Lo smart working sarà una delle modalità di lavoro prevalenti nel futuro?
Al di là delle esigenze di “smart working forzato”, che sono state imposte a molte persone durante il primo lockdown, e che forse continueremo a sperimentare in futuro a causa del perdurare della pandemia, inizia ormai a circolare un dibattito su questa forma di lavoro che ha, indubbiamente, i suoi pregi ed i suoi difetti, ma che potrebbe modificare in maniera importante il mondo del lavoro del futuro.
E molti, rispetto alla domanda iniziale, sono pronti a scommettere che la risposta sarà affermativa.
 
In ogni caso è una formula di lavoro che richiede:
  • una specifica struttura organizzativa alla spalle (se si lavora per una organizzazione) che sia in grado di dotare le persone che operano in smart working dei giusti mezzi, metodi, strumenti, formazione, etc.;
  • competenze distintive che le persone devono mettere in campo per lavorare con questa formula in maniera soddisfacente, per se stessi e per gli altri.
 
Di tutto questo ne abbiamo parlato con Vittorio Pavesi e Matteo Mozzi, coautori di un libro (disponibile anche in formato ebook) dal titolo “Lo Smartworker e i Muffin”, che hanno scritto proprio durante il primo lockdown in cui entrambi hanno lavorato in smarworking, sebbene partendo da esperienze pregresse differenti.
Vittorio lavora per un’azienda che sviluppa software, e da anni spingeva per essere una delle persone a sperimentare la formula dello smart working.
Matteo lavora per un’azienda che opera nel biomedicale, ma opera già da tanti anni in smart working, per esigenze di miglioramento organizzativo dell’azienda, ed ormai è una formula che sembra andargli molto bene, e che condivide con molti suoi colleghi esteri.
WR: Da dove è nata l’idea del libro? E perché avete sentito l’esigenza di scrivere di smart working cercando di “alleggerire”, con un po’ di ironia, questa formula di lavoro?
 
Vittorio: L’idea è nata da un confronto con Matteo, perché io, prima del lockdown lavoravo solo saltuariamente in smart working, mentre Matteo lo fa da più di 10 anni, e quando io ho iniziato a farlo in lockdown ho cominciato a chiedere una serie di consigli su come gestiva le principali problematiche di questa modalità di lavoro. Nel parlarne ci siamo resi conto che, nello stesso tempo, c’erano tante altre persone nella mia stessa situazione, ma abbiamo anche pensato che la maggior parte dei problemi di cui le persone parlavano erano di tipo tecnico come: devo avere l’adsl? devo avere un posto separato? che tipo di software devo utilizzare per le riunioni? etc.. Mentre noi sentivamo che era utile affrontare la questione anche dal lato umano e tentare di “sdrammatizzare” alcuni problemi.
 
 
WR: Quali sono, secondo voi, i vantaggi e gli svantaggi dello smart working (isolando l’effetto del lockdown che lo ha reso “forzato” facendolo, in parte, quasi odiare ad alcuni)
 
Matteo: sicuramente il risparmio di tempo legato agli spostamenti da casa al lavoro, e sono ore in più che si possono guadagnare in favore della produttività, ma anche della famiglia e della vita personale.
 
Vittorio: per me c’è anche il vantaggio della alimentazione. Io sono un maratoneta e per me, ad esempio, avere la pausa pranzo per andare a correre è impagabile, così come è un vantaggio non dover mangiare un panino, o scaldarsi qualcosa di veloce in ufficio, potendo cucinare a casa cibi più sani e gustosi. Certo occorre impegno e la capacità di organizzarsi bene.
 
 
WR: Come in tutte le formule ci vogliono delle competenze precise per lavorare bene in smart working, non è uno schema che “automaticamente” va bene per tutti. Ad esempio rispetto alla alimentazione alcune persone hanno bisogno di un ambiente sociale, che in qualche modo le controlla e le contiene, per evitare di mangiare in continuazione.
 
Vittorio: sicuramente è una questione soggettiva. Ci sono persone che a casa riescono ad essere più concentrate, mentre in azienda si distraggono ogni volta che passa una persona, mentre altre che a casa hanno l’effetto contrario, e stando da sole si distraggono molto più facilmente.
 
Matteo: è vero che è una questione soggettiva, ma penso anche che le competenze necessarie per lavorare in smart working possono essere apprese, e penso anche che questa debba essere la sfida per le organizzazioni nel futuro: capire come aiutare le persone a sviluppare un cambio di mentalità e quindi ad avere le competenze giuste per lavorare bene anche da casa in smart working.
Penso che questo inizi a partire dalla scuola, e questa esperienza di didattica a distanza, che ad esempio mio figlio sta vivendo in questo periodo, credo possa essere uno dei modi che aiuterà le generazioni future ad abituarsi a questo cambio di mentalità rispetto al lavoro.
Nella mia azienda le risorse umane hanno pubblicato vari consigli su come lavorare meglio in smart working, ma in linea generale credo che l’importante sia imparare ad organizzare bene la propria giornata lavorativa.
 
