Con l’espressione “sindrome dell’impostore” non mi riferisco ai bugiardi professionisti, o a quelle persone che deliberatamente fingono di essere una persona diversa da quello che sono veramente: chi spaccia di avere titoli di studio inesistenti, chi falsifica il CV dichiarando attività e competenze non veritiere, chi millanta conoscenze e referenze importanti, chi manifesta una arrogante sicurezza, etc. Né tantomeno mi riferisco a chi esprime finta umiltà dichiarandosi sempre incapace, insicuro, inadatto con il solo scopo di apparire una persona umile e/o di volersi sentire fare dal proprio ascoltatore una serie di complimenti che vanno nel senso contrario a quanto affermato dal “finto umile”.
 
La “sindrome dell’impostore”, così definita dopo uno studio americano condotto nel 1978 su un campione di 178 donne particolarmente talentuose negli studi, indica, invece, un disturbo di cui soffrono persone che, in una sequenza tragicamente perfetta, credono complessivamente:
 
  • di non meritare i risultati ed i successi che conseguono, o le proposte che ricevono di avanzamento di carriera;
  • che tali successi o risultati siano il frutto di mera fortuna, o di una errata valutazione da parte degli altri che hanno visto in loro competenze o potenzialità che, in realtà non possiedono;
  • che i propri successi siano da attribuire al caso o alla fortuna o agli altri (ed in sostanza li minimizza) ed i propri insuccessi ad una mancanza di competenze (ed in sostanza li drammatizza);
  • oppure che siano dovuti al fatto che “l’impostore” ha proprio ingannato gli altri, senza volerlo, mettendo in campo dei comportamenti che hanno fatto credere agli altri che la persona avesse delle competenze;
  • che alla prossima occasione qualcuno li smaschererà scoprendo che non avevano le competenze, le abilità, i talenti da loro immaginati e si decreterà, con questa scoperta, il fallimento e la “retrocessione” dell’impostore o una pubblica gogna.
 
Con tutte queste credenze in testa chi soffre della sindrome dell’impostore rischia di mettere in campo e di provare una o più di queste sensazioni e comportamenti:
 
  • non si gode mai i risultati raggiunti;
  • vive costantemente, ed in maniera drammatizzata, la paura del fallimento;
  • rischia di voler aderire eccessivamente alle aspettative altrui, senza ascoltare i propri bisogni ed interessi, pensando che in questo modo riuscirà a mitigare la sua paura di essere “scoperto”;
  • rimugina eccessivamente sulle cose e può rischiare di procrastinare attività o di non accettarle per la paura di non essere sufficientemente preparato;
  • pensa ossessivamente a conseguenze future (negative) che possono avere determinati comportamenti;
  • ha la costante preoccupazione di dover dimostrare il suo valore e che anche un piccolo errore farà cadere il castello dell’impostura;
  • fa costantemente confronti con gli altri e pensa che gli altri siano più bravi e più competenti;
  • ha un atteggiamento estremamente doveristico, severo e giudicante nei propri confronti e molto più benevolo nei confronti degli altri;
  • prende tutto sempre troppo sul serio e sul personale;
  • dà una importanza eccessiva a quello che pensano gli altri;
  • è troppo concentrato su se stesso;
  • non è capace di accettare e gestire i propri limiti;
  • cerca di avere tutto sotto controllo e di fare tutto in prima persona;
  • distorce la realtà ed erra nelle valutazioni su se stesso e sugli altri;
  • lavora tantissimo per cercare di dimostrare il proprio valore o pensando di rimediare/compensare in questo modo alle proprie presunte incompetenze;
  • si pone sempre degli obiettivi molto ambiziosi e di perfezione, rispetto ai quali aumenta fortemente il rischio di non farcela o di doversi esaurire pur di farcela a tutti i costi.
 
E sapete qual è il paradosso in tutto questo?
 
Che la sindrome dell’impostore la vivono essenzialmente le persone più brave, impegnate, talentuose!

Ed un secondo paradosso è che
queste persone vivono questa sindrome per lo più nel silenzio della propria interiorità non avendo il coraggio di dichiararla e pensando che non riusciranno mai a superarla.
Ci sono due buone notizie a questo proposito:
 
1. il numero di persone che vivono questa sindrome è davvero alto, e per me è una buona notizia per gli “impostori” perché già questa dovrebbe essere una notizia che ci pacifica, in qualche modo, rispetto a questa sindrome che ognuno pensa di vivere in maniera esclusiva;
2. la sindrome dell’impostore si può superare e molte persone ci riescono, con qualche aiuto, ma iniziando per prima cosa a riconoscerla ed a “buttarla fuori” parlandone con qualcuno.
 
