Einstein per fortuna non era un primo della classe…
Molte persone ritengono che essere bravi durante gli studi, talmente bravi da poter essere sempre annoverati tra i “primi della classe” durante la maggior parte del percorso di studio (i primi della classe sono quelli che riescono ad ottenere il massimo dei voti dalle elementari fino all’università) sia un buon indicatore delle possibilità di successo nel lavoro.
 
Indubbiamente le persone particolarmente brave nello studio hanno dato ampie dimostrazioni di possedere alcune qualità e capacità importanti anche per il lavoro tra cui: intelligenza, capacità e volontà di apprendimento, impegno e disponibilità al sacrificio, capacità di affrontare momenti stressanti come le prove, i test, gli esami, capacità di rielaborazione di informazioni e dati, costanza e determinazione, capacità di raggiungere traguardi.
 
D’altra parte è anche vero che
il mondo del lavoro richiede sempre più alcune competenze molto diverse da quelle che i primi della classe hanno così lungamente e tenacemente sviluppato.
Il rischio che i primi della classe corrono è, da una parte, di aver maturato, grazie agli studi, competenze che solo in parte potranno essere utili nel lavoro, dall’altra parte, di sottovalutare alcune capacità che, per una serie di motivi, hanno poco o per nulla sperimentato durante il percorso di studi e che, magari, sono state invece colte e allenate da chi ha avuto meno successo a scuola.
 
Essere più consapevoli di questi rischi può essere utile sia per coloro che possono dire di essere stati i “primi della classe”, al fine di evitare di cadere in alcune trappole nella loro vita professionale, e sia per quelli che si trovano ad esempio a selezionare o collaborare con chi è stato particolarmente bravo a scuola.
 
I selezionatori potranno cercare di fare domande per valutare se le competenze più a rischio sono state sviluppate dai “primi della classe” in altro modo, attraverso altre esperienze della loro vita mentre chi ci collabora potrà meglio individuare quali sono potenziali punti deboli dei colleghi o collaboratori “primi della classe” per capire come arginarli o migliorarli.
 
Preciso ovviamente che parlo di scuola e di primi della classe in maniera generale e che ci sono tante e bellissime eccezioni su tutti i fronti.
 
Mi sembra che vi siano alcune categorie di rischio che possono essere individuate rispetto a diversi tipi di rapporto.

Il rapporto con l'autorità

In generale la scuola tradizionale richiede la capacità di: rispettare l’autorità, adattarsi alle aspettative dei professori, seguire i metodi ed il sistema di regole che impongono in classe. Vengono solitamente premiati come primi della classe quelli più bravi a fare questo assecondando le aspettative anche di professori diversi con stili diversi.
Nel complesso, dunque, il sistema tende a far sviluppare la competenza di adattarsi all’autorità invece di sfidarla o di provare ad influenzarla.
 
Nel lavoro, invece, occorre anche sviluppare progressivamente il coraggio e l’autorevolezza per mettere in discussione l’autorità facendo proposte diverse da quelle che provengono dalla stessa autorità.
Gli innovatori, i proattivi sono le persone capaci di fare questo ed hanno successo, ovviamente, quando riescono a porsi nei confronti dell’autorità in una posizione simmetrica che significa, da una parte, riconoscere le differenze, ad esempio gerarchiche e quindi di responsabilità e di potere, ma dall’altra anche autorizzarsi a poter esprimere, in maniera costruttiva, il proprio punto di vista ed a far vedere le cose diversamente.
 
Ovviamente anche nel lavoro vi è la tendenza di molti “capi” a fare i professori, ed a premiare quelli che ne riconoscono il potere e che non li mettono in discussione, anche se vi sono ormai numerosi ed indiscutibili studi scientifici sulla leadership che dimostrano che i “capi” che garantiscono risultati migliori nel lungo periodo sono quelli che si circondano proprio di persone che hanno il coraggio e le competenze per metterli in discussione dando, in questo modo, qualcosa in più a quello che loro stessi pensano o sanno.

Il rapporto con la preparazione e la meritocrazia

La scuola mette generalmente in condizione gli studenti di potersi preparare in anticipo per poi dimostrare di aver studiato durante compiti in classe o interrogazioni. I primi della classe sono quelli che eccellono in questa capacità di preparazione facendo spesso introiettare la convinzione che un duro e serio lavoro di preparazione sia un sicuro indicatore di successo.
Inoltre i primi della classe possono correre il rischio di sviluppare l’idea che la meritocrazia passi essenzialmente dalla preparazione. Più si è preparati, più si è meritevoli di un certo lavoro e di una certa posizione.
 
Questo tipo di convinzione, acquisita e rafforzata essendo i primi della classe a scuola, fa correre il rischio di:
  • vivere molto male, o con difficoltà pratica e/o emotiva, le situazioni difficili, inaspettate, improvvise che, in realtà, sono sempre più frequenti nel mondo del lavoro;
  • non riuscire ad accettare con rapidità la sfida di un nuovo lavoro che di per sé indica che non si è mai fatto prima quello che il lavoro richiede e che quindi si dovrebbe accettare di iniziare a lavorare senza essere completamente preparati;
  • vivere costantemente la sensazione di non essere mai preparati come si deve, con l’impatto spesso di: ritardare la consegna di un lavoro, investire troppo tempo per prepararsi e non riuscire a dare priorità anche ad altro, immaginare le cose più complicate di quello che sono nella realtà, affaticarsi troppo per essere ben preparati, per perfezionare costantemente il lavoro, etc.;
  • rimanere ancorati ad una visione troppo tradizionale e lineare dell’apprendimento che mette in ordine prima lo studiare e poi il fare, mentre nella vita e nel lavoro è più realistica una visione circolare in cui si impara anche facendo;
  • considerare che la preparazione sia l’unica leva importante della meritocrazia senza vedere e sviluppare altre competenze, altrettanto importanti ed utili, come lo spirito di iniziativa, la capacità di problem solving, la flessibilità, l’improvvisazione, l’ideazione, la comunicazione, etc.