Vittorio: penso che lo smart working richieda di sviluppare anche in maniera molto diversa la capacità di comunicare. Se si è in ufficio, ad esempio, si ha la possibilità di capire meglio gli umori delle persone, e quindi di gestire la relazione di conseguenza, mentre se si è in smart working occorre mettere in campo, nei primi minuti, delle azioni per capire come sta l’interlocutore dall’altra parte, senza dare nulla per scontato, e cogliere lo stato d’animo per approcciarlo in maniera corretta.
 
Matteo: ad esempio può facilitare in questo senso l’utilizzo di una video chiamata, rispetto allo scrivere una mail o una telefonata, perché permette di cogliere anche il linguaggio non verbale della persona.
 
 
WR: E sugli svantaggi dello smartworking cosa mi dite?
 
Matteo: a livello di svantaggi ci può essere la perdita di alcuni momenti di convivialità con i colleghi, di stacco, che però si possono recuperare, ad esempio, organizzando dei momenti di caffè virtuale, ma indubbiamente non è semplice.
 
Vittorio: io vedo anche alcuni svantaggi a livello professionale e mi viene da pensare, ad esempio, ai neoassunti. Un mese prima del lockdown ho gestito l’inserimento di una nuova persona nel mio team, ma in smart working è molto più complesso far lavorare un neoassunto, dargli il supporto giusto e veloce, avere feedback anche da altri che lo possono osservare vedendolo all’opera.
 
 
WR: Quali sono le competenze che avete rafforzato maggiormente in questa ultima esperienza di smart working durante il lockdown?
 
Vittorio: io ho spinto molto sulle competenze organizzative che già avevo, ma ho rafforzato quelle comunicative, cercando di interagire in modo diverso con le persone. Mi sono reso conto che quando si è molto concentrati sul proprio obiettivo di lavoro, in smart working, il rischio è che si perda di vista l’interazione con gli altri e possono passare quindici giorni senza aver avuto contatti con persone che, invece, era giusto sentire anche per fare meglio il proprio lavoro.
 
 
WR: Quindi una competenza di cui mi stai parlando è la capacità di tenere attivi i legami mentre si fa il proprio lavoro?
 
Matteo: si credo che questo sia importante, ma ritengo necessario anche il tema di riuscire a  mantenere la propria visibilità, altrimenti il rischio è proprio che gli altri ti perdano di vista. Per farlo bisogna crearsela con tante comunicazioni, organizzando riunioni, scrivendo di più, essendo attivi nel dare visibilità del proprio operato. Diventare più bravi a scrivere, parlare, fare riunioni.
 
Vittorio: sono d’accordo. E’ importante comunicare attraverso i giusti metodi, ad esempio non in maniera frettolosa, e dando sempre la giusta visione ed il quadro di quello che si sta chiedendo.
 
 
WR: Come pensate che il vostro libro possa aiutare persone che, magari, si trovano per la prima volta a dover affrontare una situazione di smart working?
 
Matteo: abbiamo cercato di dare dei consigli pratici nostri, e dei nostri amici, ma anche di aiutare a farsi un’immagine un po’ più simpatica di questa formula di lavoro per viversela in maniera più positiva.
 
 
WR: L’ultima domanda è per Vittorio che, nel corso di tutta la video intervista che abbiamo fatto, ha avuto al suo fianco un dolcissimo bambino che dormiva. E la domanda è proprio come si fa a conciliare lo smart working quando ci si deve occupare anche di bambini, magari piccoli?
 
Vittorio: indubbiamente è una criticità, e penso che tanti abbiano vissuto delle situazioni esasperate anche dallo stato emergenziale. Nello smart working normale è difficile che si debba stare in casa in tutta la famiglia, ma se accade di avere vicino un bambino, il mio suggerimento è di essere molto realisti e trasparenti. Non posso pensare di essere operativo al 100% con un bambino piccolo al fianco, mentre posso lavorare con i miei nipoti, che sono degli adolescenti di 12 anni, perché con loro ho chiarito molto bene le regole e sanno che se sto al computer non sto giocando, ma sto lavorando. Ma se capita l’emergenza di doversi occupare del proprio bambino è bene dichiararlo in trasparenza alla propria organizzazione, senza vergognarsi di nulla, magari chiedendo un cambio di orario, ad esempio, se questo è possibile.
 
I Muffin sono dolcetti pratici, veloci, sfiziosi, che mettono allegria ed un buon profumo nell’aria… proprio come l’intento che hanno avuto Vittorio e Matteo nello scrivere questo ebook, pensando alle tante persone che forse, con un po’ di fatica, stanno vivendo questa nuova esperienza di smart worker.
Se avete voglia di leggere i consigli di Vittorio e Matteo potete acquistare il libro, o l’ebook, a questo link. Buona lettura!


Se invece sentite il bisogno di approfondire questa modalità di lavoro, vi invitiamo a leggere il nostro articolo "Cosa è, e cosa non è lo smart working"