Gli spunti per questo articolo mi vengono da due questioni che sono, la prima di portata sicuramente più generale, e la seconda, di portata decisamente particolare, ma che ho trovato interessante mettere in correlazione.
La prima questione è la certezza che viviamo, e vivremo, una delle più gravi crisi economiche che abbiamo mai conosciuto
che interesserà, non solo l’Italia, ma la grande maggioranza dei Paesi a livello mondiale. Una crisi che avrà gravi e perduranti ripercussioni a livello sociale, perché tante persone perderanno il loro lavoro e per molte, che un lavoro non lo hanno, sarà ancora più difficile trovarlo.
 
La seconda questione, appunto di tipo particolare, riguarda uno “strano” e per certi versi “inaspettato”, almeno per me, dibattito che è nato sulla nostra pagina Facebook nella trama dei commenti relativi ad un articolo recentemente pubblicato dal titolo “Cosa è, e cosa non è, Smartworking”.
 
Mentre l’obiettivo dell’articolo era di parlare delle difficoltà, ma anche degli apprendimenti che molte persone hanno vissuto vedendosi letteralmente “catapultare” in una condizione che, anche il legislatore ha chiamato di “smartworking”; con l’annotazione, da parte nostra, che forse, data la situazione di emergenza, anche il legislatore ha sottovalutato l’inopportunità, di utilizzare un termine che non aveva molti dei requisiti per poter essere correttamente chiamato in causa, con il risultato che diverse persone si sono fatte un’idea sbagliata di questa forma di lavoro che, invece, se ben gestita, ha molti vantaggi sia per le organizzazioni che per le persone che vi lavorano.
 
Ebbene
un numero alto di commenti è stato fatto, non sul contenuto dell’articolo, quanto su una sorta di “lesa maestà” che abbiamo fatto alla lingua italiana usando la parola “smartworking”.
Peraltro c’è chi ha fatto notare che noi ci chiamiamo “Working room” e quindi giù con una serie di invocazioni ai poveri Dante, Boccaccio e compagnia bella da noi assolutamente offesi con l’utilizzo di inglesismi “inutili” e di “scarsa comprensione”.
Certo ci potremmo soffermare sull’ironia che chi ha scritto questi commenti lo ha fatto utilizzando, a sua volta, un “account” di un “social network” di nome “Facebook” per il quale ha dovuto anche inserire una “password” e magari, nella sua pagina, ha scritto dei “post” sperando in molti “like”, ma non lo faremo….
Così come potremmo dichiararci “basiti” nel constatare che molti commenti erano scritti in un italiano fortemente sgrammaticato, ma anche questo non lo faremo….
 
Ringraziamo, invece, tutti quelli che ci hanno accusato di lesa maestà rispetto alla lingua italiana perché questo
ci dà modo di aprire un dibattito su due fattori che per noi sono molto importanti per diversi lavori che si potranno fare in futuro
e che potranno permettere ad alcuni di affrontare, con successo, la prima questione generale che riguarda la crisi economica.
 
Premettiamo che, come sempre, non abbiamo la pretesa che quello che scriviamo valga per tutti i lavori, ma riteniamo che, soprattutto per un contesto storico, sociale, artistico, paesaggistico, architettonico, gastronomico, turistico come quello italiano queste nostre considerazioni possano valere per molti dei lavori che hanno a che fare con questi ambiti.
 
I due fattori che, secondo noi di Working room, potrebbero generare lavori interessanti nel futuro richiedono di puntare su:
 
  • una grande conoscenza e valorizzazione della cultura italiana in tutta la sua complessità, profondità e articolazione;
  • una fluente conoscenza (almeno) della lingua inglese e se possibile di altre lingue molto parlate nel mondo (dallo spagnolo, al cinese, all’arabo).

