Molti mesi prima che le nostre vite, lavorative e non, fossero stravolte dal Covid 19 ero uscita, lo confesso, abbastanza tramortita dalla visione dell’ultimo film di Ken Loach dal titolo “Sorry we missed you”. Per me, che sono una persona che ha, con convinzione, creduto nell’etica secondo cui il lavorare duro premia sempre, assistere ad un film di cui io ho dato una lettura molto “disperante” in cui, nonostante il duro lavoro, sembrava difficile uscire da una situazione di degrado sociale, umano, familiare, mi ha quasi mozzato il fiato. Mi sono detta: ma io, che cerco di aiutare le persone a stare bene con il proprio lavoro, che cosa avrei potuto consigliare in una situazione simile per ridare “speranza” in una vicenda così “disperata”? E vi confesso che sul momento non sono riuscita a darmi una risposta davvero convincente…
 
Poi sono arrivati i mesi del Covid ed oggi siamo tutti, in vario modo, coinvolti in quella che io definisco una delle crisi economiche più inaspettate e sconosciute di sempre rispetto alla quale io nutro, sin dal primo giorno in cui ho sentito parlare di questa pandemia, una grande preoccupazione, proprio per l’impatto che avrebbe generato sul lavoro delle persone, sui tanti posti di lavoro che potenzialmente si sarebbero potuti perdere, sulle implicazioni di tipo emotivo e psicologico che questo avrebbe potuto avere su persone, famiglie e mi è tornato in mente proprio il pugno nello stomaco che, “metaforicamente”, avevo sentito all’uscita del film di Ken Loach.
 
Per la foto dell’articolo ho scelto quella di un orso perché, in economia, l’orso indica proprio un periodo di recessione ed ho selezionato questo orso che mi sembra ci stia guardando per capire cosa stiamo facendo per affrontare questa fase…. Lui, con i suoi cuccioli sembra tranquillo e quasi incuriosito, ma noi cosa stiamo facendo?
 
Poi, ovviamente, la vita scorre sotto i miei occhi, osservo le tante persone che ho modo di incontrare a vario titolo, sia nel lavoro che nella mia vita privata, vedo i titoli dei libri di nuova uscita nelle librerie, ascolto e parlo con le persone e, prima della mia settimana di vacanze, sono partita con queste riflessioni in testa:
 
  • molte persone non mi appaiono così preoccupate della loro situazione lavorativa rispetto al futuro, tanto da pensare alle vacanze, agli amici da vedere, etc.;
  • altre persone mi sembra che credano, nella sostanza, che questo sia un periodo passeggero al termine del quale tutto tornerà come prima e quindi non resta che aspettare che tutto passi…;
  • altri, soprattutto coloro che hanno un lavoro dipendente, si aspettano che debbano essere i propri capi/imprenditori/datori/etc. a prendere in mano la situazione e quindi, appunto, aspettano anche loro…;
  • altri, invece, fanno come se nulla fosse, quindi, ad esempio, mandano tranquillamente il proprio CV in giro dicendo che stanno valutando opportunità di lavoro e così via come se non ci fosse una crisi e fosse tutto regolare;
  • infine, al contrario, altri sono talmente depressi che pensano che non valga la pena fare nulla perché tanto “niente serve”, e quindi stanno a casa, assumendo o un atteggiamento aggressivo contro il governo, o chi per esso, prendendosela a destra e a manca contro altri che non fanno le cose o, al contrario, un atteggiamento depressivo di chi non vede alcuna possibilità se non lamentarsi genericamente stando sui social o guardando la televisione.
 
Ovviamente non ho la pretesa di avere descritto, con queste casistiche, tutti i comportamenti presenti, ma penso che siano rappresentativi di una nutrita maggioranza di persone.
 
Poi ho riflettuto anche su quello che, a mia personale, e quindi assolutamente sindacabile, valutazione succede, sia a livello di organizzazioni che di singoli, nella normalità dei casi, cioè nei periodi ordinari, quando non si parla di una crisi come questa e che, sempre secondo me, determina in maniera importante una grande perdita di potenzialità e di opportunità:
la totale assenza di darsi strategie ed obiettivi per guidare le proprie azioni
siano esse organizzative o individuali.
 