Il rapporto con il mondo esterno

A scuola si impara a prendere informazioni dal mondo esterno, ad elaborarle facendole diventare proprie e poi a dimostrare di averle interiorizzate riuscendo ad applicarle.
Il rischio dei primi della classe, bravissimi a fare tutto questo, è di confidare troppo sul mondo esterno e magari troppo poco sul proprio mondo interno, sulle proprie idee e sui propri pensieri autonomi.
 
Si rischia di dare solo importanza a quello che dicono gli altri, quelli che si considerano i maestri, quelli più bravi e rinomati fino a poter pensare che i propri pensieri non saranno mai così originali, così innovativi e quindi che non valga la pena esprimerli. Si rischia di ritenere che nel lavoro, ad esempio per risolvere un problema o per prendere una decisione, l’abilità sia quella di riuscire a raccogliere il maggior numero di informazioni possibili senza concentrarsi, invece, e dare importanza, a quello che la persona già sa, sente o pensa in mente e cuor suo.
 
Ci si tende a fidare troppo della razionalità, dei dati oggettivi e troppo poco dell’istinto, delle intuizioni, mentre nel lavoro sarebbe importante la capacità di tenere insieme entrambi gli elementi e di metterli in dialogo.

Il rapporto con il riconoscimento

A scuola siamo abituati che facendo un buon lavoro arriverà il riconoscimento dei professori (al di là di eventuali casi di accanimento personale che sono sempre possibili..) e più si è bravi e costanti e più si verrà apprezzati con buoni voti.
 
Questo meccanismo rischia di generare tre pericoli:
  • il pericolo della sicurezza: si è sicuri di aver dato il massimo, lavorato tanto, fatto tutto per bene e per questo il riconoscimento da parte degli altri è scontato che debba esserci e quando questo non accade si prova una grande frustrazione ed un senso di incomprensione;
  • il pericolo dell’attesa: si attende che il riconoscimento venga in automatico e spontaneamente dagli altri, è quasi un fatto scontato, non occorre dare visibilità a quello che si è fatto, non è necessario, anzi è quasi riprovevole, auto-promuoversi, farsi avanti;
  • il pericolo dell’individualismo: il lavoro si conclude con l’averlo fatto per bene, non si riconosce l’importanza di farlo vedere ad altri, di condividerlo con altri generosamente, di pensare, anche alla luce dei due rischi precedenti, che l’utilità di quello che si è fatto non è così scontata, certa ed evidente e che occorre aprirsi al confronto con gli altri e mettere il proprio risultato in comunione e collaborazione con i risultati degli altri.

Il rapporto con il fallimento

I primi della classe sono tali anche perché seminano e raccolgono con continuità buoni voti. Solitamente non vengono mai colti in fallo, sono sempre ben preparati ed in questo modo non sperimentano mai il fallimento, non mettono in mostra i propri punti deboli e le rare volte in cui questo dovesse succedere tendono a viverlo come un vero e proprio disastro capace di mettere in discussione tutto quello che di buono si è fatto.
 
In questo senso il rischio è di non riuscire a vivere l’errore, il fallimento, il punto debole come elementi che fanno necessariamente parte della vita lavorativa e di non cogliere il fatto che forse è più premiante l’abilità di imparare dagli errori che non di evitarli a tutti i costi. Anche al costo di indossare perennemente una maschera di infallibilità che, con il tempo, può diventare sempre più pesante ed opprimente e che può generare anche il paradosso che la troppa perfezione sia un modo per creare distanza con gli altri, con quelli che invece falliscono e che però riescono meglio a vivere la realtà per quella che è, con maggiore resilienza e capacità di vedere gli errori con la giusta distanza.

Il rapporto con il multitasking

I primi della classe sono quelli che riescono ad eccellere in tutte le materie, sono quelli bravi in ogni cosa che fanno. Questo genera spesso l’ambizione di voler fare tutto, di non volersi perdere niente, di voler essere presente su tutto.
 
Molti hanno davvero la cosiddetta capacità di essere multitasking e vantano la possibilità di riuscire a fare contemporaneamente tante cose, a poter reggere tanti impegni diversi. Nel lavoro questo si può tradurre nel fatto che ritengono di poter fare due o tre cose insieme senza perdere la concentrazione (ad esempio partecipano ad una riunione, parlano con il vicino e leggono le mail sul pc…), che si fissano più impegni contemporaneamente e così via.
Nella realtà è ampiamente dimostrato quanto nel lavoro sia importante anche stabilire delle priorità, saper decidere cosa fare e cosa non fare, dare la giusta attenzione e riconoscimento agli altri anche attraverso il fatto che, per un determinato lasso di tempo, sono l’unico oggetto della nostra concentrazione.
La corsa al multitasking può esser senza fine o rischia di infrangersi, con l’andare degli anni, nella perdita progressiva di pezzi, rapporti, informazioni fino ad arrivare ad un esaurimento di energie o ad una perdita di controllo.
 

La consapevolezza di questi rischi potrebbe essere utile assumerla già nel periodo degli studi. I genitori, ad esempio, possono fare molto per far sì che i propri figli “primi della classe” riescano a fare delle esperienze di vita, al di fuori della scuola, che gli permettano di sperimentare competenze diverse da quelle che maturano a scuola facendo i bravi.
Così come la scuola, auspicabilmente, dovrebbe evolvere in una forma tale da prevenire o contenere questi rischi pur favorendo e promuovendo l’impegno, la costanza e lo sviluppo dell’intelligenza degli studenti.