I periodi di crisi, di emergenza, di incertezza, sono, ovviamente, quelli in cui vengono richieste competenze maggiori, per qualità e quantità, a chi occupa i vertici di qualsiasi team, organizzazione, ente, etc: i cosiddetti responsabili, manager, dirigenti e comunque chiunque occupa ruoli di responsabilità a livello privato, pubblico e politico.
 
E’ quindi, altamente probabile che proprio in questi momenti si capisca, se e quanto, i cosiddetti “capi” siano, o meno, all’altezza della situazione.

Non si vince la guerra da soli

Una prima considerazione che mi viene da fare è che un “buon capo” in questi momenti è chi capisce che, da solo, non sarà mai all’altezza, perché i momenti di crisi richiedono un insieme di competenze e di intelligenze che difficilmente può possedere una sola persona.
Quindi direi di bandire assolutamente chiunque invochi i “pieni poteri” e di apprezzare, invece, chi riesce a costruire attorno a sé un team di persone con competenze ed intelligenze diversificate ed integrate in grado di fronteggiare al meglio la situazione.
“Scegli i tuoi alleati e impara a lottare in compagnia perché nessuno vince una guerra da solo” (Paulo Coelho)

Se sei emotivo è meglio lasciare il posto ad altri

Una seconda considerazione, che ha dato il titolo a questo articolo, riguarda il rapporto con l’emotività e mi sembra un tema importante da approfondire anche perché ci sono numerosi esempi che stiamo vedendo, e forse anche vivendo in diretta nelle organizzazioni di cui facciamo parte, da cui possiamo capire quanti danni possa fare l’emotività al potere.
 
Il doveroso chiarimento che faccio è che mi riferisco a quelle persone che, in questi momenti di crisi, non stanno dando dimostrazione di possedere “intelligenza emotiva”, bensì di possedere, ed anzi di farsi dominare, solo dalla loro emotività.
Gli emotivi reagiscono invece di agire e, come dice William Ury
“Reagire è agire senza pensare”
Noi di Working room sosteniamo, da sempre, che l’intelligenza emotiva sia una competenza fondamentale per gestire, sia se stessi che gli altri, e quindi qualunque tipo di organizzazione perché implica essere capaci di riconoscere le proprie emozioni, e quelle altrui, e di saperle controllare e gestire, appunto, con intelligenza.
Mentre le persone che sono puramente emotive prendono decisioni spinte solo dall’onda delle loro emozioni che, in questi momenti, sono tendenzialmente negative quali: paura, rabbia, invidia, insicurezza.
 
Sotto questa spinta questo tipo di “capi” prendono decisioni, o fanno dichiarazioni, impulsive, salvo poi cambiarle il giorno dopo e prendere, o comunicare, cose completamente contrarie alle precedenti, gettando le altre persone nella confusione e nello sconforto più totali.
 
Ho visto personalmente capi di aziende comunicare la chiusura delle attività, senza che vi fosse una reale pericolosità aziendale, o un provvedimento legislativo, e la mattina dopo dire che era tutto a posto e l’azienda avrebbe continuato a lavorare.
 
Ho visto responsabili di team che al primo accenno del virus hanno pensato bene di chiedere di essere messi in smartworking senza pensare al loro team e solo per la loro paura personale.
 
Ho sentito di mitici imprenditori che vantavano la capacità di lavorare ovunque, che sono scappati nel loro “buen retiro” senza occuparsi minimamente della loro azienda.
 
Ho visto capi di area far prevalere le invidie e le piccinerie diventando ancora meno collaborativi con gli altri invece di mettersi proattivamente a disposizione per capire, se e come, potevano dare un contributo in un momento di difficoltà ed anzi strumentalizzando, a volte, le difficoltà altrui per alimentare lamentele e critiche.
 
Ho letto comunicazioni di blasonati manager che si sono “ritirati” nello loro case senza farsi venire un’idea in testa su come poter portare davvero avanti le attività in smartworking dei loro collaboratori e senza pensare alle conseguenze economiche che tutta questa mancanza di idee produrrà in futuro.
“Le menti che si mettono sulla difensiva non sono mai né creative né collaborative” (Stephen Convey)
Mi astengo da commenti su quello che leggiamo a proposito di diversi politici o giornalisti che pure dimostrano di essere guidati dall’emotività e non da altro in questo momento.
 
Le stesse considerazioni le estendo, invece, a quei capi che in questo momento stanno mostrando una totale assenza di emozioni, che è anch’essa un segno di scarsa intelligenza emotiva perché, di fatto, rimuovendo le loro emozioni, dimostrano di non esserne consapevoli e di non utilizzarle con intelligenza.
 
Ho visto, ad esempio, capi che non hanno dimostrato un briciolo di solidarietà e di vicinanza in questo momento.
 
Ho visto responsabili che hanno completamente ignorato lo stato di preoccupazione in cui versano le persone e non hanno pensato di fare nulla per tranquillizzarle, per comunicare in maniera chiara come stanno le cose, per creare dei momenti di ascolto e si sono chiusi nel loro eremo preoccupandosi solo di se stessi e di gestire, al massimo, le proprie emozioni.
 
Un “buon capo” ha, tra le varie responsabilità, quella di:
 
- intercettare i bisogni dei propri collaboratori e le opportunità e le minacce che riguardano la propria organizzazione;
- definire i criteri con cui prendere delle decisioni in momenti di crisi;
- capire di chi circondarsi per fare le analisi e le valutazioni necessarie a prendere delle decisioni;
- comunicare in maniera chiara le decisioni prese;
- creare uno spazio di ascolto per gli altri.
 
Per fare questo ci vuole, tra l’altro, ma non solo, tanta “intelligenza emotiva”, mentre muoversi solo con la propria “emotività”, in assenza di “intelligenza”, porta a danni sicuri soprattutto in momenti di crisi.
In questi casi sarebbe meglio fare un passo indietro!
Ma per questo ci vuole umiltà e coraggio, che gli emotivi, presi dalle loro paure, difficilmente dimostreranno di avere, purtroppo!