Mi rendo conto che un simile titolo, in epoca di pandemia, potrebbe risultare particolarmente fastidioso ad alcuni, ad altri forse provocatorio, e me ne scuso in anticipo. A mia attenuante posso solo dire che è la dimostrazione che non scrivo, e soprattutto non scelgo titoli, per attrarre un consenso facile, ma scrivo mossa da quello che vedo nei luoghi di lavoro e dai problemi che le persone mi portano, con maggiore frequenza, nei colloqui che spesso ho l’occasione di fare con molte di loro.
 
D’altra parte è anche vero che questa pandemia ci ha abituati a regole nuove, come quella dello stare a distanza dagli altri, e forse potremmo prendere spunto da questa “regola” che molti, giustamente, hanno preso come fastidiosa e quasi “a-sociale” per riflettere un po’ sul tema della distanza che riusciamo, o non riusciamo, a mettere, rispetto:
  • a noi stessi;
  • agli altri;
  • ai problemi, alle preoccupazioni ed alle incertezze che affollano, la nostra mente ed il nostro cuore, quando parliamo di lavoro.
 
Penso che sia giusto parlarne perché in quasi tutti i colloqui che faccio con persone che hanno problemi con il loro lavoro, quasi sempre, c’è qualcosa che ha a che fare con la
difficoltà a mantenere una “giusta distanza” o quella che si potrebbe anche chiamare una “distanza di sicurezza”
che possa aiutare quella persona ad affrontare il problema in maniera differente, con maggiore lucidità e maggiore senso di controllo. Proprio come potrebbe accadere in macchina quando, se stiamo rispettando la distanza di sicurezza, in caso di un incidente davanti a noi, abbiamo una maggiore probabilità di poter reagire con prontezza ed efficacia, senza il rischio di andarci a schiantare, perché troppo vicini a chi ci sta davanti.

Quali sono i sensori della "mancata distanza di sicurezza"

Oggi le macchine di nuova generazione credo che abbiano dei sensori che avvertono se non si sta rispettando la “giusta distanza”, ma anche nel nostro lavoro gli indicatori potrebbero essere tanti.
 
Noi non stiamo alla giusta distanza quando:
 
  • abbiamo pensieri “ossessivi” e ripetuti e riteniamo che non possano che essere quelli e solo quelli (su un problema, una situazione, una soluzione, etc.). Paolo in un colloquio mi ha confessato di non aver dormito tutta la notte per il timore che un suo collaboratore non avrebbe consegnato in maniera corretta un lavoro, e che avrebbe dovuto sistemare in velocità il documento per poterlo consegnare al cliente nella maniera per lui “giusta”;
  • pensiamo che tutti ce l’abbiano con noi, quasi che ci fosse un complotto o una congiura, per cui ci accadono sempre le stesse cose (anche quando cambiamo posto di lavoro), come se fossimo vittima di una sorta di destino. Alice mi ha detto che in tutti i posti di lavoro le è sempre capitato di essere considerata il “jolly” a cui non dare un ruolo preciso, ma a cui far fare un po’ di tutto in funzione delle necessità;
  • drammatizziamo le questioni che stanno accadendo, a noi o ad altri, come se fosse quasi una questione di “vita o di morte”, o comunque una questione “senza vie di uscita”. Angela in un primo colloquio mi ha detto che stava per licenziarsi perché i problemi di relazione con il suo capo erano tali che l’unica soluzione era quella;
  • facciamo tutto da soli: analisi del problema, soluzione, previsione delle conseguenze, etc. senza alcun confronto con altri. Luigi crede che è una dimostrazione di bravura quella di fare tutto da solo, anche perché pensa che gli altri vedrebbero come un segno di debolezza una sua eventuale richiesta di aiuto o confronto;
  • ci fidiamo ciecamente del nostro giudizio, esperienza, competenza, etc. per cui non è necessario ri-pensare diversamente o pensare con altri, quindi va bene il “pensiero automatico” che per primo ci viene in mente. Giorgia crede fermamente nel motto che “siamo quello che pensiamo” e cerca di fare di tutto per pensare bene, e si fida del suo pensiero logico e razionale, mentre Elena, al contrario, ritiene di essere una persona fortemente emotiva ed empatica e si fida di quello che “sente”;
  • ci identifichiamo completamente con il problema che stiamo vivendo, senza vedere niente altro. Per tanto tempo Chiara ha pensato che doveva concentrarsi a risolvere i problemi del suo lavoro, per poi dedicarsi alla sua vita personale, in nome di una educazione familiare molto doveristica, salvo poi scoprire di non avere altri interessi o piaceri, se non il lavoro, con i suoi problemi e vivere una situazione molto vicina ad un esaurimento nervoso;
  • consideriamo il problema che stiamo vivendo come una questione personale e non professionale. Ogni volta che a Marco veniva detto che aveva commesso un errore nel lavoro lui stesso si sentiva un “errore”, vivendola come una sorta di offesa personale, per cui, invece di concentrarsi a capire come risolvere il problema, cercava di difendersi dal senso di colpa generato dalla emozione negativa di sentirsi una persona sbagliata.