L'importanza della cultura italiana

Nei “difensori” della lingua italiana abbiamo voluto vedere (con il nostro ottimismo), soprattutto, il legittimo orgoglio di difendere la ricchezza di una cultura italiana che ha origini in civiltà antichissime e che è il risultato di una storia talmente articolata nella sua composizione da aver reso l’Italia, anche per le sue caratteristiche geo-morfologiche e climatiche, uno dei patrimoni da difendere per tutta l’umanità.
Basti pensare che proprio in Italia c’è la più alta concentrazione di siti Unesco, cioè di siti patrimonio dell’umanità, e che la varietà che possiamo vantare, ad esempio, a livello artistico piuttosto che gastronomico, è anch’essa tra le più alte al mondo.
 
Non abbiamo in questo articolo la pretesa di poter parlare di tutto quello che contiene, e significa, la cultura italiana, e di quello che rappresenta, come valore, nel mondo, ma ci sembra importante evidenziare piuttosto quanto poco, noi italiani, siamo forse consapevoli della ricchezza e del valore di questa cultura e quanto poco ci impegniamo nel preservarla e nel valorizzarla concretamente coniugandola, anche a nostri percorsi professionali, salvo invocare i consueti (e reali) mancati investimenti statali nella cultura.
Non parliamo di coltivare l’orgoglio nazionale tipico della “grandeur” (grandezza) francese, né di nutrire sovranismi che non fanno che creare anacronistiche e avvizzite isole.
Non a caso abbiamo scelto come foto quella, un po’ provocatoria, di un’Italia vista dallo spazio, che sembra a testa in giù, in cui il sud diventa nord e viceversa, ma che ci serve per non perdere il senso che siamo un paese, in un pianeta, che è in una galassia, che è parte di un universo.
 
Una piccola cosa che può diventare grande se sappiamo come valorizzare tutta la sua bellezza ed unicità.
 
Allora la questione che vorremmo aprire, in chiave di dibattito è
quante competenze e conoscenze coltiviamo davvero noi italiani rispetto alla nostra cultura?
e poi
Come siamo capaci di spenderle rispetto al nostro lavoro o cosa ci serve davvero per riuscirci?
Dal nostro osservatorio quello che possiamo dire, a titolo di esempio, ed ovviamente senza generalizzare, è che:
 
  • l’utilizzo della lingua italiana è diventato sempre più povero, anche tra i laureati: leggiamo poco, scriviamo male, utilizziamo un numero di vocaboli molto limitato, non conosciamo molti dei significati delle parole che usiamo, sentiamo o leggiamo. In questo senso, troviamo del tutto legittimo difendere il buon uso della lingua italiana, ed anzi riteniamo che ognuno di noi dovrebbe impegnarsi a conoscere ed utilizzare sempre meglio la fantastica lingua con cui abbiamo imparato a parlare, ma questo vuol dire incuriosirsi per l’etimologia delle parole, leggere tanto, studiare la grammatica, etc. e non, semplicemente, prendersela con chi utilizza termini di un’altra lingua. Senza, peraltro, dimenticare anche l’immenso pozzo di storia che nascondono i vari dialetti che andrebbero anche essi meglio conosciuti, preservati e valorizzati;
  • conosciamo davvero poco la nostra storia d’Italia (e tutta quella che ha preceduto la formazione della nostra giovane Nazione) nonché le storie dei nostri territori, che invece sono una miniera di racconti che potrebbero essere valorizzati in chiave turistica in tantissimi modi, ed è una conoscenza che i giovani coltivano poco ed i più grandi stanno per perdere;
  • molte filiere artigiane, tipiche del “made in Italy”, non hanno più personale tecnico in grado di portare avanti delle tradizioni che rischiano la definitiva scomparsa se non si inaugurano delle vere e proprie scuole, e se i giovani non avranno voglia di entrarci. Sempre a titolo di esempio nella filiera della alta moda i grandi gruppi francesi stanno investendo in Italia per creare delle scuole di pelletteria o di abbigliamento perché non trovano più maestranze preparate;
  • la nostra cultura gastronomica rischia di ridursi alla pizza, e poco più, mentre potremmo coltivare, in senso reale e metaforico, delle eccellenze magari abbinandole alla questione nutrizionale, ambientale, etica, etc.;
  • ogni angolo del nostro “bel paese” contiene dei patrimoni artistici che andrebbero restaurati, o quanto meno raccontati, visitati già per quello che sono. E’ vero che per questo ci vogliono anche degli investimenti pubblici, ma ci vogliono anche delle competenze individuali che si possono coltivare e qui arriva, ad esempio quello che sto per dirvi a proposito della lingua inglese.