Lavoro da più di venticinque anni con organizzazioni e con individui e una delle cose più difficili da riuscire a fare, in entrambi i casi, è tenere chi dirige le organizzazioni, o i singoli individui che hanno difficoltà o ambizioni lavorative, a parlare, discutere, riflettere, mettere per iscritto, valutare, pensieri strategici e tradurli in obiettivi, azioni, indicatori.
 
Quello che penso, in sostanza, che già in tempi normali, ed a maggior ragione in tempi di crisi, una delle necessità indispensabili, tanto per i singoli, quanto per le organizzazioni sia quella di darsi delle strategie ed invece è una delle cose più rare che viene fatta.
 
Io uso la parola strategia, perché ho una formazione economica, ma il titolo che ho dato a questo articolo parla di speranza prima che di strategia, perché penso anche che
la strategia è lo strumento attraverso cui l’uomo costruisce speranza
e la speranza, a sua volta, è l’elemento vitale che ci consente di affrontare il futuro.
 
Per capire meglio come mai, in questo momento di crisi, vedo così poca gente preoccupata e seriamente attiva a costruire strategie per fronteggiare questa crisi e per tentare di costruire un futuro più solido, proprio e nonostante le infinite difficoltà che ci sono, sia a livello individuale che organizzativo e sociale ho provato ad incrociare due letture:
 
  • la prima è quella del libro di Eugenio Borgna dal titolo “Speranza e disperazione” (Einaudi editore) che in copertina recita così: La speranza è la passione del possibile, è ricerca del senso della vita. Diventa, quando il senso viene meno, il suo contrario: disperazione;
  • la seconda è quella del libro di Tali Sharot dal titolo “Ottimisti di natura” (Feltrinelli editore) che ci spiega come il nostro cervello, a nostra insaputa, tende a renderci più ottimisti di quello che pensiamo ed a volte ci trae in inganno con quello che l’autrice chiama il “pregiudizio ottimistico”.
 
Devo dire che dall’incrocio di queste due letture forse sono riuscita a darmi alcune spiegazioni che qui vorrei condividere con voi:
 
