“Se cerchi di stare a galla, vai a fondo; se invece cerchi di immergerti, galleggi” (Aldous Huxley)
Una quindicina di anni fa, durante un soggiorno a New York, ho scoperto per la prima volta i manuali di “self-help” ed in generale tutta una vasta saggistica sul tema del pensiero positivo.
Interi scaffali, di tutte le principali librerie della città, erano pieni di manuali di questo tipo che promettevano, e promettono tutt’ora, una strada certa per il successo nel lavoro, il rafforzamento dell’autostima, la felicità nella vita di coppia, fino ad arrivare a come perdere peso o a come trasformare il proprio corpo, conquistando salute e bellezza.
 
In Italia, all’epoca, una manualistica di questo genere copriva al massimo un misero scaffale, e solo in alcune librerie, mentre oggi anche da noi si trovano muri di libri sul pensiero positivo.
 
Quando ho iniziato a comprare e leggere questi libri a New York confesso di aver provato un certo fascino.
Il primo miracolo che producevano in me era la facilità di lettura, nonostante fossero scritti in inglese. Avevano tutti un linguaggio facile, comprensibile anche da chi non è madrelingua, e questo rendeva piacevole leggerli. Poi mi sembrava infondessero speranza, a partire dalle copertine colorate piene di frasi ad effetto e di gente bella e sorridente.
Mi hanno aperto al mondo della visualizzazione positiva, della legge di attrazione, del linguaggio assertivo, del motto “se puoi pensarlo, puoi farlo” e così via.
 
I profeti del pensiero positivo offrono certezze e ritengono che si possa rendere la felicità uno stato permanente e definitivo se si è capaci, appunto, di pensare positivo e di allontanare dalla mente gli spettri della tristezza e dell’insuccesso.
 
Onestamente non ho mai pensato che la vita fosse così semplice come descritto in questi libri, ma mi hanno fatto sempre simpatia ed ho provato anche ad applicare qualche spunto, ottenendo addirittura qualche beneficio.
Alla fine, dopo molti anni, qualche esperimento riuscito e qualche delusione, sono giunta alla personale conclusione che
la vita è fatta di un certo bilanciamento tra pensiero positivo e pensiero negativo
e che, probabilmente, il segreto sta nel coltivare entrambi e nel farli dialogare nella nostra mente invece di immaginare che uno dei due possa soppiantare l’altro facendoci diventare inguaribili ottimisti o pessimisti.
 
Una tesi molto vicina a questa è spiegata molto bene dal giornalista inglese Oliver Burkeman nel suo libro “La legge del contrario” ovvero “stare bene con se stessi senza preoccuparsi della felicità” (Mondadori – Strade Blu).
 
Secondo Burkeman “la ricerca della felicità rischia di diventare un’ossessione”, mentre forse sarebbe meglio applicare la legge del contrario ed immaginare un “percorso negativo alla felicità”.
 
Partendo, infatti, dalla constatazione che, come attestano diversi studi scientifici “per essere così ossessionati dalla felicità, siamo una civiltà straordinariamente incapace di raggiungerla”, secondo questo giornalista
“ci sono buone ragioni per credere che l’idea stessa di una ricerca della felicità sia fallace"
perché “spesso è proprio la ricerca della felicità a renderci così depressi; sono proprio i nostri tentativi di eliminare tutto ciò che è negativo a farci sentire spesso insicuri, incerti, ansiosi o infelici”.
 
Per spiegare questa sua tesi Burkeman racconta esperienze dirette che ha vissuto andando a popolari seminari motivazionali negli USA, o facendo sessioni di meditazione, o incontrando diversi personaggi, più o meno famosi, che hanno fatto del pensiero positivo, o del suo contrario, un vero e proprio stile di vita.
 
Tutti gli esperimenti e gli incontri raccontati da Burkeman nel suo libro lo hanno portato a ritenere fondamentale, per la nostra felicità e tranquillità, la capacità di riconoscere e di accettare anche l’incertezza, il fallimento, la malinconia, il rischio, il pessimismo.
 
Accettare questi sentimenti e queste emozioni negative, invece di combatterli o di negarli, può metterci in una condizione che non è di rassegnazione, bensì di capacità di gestire queste negatività riconoscendo anche che non sono stati permanenti, che in fondo non hanno gli effetti così drammatici che pensiamo e che, forse, possono avere anche una qualche utilità nel nostro percorso di vita.
 
