L’arte di lavorare si alimenta indubbiamente di passione e di senso di responsabilità.
Ma può accadere che le persone molto appassionate del proprio lavoro, o quelle con un forte senso di responsabilità, possano incontrare quello che in termini tecnici si chiama “burn out”, vale a dire una sorta di esaurimento emotivo legato al proprio lavoro che riduce le capacità professionali e rischia di diventare una vera e propria malattia.
 
Si tratta di un fenomeno in costante aumento che può colpire tutti: professionisti affermati e giovani al primo impiego, imprenditori e lavoratori dipendenti, studenti e persone con solide competenze.
E’ un problema che negli ultimi anni si è intensificato anche per le costanti pressioni sociali legate al lavoro e per il clima di crescente precariato che accomuna molti lavori e professioni. Per molti il lavoro ormai permea ogni istante della vita (sia quando si ha il lavoro che quando non lo si ha) ed è il principale argomento di conversazione sociale.
Il lavoro è l’ancora a cui ci aggrappiamo per essere qualcuno in società e per valutare chi sono gli altri e se ci interessano. E’ il metro rispetto al quale misuriamo i nostri progressi nella vita. E’ il contesto all’interno del quale ci poniamo il grande quesito esistenziale su quale sia il senso della nostra vita (Cosa vogliamo? Chi vogliamo essere?).
Probabilmente nessuno di noi crede intimamente che il lavoro esprima interamente chi siamo come persone e quale sia il nostro valore, e che ci sia differenza tra quello che siamo e quello che facciamo, ma alla fine ci comportiamo spesso come se avessimo fatto profondamente nostra questa convinzione.
 
Come possiamo prevenire o evitare il burn out?
Come possiamo tenere insieme due sollecitazioni che sembrano in contraddizione tra loro?
Da una parte la sollecitazione di cercare di capire quale sia il lavoro che è più in linea con i nostri interessi, i nostri sogni, le nostre aspirazioni. Un lavoro con cui identificarci e che ci permetta di essere “noi stessi” senza dover sacrificare o censurare parti della nostra personalità e del nostro essere.
Dall’altra parte la sollecitazione a riuscire a mantenere una certa distanza tra noi stessi ed il lavoro che facciamo senza identificarci completamente per non cadere nell’inganno di vivere tutto quello che ci accade nel lavoro (relazioni conflittuali, errori, etc.) come qualcosa di estremamente personale che lede la nostra identità e che ci mette in discussione come intera persona.
 
Per cercare di dare una risposta ho provato a fare alcune riflessioni partendo da quello che ho letto recentemente in un blog americano tenuto da Alyson, una giovane professionista caduta in burn out dopo un periodo speso a cercare di lanciare una sua start up che avrebbe dovuto aiutare le persone a trovare il lavoro che amavano (“help people do work they love”).
 
Ho trovato interessanti le riflessioni di Alyson anche perché proprio lei, come professionista esperta nell’aiutare gli altri a lavorare bene, avrebbe dovuto avere competenze sufficienti per non cadere nella trappola ed invece e ci è caduta in pieno.
Dopo alcuni mesi in cui si è dedicata a tempo pieno alla sua start up ha compromesso la sua salute ed il suo stato di benessere al lavoro ed ha iniziato a lavorare sempre meno e sempre peggio, fino a dover decidere di abbandonare il suo progetto per cercarsi un nuovo lavoro.
Dopo un po’ di tempo è riuscita a capire che aveva commesso l’errore di confondere completamente la sua identità con quella della sua start up e che la paura di fallire con la sua start up la aveva completamente annientata perché significava fallire come persona.
Quello che Alyson ha messo a fuoco è che in realtà la sua start up era più semplicemente qualcosa che lei aveva fatto per manifestare quello in cui crede, quello che per lei è importante, ma questo non vuol dire che lei, Alyson, era la sua start up (“What I have failed to understand was that my start up was not an answer to my purpose or identity in life. It was simply one manifestation of what I believe in, how I aspire to live, but  it wasn’t me, it was something I did”).
Alyson ha compreso che il senso della sua vita è qualcosa che va oltre il suo lavoro e che lei lo può esprimere in tanti modi differenti, così come ha capito che era necessario che si accettasse per quello che era, indipendentemente dal suo lavoro. Solo questa accettazione può essere da trampolino per uno sviluppo prima personale e poi professionale.
 
Una vita in cui fondiamo la nostra identità, il nostro riconoscimento e la nostra soddisfazione solo sul lavoro è una vita in cui rischiamo di far dipendere il nostro benessere da fattori esterni e da circostanze che cambieranno nel tempo e che non possiamo prevedere.
 
Quello che possiamo fare, quindi, per prevenire il burn out e conciliare la passione per il lavoro con una “giusta distanza” è di:
  • perseverare nel cercare di capire sempre quale sia il tipo di lavoro che ci permette di esprimere meglio noi stessi, la nostra personalità. Questo ci permette di avere una motivazione ed una energia maggiori rispetto al lavoro e ci rende capaci di essere resilienti e di affrontare le inevitabili difficoltà che ogni lavoro porta con sé;
  • non affidare, però, al lavoro il compito di dirci chi siamo e di essere la dimostrazione del nostro valore. E’ necessario iniziare anche ad accettarsi maggiormente per quello che si è e riconoscere che si è già abbastanza, che non dobbiamo dimostrare costantemente il nostro valore a noi stessi ed agli altri (“accepting myself as enough. I’m not my job”).
 
Una accettazione piena e senza giudizio di noi stessi ci permette anche di essere più capaci di accettare gli altri per quello che sono e di accettare il presente per quello che è.
Quello che spesso accade, infatti, alle persone che si identificano troppo con il proprio lavoro, è di ricercare costantemente la strada del perfezionismo e di essere anche considerati dagli altri troppo severi verso se stessi e verso gli altri.
Vedere noi stessi e gli altri come esseri umani, e non come i lavori che facciamo ed i titoli che abbiamo, è l’unico modo per rispettare pienamente la nostra vita.
Siamo prima di tutto persone. Non siamo il nostro lavoro.
 

La storia di Alyson insegna anche che è utile condividere le nostre ansie e le nostre preoccupazioni relative al lavoro con altri invece di tenersele dentro, magari perché ci vergogniamo di dire ad altri che abbiamo problemi, che siamo confusi o perché pensiamo che sia un segno di debolezza.
Anche le persone più competenti proprio sulla materia del lavoro, come Alyson, quando devono fare i conti con se stesse rischiano di essere poco lucide e di non riuscire ad utilizzare al meglio le proprie competenze (è come il medico che non riesce a curarsi da solo).
Quindi quello che tutti noi possiamo fare è di chiedere subito aiuto e consiglio ad altri di cui ci fidiamo quando ci sentiamo sopraffatti dal lavoro e possiamo anche “sorvegliare” gli altri e segnalare se vediamo per loro i pericoli imminenti di un burn out.
Prendersi cura di se stessi e degli altri su questo tema è un altro modo importante per riuscire a fare del nostro lavoro una avventura soddisfacente. Anche questa è arte di lavorare.