Quali sono i sensori della "giusta distanza di sicurezza"

Se quelli che ho indicato in precedenza sono i sensori che ci indicano che non stiamo rispettando la “giusta distanza di sicurezza” nei nostri problemi di lavoro, gli atteggiamenti opposti sono i sensori che, al contrario, ci segnalano la distanza corretta e ci evitano pericolosi “incidenti” di percorso. I segnali positivi possono essere, quindi, che:
 
  • riusciamo ad avere più pensieri rispetto ad una stessa situazione, cioè a metterci in punti di vista differenti. Alla fine Paolo, dopo la notte insonne, aveva scoperto che il lavoro fatto dal collaboratore era stato apprezzato dal cliente, anche senza le sue “correzioni”, perché aveva chiesto anche ad altri componenti del suo team cosa ne pensavano prima di metterci lui le mani per fare nel modo che lui reputava l’unico corretto;
  • siamo promotori di chiarezza e di chiarimenti organizzativi ed esprimiamo le nostre aspettative così come ascoltiamo le aspettative altrui e le confrontiamo per capire i punti di incontro. Alice ha sconfitto il suo “destino” da jolly quando ha capito che lei per prima aveva la responsabilità di costruire le sue aspettative di ruolo e di confrontarsi con gli altri;
  • siamo seri, ma non “seriosi” senza pensare di essere al centro del mondo e che tutto, nel bene e nel male, dipenda da noi. Angela ha scoperto, in un colloquio molto franco e sereno con il suo capo, che c’erano dei punti critici, ma anche dei punti di apprezzamento, ed ora ha inaugurato una fase decisamente nuova e molto più progettuale nel suo stesso luogo di lavoro che non vuole più lasciare;
  • impariamo a lavorare davvero con gli altri. Luigi ha fatto molta più carriera da quando ha riconosciuto che i suoi pensieri e le sue idee sono più ricche se si nutrono di un reale confronto con quelle di altre persone, anche diverse da lui;
  • impariamo a fermare il nostro “pilota automatico” sia esso la nostra parte razionale, o quella emotiva, avendo seriamente voglia di metterci in discussione. Sia Giorgia che Elena ci sono riuscite, anche attraverso un lavoro di riflessione e di distanziamento dai propri pensieri ed emozioni mettendole per iscritto per allontanarle, in qualche modo, dalla propria mente e dal proprio cuore;
  • riusciamo a bilanciare le varie componenti della nostra vita lavorativa e non. Chiara ha ripreso a giocare a tennis, almeno un giorno a settimana, e da allora il suo rapporto con il lavoro ed anche i suoi risultati sono migliorati;
  • impariamo a non prendere quello che ci accade al lavoro come una questione personale. Marco vive molto meglio da quando ha capito che se FA un errore non E’ un errore.

Cosa possiamo fare per assicurarci la "giusta distanza di sicurezza"?

Personalmente non ho una macchina di nuova generazione che ha dei sensori automatici di controllo della distanza di sicurezza, ma immagino che il conducente possa decidere di attivarli o di disattivarli. So, però, quello che potremmo fare per attivare i sensori che ci possono consentire di stare ad una distanza di sicurezza rispetto ai problemi di lavoro. Ci sono tante piccole cose, alcune apparentemente banali, ma molto efficaci se si provano con un po’ di costanza.
 
Ecco alcuni spunti:
 
Mettere per iscritto: pensieri, emozioni, tutto quello che sentiamo rimuginare nella testa, che ci preoccupa, che ci spaventa, che ci blocca, che ci fa sentire arrabbiati o frustrati. Letteralmente è un piccolo esercizio che ci costringe a far “uscire fuori” da noi quello che abbiamo dentro, meglio se lo scriviamo a mano. Dopo aver scritto quello che abbiamo dentro, può essere utile far passare un po’ di tempo (minuti, ore, anche qualche giorno) per poi andare a rileggere quello che abbiamo scritto e vedere che effetto ci fa. Sicuramente avremo preso più distanza e saremo più lucidi nel valutare la situazione problematica che stiamo vivendo.
 