  • Borgna inizia il suo libro citando Leopardi che diceva che senza speranza non si può vivere e dice “La speranza è declinazione esistenziale, immaginazione e destino, che dischiude dinanzi a noi un futuro non mai prevedibile, e non mai programmabile;
  • sempre Borgna cita un altro filosofo, Kierkegaard, che definisce la speranza come apertura a un futuro che non conosciamo, e che nasce e muore indipendentemente dalle nostre previsioni e programmazioni, seguendo non i sentieri razionali della conoscenza, ma quelli emozionali e intuitivi così difficili da prevedere;
  • ma Borgna ci ricorda anche che esiste un confine sottile tra speranza e disperazione e che per sperare occorre, in un certo senso “educarsi a sperare” facendoci anche domande del tipo “Chi siamo? Da dove veniamo? Che cosa ci aspettiamo? E che cosa ci aspetta?” e ci dice che
“l’importante è imparare a sperare”
  • le parole di Borgna, lette da una economista come me, mi fanno dire che ci sono tantissime affinità tra l’imparare a sperare e l’imparare a costruire strategie e a darsi degli obiettivi.
  • Ma allora perché in tanti non lo fanno, preferendo vivere alla giornata, facendosi prendere dalla frenesia dei problemi contingenti, iniziando attività senza porsi dei veri obiettivi, privilegiando tendenzialmente l’azione alla riflessione senza mai metterle in serio e costante dialogo?
  • Per rispondere a queste domande mi è venuto in aiuto il libro della Sharot che è una eminente neuroscienziata e che ci spiega quanto il nostro cervello abbia potere su di noi, anche il potere di ingannarci e di metterci delle trappole di cui, forse, dovremmo essere più consapevoli proprio in momenti di crisi come questo;
  • in particolare, grazie a moltissimi esperimenti di tipo neuroscientifico, si è scoperto che una delle funzioni preminenti del nostro cervello è quella di “immaginare il futuro” e, tendenzialmente (cioè vuol dire nella maggior parte dei casi) l’evoluzione ha fatto sì che le nostre strutture celebrali tendono a farci sovrastimare, in automatico, la probabilità di eventi positivi futuri e a sottostimare quella di eventi negativi. Questo è quello che si definisce il “pregiudizio ottimistico”;
  • questo pregiudizio ottimistico dipende dal fatto che il nostro cervello tende a non farci vedere la realtà per quella che è realmente, ma per quella che noi vorremmo che fosse, da qui dipende anche quelle che vengono chiamate le cosiddette “profezie auto avverantesi”;
  • in sostanza, quindi, noi vediamo la realtà “filtrata” dalla nostre convinzioni, siano queste positive o negative, e sulla base di queste agiamo dei comportamenti che poi alterano la realtà stessa e, molto spesso, la avvicinano alla previsione che avevamo. Solo per fare un piccolo esempio: se la mia idea è che il mio capo sia una persona severa e che non abbia una grande propensione ad ascoltarmi io cercherò di stare più distante possibile da questa persona, con la conclusione che rafforzerò questa mia convinzione, senza la possibilità di sperimentare l’ipotesi contraria. Oppure se penso che non ho alcuna probabilità di candidarmi con successo ad un colloquio di lavoro allora dedicherò poco o zero tempo a prepararmi allo stesso e questo ridurrà ulteriormente le mie probabilità di successo;
  • in linea generale l’evoluzione degli esseri umani ha selezionato le persone che tendenzialmente hanno un orientamento, anche inconsapevolmente, ottimistico, cioè tendono a vedere il “bicchiere mezzo pieno” come dice la Sharot e a non preoccuparsi troppo degli aspetti negativi;
  • questo spiegherebbe il perché di tante persone che vedo in giro che mi sembrano meno o poco preoccupate della situazione di grave crisi economica che stiamo vivendo e che vivremo ancora di più nei prossimi mesi;
  • ma la Sharot avverte, nel suo libro, che occorre anche stare attenti, perché non sempre questo pregiudizio ottimistico è conveniente, a volte il cervello ci fa vedere la realtà con le “lenti troppo rosa” o pensando che valga domani quello che è andato bene fino a ieri, e non sempre è cosi
non sempre possiamo e dobbiamo dare ascolto al nostro cervello.
Allora io credo che oggi siamo chiamati tutti ad una seria assunzione di responsabilità, prima di tutto per noi stessi, e poi per le organizzazioni lavorative di cui facciamo parte, se ne abbiamo, e mai come ora 
è necessario prendere in mano la propria vita lavorativa ed organizzativa costruendo serie, concrete, innovative strategie per il futuro
Dandosi degli obiettivi, dei piani di azioni, delle attività.
 
Occorre pensare, confrontarsi con altri, riflettere su cosa poter fare per affrontare il proprio lavoro in maniera nuova, e non stare ad aspettare che tutto torni come prima, perché non sarà così ed il nostro cervello ci sta davvero ingannando se la pensiamo così.
E’ ora di imparare la speranza, è ora di imparare a costruire strategie.
Mentre stavo per completare questo articolo ho letto una intervista alla senatrice Liliana Segre, scritta per celebrare i suoi 90 anni, in cui lei esorta i giovani, in questi tempi difficili, a “prendere per mano l’Italia” e mi è venuto necessario riprendere le conclusioni di Borgna, nel suo libro, in cui cita queste parole di Franz Kafka: “L’uomo non può vivere senza una perenne fiducia in qualcosa d’indistruttibile in sé, la qual cosa non esclude che, sia tale fiducia, sia quell’elemento indistruttibile, gli possano rimanere nascosti. Uno dei modi coi quali può esprimersi questo nascondimento è la fede in un Dio personale”.
 
Sinceramente io non so in cosa credono i nostri lettori, ma so che questo è il momento di credere, ognuno nelle proprie capacità, pur limitate che siano, e di prendere in mano la propria vita lavorativa e di costruire la speranza per il proprio futuro creando la propria strategia professionale.
Credo che ognuno possa e debba farlo e che sia l’unico modo per affrontare con serietà e coraggio questi tempi difficili!
Noi siamo al vostro fianco.