò a rimediare?”) e così via…
D’altra parte ormai sono in grado di riconoscere quanto siano dannose per me tutte queste emozioni negative e sono sempre alla ricerca di spunti che possano aiutarmi a mettere in campo risposte diverse.
Sono certa che diventare più brava a gestire le critiche ha un impatto molto positivo sulla qualità della mia vita e del mio lavoro ed ogni passo che faccio in questa direzione è una conquista di leggerezza e saggezza.
 
In questa mia ricerca di spunti, consigli, idee ho trovato particolarmente interessante il punto di vista di Tara Mohr, una brillante coach americana che dedica gran parte del suo lavoro a supportare, soprattutto le donne, a “giocare in grande” (uno dei suoi libri si intitola appunto “Playing Big”).
Pertanto, quello che cerco di fare quando ricevo delle critiche, dopo essermi rialzata dalla tempesta delle mie emozioni negative, è di ricordarmi alcuni principi suggeriti dalla Mohr.
 

1. La critica fornisce informazioni utili non tanto su di me, ma su chi me la sta dando

Questo principio è davvero quello da cui partire per guardare diversamente alle critiche e come sempre si fonda su un piccolo, ma sostanziale, cambio di prospettiva.
In realtà il primo, fondamentale errore che possiamo commettere è di leggere la critica come qualcosa che investe direttamente la nostra persona, la nostra identità. Un vero e proprio giudizio su noi stessi.
Nella sostanza, invece, la critica contiene solo l’opinione o la preferenza di chi ce la trasferisce, e ci da, quindi, informazioni sulla persona che ci sta dando la critica e non su noi stessi ed in questo sta la sua importanza: è un veicolo di informazioni sugli altri.
Provo a fare un esempio: se scrivo un post su linkedin e nessuno lo legge, invece di prendere questo come un giudizio negativo su quello che ho fatto, quindi una critica indiretta al mio lavoro, posso prenderlo come un segnale che alle persone cui io avevo immaginato di indirizzare il mio post l’argomento che ho scelto non interessa. Ho un’informazione sugli altri, non su di me.
 
Una critica, ma vale lo stesso anche per un apprezzamento positivo, non è un mezzo attraverso cui ridurre o accrescere la nostra autostima, ma è, più semplicemente, un utile veicolo di informazioni di quello che gli altri vedono e pensano del nostro lavoro.
 
Quando riesco a vedere la critica in questo modo la carica emotiva negativa perde forza e riesco ad assumere la giusta distinzione tra quello che è il contenuto della critica e quello che sono io.
 

2. Anche la critica va pulita e distillata

Dovremmo trattare le critiche come un cibo da pulire e tagliare prima di mangiarlo, invece quando riceviamo una critica tendiamo ad ingoiarla per intero, con tutti i rischi che ne conseguono.
Questa operazione di pulizia e di sminuzzamento dovrebbe riguardare sia i contenuti della critica che le persone che ce la manifestano.
Rispetto alle persone sarebbe utile tener conto solo delle critiche che arrivano da chi è effettivamente il destinatario che stiamo immaginando del nostro lavoro, mentre molto spesso accade che siano anche altri, come parenti, amici, mentori ad esprimerci critiche (o apprezzamenti) che noi teniamo in gran conto, nel bene e nel male, proprio perché vengono da chi ci è più vicino, ci conosce di più, ci vuole bene.
 
In realtà, e parlando solo della sfera del lavoro, sarebbe più giusto porsi la domanda:
 
Da chi vorrei ricevere delle critiche?
 
cioè delle informazioni su quello che pensa di quello che sto facendo o di come lo sto facendo. In questo modo si arriva addirittura a cercare le critiche, ma dalle persone giuste,
perché solo questo tipo di persone potrà esprimere una critica che contiene informazioni utili per il lavoro, mentre le persone con cui siamo legati da vincoli affettivi ci daranno, nel bene o nel male, dei pareri troppo condizionati dal vincolo stesso e poco pertinenti in quanto espressi da persone che nella realtà non sono destinatarie del nostro lavoro.
 
Dopo aver fatto pulizia a livello di persone da cui è sensato ascoltare una critica sarebbe opportuno anche distillare i contenuti della critica stessa, perché non tutto quello che viene detto può essere ritenuto prioritario ed importante.
Questo principio mi aiuta a riconoscere che un primo lavoro da fare è di riuscire a distinguere, all’interno di una critica, le parti che per me sono rilevanti, da quelle che invece non lo sono e rischiano solo di fare confusione.
 
Quindi, per applicare questo principio, quando ricevo una critica provo a scomporla in varie parti ed a selezionare solo quelle che ritengo più utili e stimolanti e lo faccio, comunque, solo se la ricevo da qualcuno che è realmente il destinatario del mio lavoro, qualcuno che intendo influenzare o ingaggiare con quello che sto facendo.
 

3. In fondo sarebbe strano e preoccupante non ricevere critiche

Se sto facendo qualcosa di nuovo, di sfidante, di difficile, di importante in fondo è normale avere anche delle critiche e forse non averle sarebbe ancora più preoccupante perché vorrebbe dire che le mie azioni non suscitano niente negli altri.
D’altra parte occorre anche riconoscere, con un esercizio di umiltà, che il modo in cui ho deciso di fare certe cose non è l’unico modo possibile e che è normale che ci possano essere persone che vedono le cose diversamente da me e che reagiscono a quello che io sto facendo esprimendomi le loro critiche, cioè il loro diverso punto di vista.
 
Senza arrivare a dire “tante critiche tanto onore”, che è il motto di alcuni, è importante, comunque, prendere le critiche come un feedback necessario per avere informazioni utili su quello che si sta facendo e su come viene percepito ed utilizzato dagli altri.
 

4. Quello che più mi ferisce e colpisce forse riecheggia qualcosa che in fondo penso anche io

Dopo il passaggio della tempesta emotiva quello che spesso mi tocca scoprire ed ammettere è che le cose che più mi hanno ferito o colpito o infastidito sono, in realtà, molto vicine a pensieri o timori che io stessa avevo in testa e che non avevo il coraggio di dirmi da sola.
In questo senso la critica può essere utile per conoscersi meglio, per capire quali sono le convinzioni profonde che abbiamo e per valutare se queste convinzioni ci sono davvero funzionali o se è possibile vedere le cose da altri punti di vista.
La critica diventa, dunque, un attivatore di consapevolezza su noi stessi e ci segnala quello che anche noi pensiamo e che non abbiamo avuto voglia di esprimere fino in fondo. E’ una luce su noi stessi che ci può aiutare a prendere in mano le nostre convinzioni ed a capire se e come vogliamo modificarle.
 
 
E tu che rapporto hai con le critiche?
 
#artedilavorare è anche arte di imparare dalle critiche senza giudicarsi o colpevolizzarsi