Per far capire meglio cosa intende, l’autore parla diffusamente nel suo libro di quelle che potremmo definire tre scuole di pensiero: quella degli stoici, quella dei buddisti e quella della capacità negativa.
 
Tutte e tre queste scuole sono accomunate dal fatto di proporre solo una prospettiva generale, senza fornire ricette miracolose che, invece, possono essere più tipiche dei fautori del pensiero positivo.
 
Sia gli Storici che i Buddisti concordano nel ritenere che il ruolo più importante nella nostra vita lo giocano le convinzioni.
“Quando ci sentiamo euforici o avviliti, ciò che conta sono le nostre convinzioni “.
Nulla di ciò che è esterno alla nostra mente può essere descritto come intrinsecamente positivo o negativo, perché a farci gioire o soffrire sono le nostre convinzioni a riguardo, i nostri giudizi e le nostre aspettative.
 
Partendo da questa comunanza sul tema delle convinzioni Stoici e Buddisti si differenziano sul modo in cui le trattano.
 
Gli Stoici, di fatto, ritengono che nessuno può controllare quello che ci capita a causa del mondo esterno, ma che possiamo controllare e modificare i giudizi che noi ci formiamo sulle circostanze esterne.
In particolare lo spunto che Burkeman prende dagli Stoici è di avere la voglia di “guardare in faccia” le ipotesi peggiori, di prefigurare, cioè, anche il negativo perché molto spesso questo ci aiuta proprio a modificare il giudizio e le convinzioni che abbiamo su queste ipotesi negative, trasformandoli da eventi terribili ad eventi sicuramente negativi ed indesiderabili, ma senza che abbiano conseguenze davvero disastrose.
 
Per gli Stoici, dunque, la premeditazione dei mali può diventare un antidoto all’ansia perché consente di affrontare e simulare anche i casi peggiori costruendo delle soluzioni per come fronteggiarli ed anche aiutandoci ad accettare il fatto che abbiamo dei limiti e che non è umanamente possibile risolvere tutto o evitare problemi e fallimenti.
 
I Buddisti, invece, anche attraverso la pratica della meditazione, ci introducono al concetto del “non attaccamento” cui si arriva anche riconoscendo che niente è permanente nella vita, sia esso uno stato positivo o negativo.
L’invito, dunque, è quello di imparare ad avere, nei confronti di quello che di positivo o di negativo ci accade nella vita, un atteggiamento realmente non giudicante, consapevoli che “gli eventi scorrono come scorrono le nuvole in cielo” e che, quindi, è inutile attaccarci ad eventi, emozioni, luoghi, persone considerandoli eterni ed immobili.
 
I cultori della “capacità negativa” trovano nel poeta John Keats forse il loro primo ed inconsapevole esponente, essendo stato lui il primo ad utilizzare questa espressione in una lettera ai fratelli.
 
Keats definisce la capacità negativa
“il rimanere nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio senza l’impazienza di dover correre indietro ai fatti ed alla ragione”.
In particolare gli spunti principali che ci vengono dai cultori della capacità negativa sono che:
 
  • non dobbiamo sempre sentirci obbligati a fare qualcosa per modificare una condizione negativa, essendo ossessionati dal concetto del “fare” e dall’idea di completezza, di sicurezza e di benessere, perché a volte può essere anche utile aspettare che maturino pensieri, eventi, cambiamenti;
  • anche la vulnerabilità può avere un ruolo importante nella nostra vita perché ci apre a ricercare relazioni sociali più solide e quindi a trovare negli altri anche un sostegno per affrontare le situazioni difficili in maniera più positiva e sostenibile;
  • inseguire la sicurezza significa provare ad allontanarci dal cambiamento, vale a dire dall’essenza stessa della vita”;
  • per iniziare a fare qualcosa non dobbiamo sempre e necessariamente provare uno stato d’animo positivo, appassionato, vincente, ricordandoci di questa provocazione: “chi l’ha detto che per cominciare qualcosa dobbiamo averne voglia?” oppure dobbiamo avere le idee completamente chiare o dobbiamo sentire una qualche passione?
 
Secondo Burkenam
“la via negativa alla felicità non è un pacchetto tutto o niente….. ognuno di noi può diventare moderatamente stoico, un po’ più buddista, o esercitarsi nella capacità negativa"
senza pretendere di avere certezze ed essendo capaci di dedicarci ad un progetto, ad un obiettivo, ad un piano mettendo in conto anche la possibilità di problemi e fallimenti e, nonostante questo, o forse grazie a questo, avendo la forza di andare avanti accettando anche la parte misteriosa ed incerta della nostra vita.