Devo anche dire che, contrariamente a quello che si pensava all’inizio degli studi sulla sindrome dell’impostore, si tratta di una sindrome che riguarda nella stessa misura sia le donne che gli uomini, sebbene sia prevalente la convinzione che sia un disturbo più tipicamente femminile.
Questa convinzione è nata semplicemente dalla circostanza che le prime ricerche sono state condotte su un campione femminile ed anche perché le donne hanno la tendenza a parlarne più degli uomini.
Oggi ci sono molti studi che indagano questa sindrome e che ci dicono anche che, se non affrontata, l’ulteriore paradosso che “regala” questo tipo di problema è che,
più si va avanti nella carriera, più si conseguono successi, più si ottengono riconoscimenti e proposte e più la sindrome si rafforza invece di indebolirsi. 
E tanti personaggi di successo ne sono la testimonianza vivente.
 
Altra caratteristica attestata dagli studi è che si tratta di una sindrome molto trasversale in termini di età, tipologia di professione e di livello di studi, ruolo gerarchico, estrazione sociale, vissuti personali e familiari, provenienza geografica etc.
Ed il motivo di questa trasversalità è che sono davvero tanti i motivi che possono essere all’origine di questa sindrome.
 
Ultimamente, nei colloqui di consulenza individuale che conduco, mi sta capitando di incontrare tante persone che soffrono di questa sindrome ed anche io ho fatto parte del “club”.
Brillanti laureati in prestigiose università che stanno avendo nuove proposte di lavoro, donne in gamba che riescono a tenere insieme famiglia e lavoro, persone che sono riuscite a fare scelte coraggiose e controcorrente che, nonostante tutto questo, si sentono degli impostori ed hanno paura di non farcela, di non avere abbastanza competenze, di fare delle brutte figure nel nuovo lavoro, di non riuscire ad aderire perfettamente alle aspettative altrui, di non fare mai abbastanza…

Come superare la sindrome dell'impostore

Ma come se ne esce?
 
Con pazienza, tenacia e cercando di lavorare per cambiare le convinzioni che sono prevalenti in chi soffre di questa sindrome.
Le nuove convinzioni su cui si potrebbe lavorare sono:
 
  • è una sindrome comune tra le persone brave e se ne può uscire specialmente se si ha voglia di riconoscerla e di farsi aiutare da qualcuno;
  • dietro questa sindrome ci sono, comunque, alcuni elementi positivi che possono essere valorizzati invece che penalizzati: la voglia di essere migliori, la capacità di imparare, l’attenzione anche ai dettagli, il riconoscimento di non sapere tutto, etc.;
  • a pensarci bene siamo tutto degli impostori perché tutti ci troviamo, e ci troveremo sempre, a dover fare delle cose per cui non siamo totalmente preparati ed anche perché tutti siamo sempre molto di più, nel bene e nel male, di quello che facciamo vedere nel nostro lavoro e quindi è fisiologico far vedere solo una parte di sé (e quindi nasconderne un’altra);
  • peraltro il termine stesso di ruolo rimanda, etimologicamente, ad una maschera ed al fatto che ognuno di noi deve recitare un copione e che non bisogna confondere l’attore con la persona, ma questa è una regola del gioco valida per tutti;
  • forse questa sindrome ci sta dicendo che, più che ingannare gli altri, stiamo ingannando noi stessi, ad esempio perché stiamo facendo un lavoro che non ci piace, e quindi ci sentiamo impostori verso noi stessi perché stiamo tradendo qualcosa di noi (valori, progettualità, desideri, ambizioni, etc.);
  • è meglio essere concentrati sul presente, su quello che c’è ora, invece che vivere costantemente la paura di un futuro minaccioso che è frutto di valutazioni distorte della realtà (come insegna la mindfulness);
  • sarebbe meglio concentrarsi sugli apprendimenti, sul percorso e non valutare solo sul risultato finale;
  • sarebbe meglio riconoscersi e valorizzare la propria capacità di migliorare e fondare su questa capacità la propria sicurezza e convinzione di riuscire ad affrontare le sfide.
 
Vito Mancuso, nel suo ultimo e bellissimo libro, dal titolo “La forza di essere migliori” (ed. Garzanti) ha scritto:
 
“In questo mondo tutti vorrebbero essere i migliori, ben pochi, invece, si curano di essere semplicemente migliori”.
Secondo me chi soffre della sindrome dell’impostore ha la capacità di essere migliore e se si concentrasse solo su questo obiettivo, senza ansia da prestazione, senza il pensiero di dover essere “il” migliore e senza attesa o timore del giudizio altrui, riuscirebbe a dare il meglio di sé senza sostenere il peso di questa sindrome che rende tutto più faticoso.
 
Uscire dalla sindrome dell’impostore rafforza la nostra sicurezza ed autostima e ce lo meritiamo tutti!