Quando siamo immersi in problemi che ci sembrano molto gravi o pesanti, quando abbiamo delle grandi preoccupazioni e non vediamo vie di uscite, quando rimaniamo fissi su alcuni pensieri e non riusciamo a generarne di nuovi possono venirci in soccorso alcune tecniche che spesso si utilizzano nel coaching.
 
Una di queste è quella che io chiamo “il gioco del se…” e la propongo a chi è in vacanza perché nella mia esperienza di coach, pur essendo un metodo molto efficace quando si cerca di far emergere pensieri nuovi, è anche uno dei metodi che genera più resistenza da parte delle persone che hanno dei problemi.
 
E’ una resistenza del tutto comprensibile: 
quando abbiamo un grande problema siamo spesso sopraffatti dall’ansia e dalla preoccupazione che non sia risolvibile e che ci porterà in una situazione che non potremo modificare. 
Potremmo provare la sensazione di sentirci “chiusi in gabbia”, o di avere le “spalle contro il muro”. Potremmo pensare di aver già tentato tutte le strade possibili e che non ci siano altre “vie di uscita”.
Tutte queste resistenze sono particolarmente forti soprattutto se viviamo quotidianamente il problema, ma possono alleggerirsi se le vacanze ci portano ad un certo “distacco” dai problemi stessi essendo lontani dal luogo di lavoro.
Il “gioco del se…” può permetterci di approfittare di questo distacco forzato ed essere una porta, una via di uscita se si sa come utilizzare la chiave che tutti abbiamo in dotazione.
Questa chiave è quella di giocare a formulare ipotesi utilizzando la proposizione condizionale “se”.
 
Molti bambini fanno qualcosa di simile giocando ad impersonare ruoli altrui oppure mascherandosi.
Per gli adulti questo “gioco” consiste nell’esprimere nuovi pensieri utilizzando il “se” per togliere alcuni vincoli che ci sono nella realtà, ma che spesso siamo noi stessi a mettere più o meno consapevolmente, pensando che la realtà è immodificabile e che le abbiamo già pensate tutte.
 
Il “gioco” potrebbe partire iniziando a dichiarare con una frase chiara, breve e possibilmente circostanziata, quale sia il problema.
 
Ad esempio ho il problema:
 
  1. di avere sempre paura che il mio capo mi valuti negativamente e che mi possa mandare via da un momento all’altro e questo determina il fatto che appaio spesso ansioso o impreparato;
  2. che durante le riunioni non riesco mai a dire quello che penso e temo di essere visto come una persona poco propositiva, coinvolta e proattiva;
  3. di non riuscire a definire chiaramente quello che voglio fare nel lavoro, quello per cui mi sento più portata e questo mi sta impedendo di trovare il lavoro giusto per me;
  4. che non ho alcune competenze necessarie per fare bene il mio lavoro e non ho il tempo per svilupparle perché sono oberato dai problemi quotidiani;
  5. che non mi piace il lavoro che faccio, ma non ho la possibilità di trovare un altro lavoro o di fare quello che più mi piace perché ho il dovere di portare a casa uno stipendio;
  6. di un grande conflitto con un collega, ma ho provato tutte le strade e non penso di poterlo risolvere perché abbiamo dei caratteri molto diversi.
 
Poi si può provare a formulare delle frasi, o domande aperte, che ci mettono in una situazione “come se” il problema sia stato risolto, o un ostacolo sia stato eliminato, o la situazione si sia in qualche modo modificata, o che i nostri timori si siano effettivamente realizzati:
 
  1. Cosa farei di diverso da quello che faccio oggi “se” non avessi paura che il mio capo mi valuti negativamente? “Se” non temessi il giudizio del mio capo che tipo di relazione avrei con lui/lei? Cosa succederà “se” non avrò più paura dei giudizi del mio capo? Da dove si vedrà “se” avrò superato questo problema? Cosa succederebbe in concreto “se” venissi licenziato dal mio capo?
  2. Cosa sarebbe successo “se” nell’ultima riunione avessi espresso chiaramente il mio pensiero? Cosa potrebbe succedere di grave “se” esprimo le mie idee in riunione? Come sarebbe il mio modo di stare in riunione “se” non avessi questo problema? Come verrei vista dai miei colleghi “se” avessi un atteggiamento diverso in riunione?
  3. Cosa farei “se” avessi le idee chiare sul mio lavoro? Cosa farei “se” potessi tornare indietro rispetto al mio lavoro? Quale tipo di lavoro farei “se” non avessi problemi economici o condizionamenti familiari? “Se” potessi scegliere nuovamente di studiare cosa farei? “
  4. Come svilupperei le mie competenze “se” avessi un’ora in più a disposizione ogni giorno? Come lavorerei in maniera diversa da oggi “se” avessi già sviluppato quelle competenze? Cosa potrei fare “se” sviluppassi nuove competenze?
  5. Come sarebbe il mio lavoro “se” mi piacesse? Cosa farei per cercare un nuovo lavoro “se” avessi tutto il mio tempo a disposizione? Che lavoro farei “se” potessi guadagnare quello che prendo ora? Che lavoro farei “se” non dovessi mantenere economicamente altre persone?
  6. Come sarebbe la relazione con il mio collega “se” non avessi questo conflitto, cosa farei diversamente da oggi? Come ci comporteremmo io ed il mio collega “se” andassimo d’accordo? Quali vantaggi potremmo avere io ed il mio collega “se” risolvessimo il conflitto?

Questi sono solo dei piccoli esempi e non hanno la pretesa di essere un aiuto completo per i problemi citati, ma mi auguro che possano permettere di sperimentare alcune domande utili a giocare al “come se” e che le risposte a questo tipo di domande possano far nascere ispirazioni e pensieri nuovi.
Non si tratta di cercare la parola magica, o la risposta che risolve ogni preoccupazione, bensì di avviare una sorta di “caccia al tesoro” alla ricerca di piccoli e grandi spunti che, poco alla volta, permetteranno di vedere i problemi con occhi nuovi e di trovare soluzioni prima impensabili.
Basta avere voglia di “giocare” con qualche domanda e di dare risposte sincere e spontanee, senza pensare che debbano essere per forza delle buone risposte. Bisogna mettere in conto che occorrono tanti tentativi di domanda per arrivare ad una buona risposta e quindi bisogna andare in cerca di tanti “se”.
Le risposte davvero buone si riconoscono dal fatto che ascoltandole ci fanno stare bene, ci fanno sentire più potenti, cioè in grado di avere il controllo del nostro lavoro e dei problemi che stiamo attraversando, ci fanno scoprire che abbiamo nuove risorse e possibilità.
 
Per il “gioco del se” ci vuole tempo, pazienza e curiosità e le vacanze possono creare un ambiente più sereno, favorevole e magari anche un po’ divertente.
Può valere la pena approfittarne così da fare qualcosa di utile che ci gioverà quando riprenderemo il lavoro.
Buon “gioco del se…..”.