La conoscenza della lingua inglese

Sempre tornando alla foto che abbiamo scelto per il nostro articolo è stata scattata da uno dei nostri italiani eccellenti, l’astronauta Luca Parmitano, che è stato il primo italiano a guidare una Stazione spaziale internazionale.
La foto ci ricorda, come dato di realtà, che l’Italia è parte di un sistema molto più vasto e questa può essere una minaccia, o una opportunità, per il mondo del lavoro, e la risposta dipende anche da come decidiamo di porci noi stessi rispetto a questa questione.
 
E’ sicuramente una minaccia, ad esempio, se i giovani, e non solo, decidono di non imparare a parlare almeno fluentemente la lingua inglese, che è la lingua internazionale per eccellenza.
E’ un’opportunità se, al contrario, i giovani italiani sono capaci di vivere in Italia o nel mondo, avendo prima di tutto una libertà di scelta che viene anche dal fatto di conoscere bene una lingua estera. Ma anche se si vuole rimanere in Italia, che è ovviamente l’auspicio di tanti, ed anche se si vogliono fare dei lavori che riguardano la capacità di valorizzare la cultura italiana, ci si può riuscire davvero se possiamo farlo su una scala internazionale, e quindi se siamo in grado di comunicare e valorizzare la nostra conoscenza della cultura italiana raccontandola in un’altra lingua.
Perché è proprio il mondo internazionale che è il primo ad essere interessato e disposto a spendere per la nostra bella e ricca cultura italiana.
Mettere in contrasto l’ottima conoscenza dell’italiano, e di tutta la cultura italiana, con l’ottima conoscenza della lingua inglese è, per noi, una grave forma di miopia.
 
L’economia di mercato si fonda sulle libertà, una forma di libertà è poter dialogare con gli altri nel mondo, e per farlo occorre sapere bene, molto bene, almeno la lingua inglese.
Chi non sta investendo nella conoscenza della lingua inglese sta facendo del male a se stesso ed al suo futuro lavorativo.
Eppure sono ancora tantissimi i giovani che hanno una conoscenza del tutto scolastica, quindi molto bassa, della lingua inglese e questo rappresenta un grave ostacolo per tantissimi lavori del futuro, sia in campo scientifico che in campo umanistico.
 
I lavori del futuro ci chiedono di unire, in una formula vincente, cultura italiana, lingua inglese, conoscenza di alcune tecnologie informatiche.
Chiunque si opponga a questi dati di realtà ha, secondo noi, una visione miope, chi si impegna a coltivare competenze su questi tre fronti ha una visione prospettica, moderna e può avere maggiori probabilità di successo in un mondo ed in un mercato del lavoro difficile.
 
Ma non si può barare, bisogna avere voglia di diventare bravi, con tanto impegno, dedizione, coraggio e facendo squadra con altri!
 
Come nota di colore segnaliamo che Working Room è un nome che nasce per ricordare, e tramandare, una storia familiare, e chi ne avesse voglia può leggerlo nel sito, ma abbiamo volutamente scelto di usare un’espressione inglese anche perché il sogno che c’è dietro questo progetto è che noi italiani, tra l’altro, abbiamo un modo di lavorare, cioè un’arte di lavorare, che nasce proprio anche grazie alle nostre origini storiche, filosofiche, sociali, etc., ma pensiamo che per raccontare questa arte, anche all’estero, dobbiamo farlo in inglese, e per questo abbiamo dato un nome internazionale ed abbiamo creato un sito in doppia lingua, italiano ed inglese. Con il massimo rispetto per tutti i sommi poeti della nostra lingua italiana che per primi tanto amiamo!