Andare a fare una passeggiata: sembra quasi il classico consiglio della “nonna”, quello di cambiare aria, ma è davvero una soluzione utile. Uscire fuori, prendere aria, se possibile andare anche in un posto verde può aiutare davvero a recuperare distanza, a staccarsi da una situazione che sembra senza vie di uscita, mentre uscire è possibile, anche solo per fare due passi.
 
Fare qualcosa di appassionante o energetico: sono davvero sicura che se ognuno di noi riuscisse a fare, anche solo per 15 minuti al giorno, qualcosa che davvero lo appassiona e gli da energia, riuscirebbe a vedere tutto quello che gli capita, anche al lavoro, in una prospettiva diversa. Non sto parlando della palestra (perché fa bene) o di qualunque altra cosa che, in fondo, facciamo perché pensiamo che sia utile o perché cerchiamo di diventare bravi, ma di un’attività che ci dia puramente un senso di benessere e che facciamo, anche se non siamo bravi a farla, per il solo gusto di farla (può essere meditare, ma anche ballare, dipingere, cantare, cucinare, etc.)
 
Parlare di se in terza persona: questo può far sorridere, e magari farci ricordare certi politici che sono dei veri maestri di questa arte di parlare di sé in terza persona (sembra che lo facesse anche Giulio Cesare), ma in realtà è un piccolo, ma efficace, modo per prendere distanza da se stessi e quasi per mettersi nella condizione di chi sta dando un consiglio al suo migliore amico, o di chi riesce a vedersi “da fuori”, in una posizione di regista e non di attore protagonista.
 
Proiettarsi nel futuro: prendiamo distanza dagli affanni del momento presente. che spesso diventano troppo invadenti, quando riusciamo a fare il piccolo esercizio di visualizzarci in una situazione futura che ci aiuta a capire che quella situazione presente, pur se faticosa, non sarà permanente. Immaginare che, anche se sto vivendo un conflitto con il mio capo, tra due giorni sarà sabato e potrò fare qualcosa di piacevole con la mia famiglia, mi può aiutare a recuperare un po’ di distacco e serenità e mi renderà più lucida per capire cosa fare in questa situazione di conflitto.
 
Pensare a persone diverse: consiglio sempre, per assumere punti di vista diversi dal proprio, di immaginare cosa direbbe, farebbe, penserebbe qualcuno che conoscete direttamente, (o anche che pensate di conoscere) rispetto alla situazione in cui vi trovate. Anche questo piccolo esercizio aiuta a prendere distanza.
 
Ricordare situazioni simili di successo: richiamare alla memoria problemi, situazioni simili che siamo già riusciti ad affrontare e pensare a quello che abbiamo fatto per riuscirci è un altro modo per recuperare lucidità e distanza.
 
Chiedere consiglio: è un grande gesto di sicurezza, e di umiltà messi insieme, quello di essere capaci di chiedere aiuto ad altri quando ci si trova in una situazione di difficoltà per recuperare distanza.
 
Prendere un po’ di tempo: anche questo può essere un modo per “staccare”, far passare un po’ di tempo per recuperare energie e quindi lucidità e magari per fare una delle altre cose che ho indicato prima.
 
Cambiare luogo: qui si va oltre la passeggiata di cui ho parlato prima. A volte è necessario proprio cambiare letteralmente il paesaggio, l’orizzonte, il luogo in cui si pensa, si ragiona, ci si confronta e si scopre che mettendo una distanza fisica si riesce anche a mettere una distanza psicologica e quindi a ragionare diversamente.
 
Allargare la visione e ricordarsi il proprio senso: l’ultimo consiglio, ma non per importanza, è quello di ricordarsi sempre della visione di insieme. Per vedere in maniera completa qualunque cosa occorre mettersi ad una giusta distanza perché se ci andiamo troppo vicini non la vediamo nel suo insieme, nella sua interezza. Anche nel lavoro, ogni problema va collocato in una cornice di senso che è il senso del nostro lavoro: Perché stiamo lavorando? Perché è importante quello che facciamo? Cosa vogliamo ottenere nel medio-lungo periodo? Etc. Porci delle domande che ci riportano al senso del nostro progetto lavorativo ci aiuta a recuperare distanza dai singoli problemi quotidiani.
 
Credo, senza timore di smentita, che una delle cause principali degli incidenti stradali sia il mancato rispetto delle distanze di sicurezza. Siamo tutti abituati a non rispettarle.
Credo che anche al lavoro corriamo lo stesso rischio e che tanti problemi sarebbero più affrontabili, ed avremmo un maggior controllo della situazione, se imparassimo a stare ad una maggiore “distanza di sicurezza”: da noi stessi, dagli altri, dai problemi. © 2021