Molte persone, me compresa, provano un certo orgoglio ed una certa sicurezza nel dirsi perfezionisti.
In fondo pensiamo che proprio grazie al perfezionismo, ed a tutto quello che se ne accompagna in termini di: tenacia, attenzione per i dettagli, diligenza quasi maniacale, capacità di reggere tanto lavoro, ambizione, etc. etc., abbiamo ottenuto risultati importanti nei nostri studi e nella nostra vita lavorativa.
D’altra parte molte di queste persone pensano anche che, se non ci fosse il perfezionismo ad aiutarli, sarebbero sempre esposti al rischio di fallire. Ed 
il fallimento è uno dei peggiori drammi dei perfezionisti perché, molto facilmente, lo associano alla paura di essere giudicati negativamente dagli altri, di essere considerati incapaci, di provocare problemi irreparabili, di venire scoperti come degli impostori.
La paura del fallimento, e la visione drammatica e catastrofica che la accompagna, è il lato debole del perfezionismo.
Ed è un lato che è necessario definire debole perché, di fatto, indebolisce davvero la capacità di tenuta fisica, psicologica ed emotiva dei perfezionisti facendo aumentare in maniera significativa il rischio di vere e proprie patologie per questo tipo di persone.

D’altra parte recenti studi anglosassoni sembrano attestare che la tendenza al perfezionismo è in aumento, ad esempio tra i Millennials.
Una ricerca condotta negli Usa, Canada e Gran Bretagna, coinvolgendo più di 40.000 studenti nel periodo tra il 1989 ed il 2016, sembra dimostrare con chiarezza che è aumentato una sorta di indicatore della tendenza al perfezionismo rilevato attraverso un approfondito questionario.
 
Non riuscire a gestire il perfezionistmo può produrre, oltre che una grande dose di stress quotidiano (che peraltro spesso questo tipo di persone riesce più o meno a mascherare, sia a se stessi che agli altri) altri “effetti collaterali” tra cui i più diffusi sono:
 
  • la paralisi decisionale derivante dall’obiettivo, spesso irrealistico, di voler sempre prendere la migliore decisione possibile e, nell’incertezza, il rischio è di non prendere alcuna decisione;
  • una eccessiva attenzione a dettagli marginali che compromette la capacità di fare una corretta analisi dei costi-benefici di quello che si sta facendo con il rischio di dedicare fin troppo tempo ed energie ad attività secondarie in nome della perfezione del tutto;
  • la perdita di opportunità per la paura di non essere mai abbastanza preparati con il rischio di rinunciare ad incarichi, progetti, proposte senza riconoscere che è impossibile una preparazione completa al 100% e che molte competenze si sviluppano solo attraverso il più sano e realistico meccanismo della “prova ed errore”;
  • la tendenza ad applicare i propri standard elevati agli altri, soprattutto quando il lavoro degli altri incide sul “buon nome” del perfezionista, riducendo la capacità di collaborazione e l’accettazione delle diversità altrui;
  • la tendenza a rimuginare, spesso ossessivamente, sulle imperfezioni, gli errori, i fallimenti reali o potenziali, con il rischio di sfociare nel senso di colpa, verso se stessi o verso gli altri e quindi in un atteggiamento giudicante che è molto faticoso da reggere;
  • il procrastinare la realizzazione di attività perché si immagina di poterle fare solo quando ci saranno le condizioni “perfette” dimenticando completamente che in molte situazioni “fatto è meglio di perfetto” e che solitamente la produttività si ottiene solo accettando alcune imperfezioni;
  • il burn out derivante da un eccessivo carico di lavoro collegato al voler fare tutto alla perfezione.
 
Cosa si potrebbe fare, dunque, per evitare che una cattiva gestione del perfezionismo ti porti a cadere in queste trappole?
Alcune strategie sono possibili.
 

Cerca esempi di "non perfezionisti"

Una prima soluzione per riuscire a gestire il perfezionismo potrebbe essere ricercare esempi di persone che hanno avuto successo, riconoscimenti, apprezzamenti pur non essendo perfezionisti, provando a capire questo tipo di persone cosa fanno e come fanno il loro lavoro ed in cosa si differenziano da un approccio “perfezionista”.

Rifletti sui successi ottenuti

Una seconda soluzione potrebbe essere di riflettere maggiormente sui successi che sei riuscito ad ottenere, scoprendo, molto probabilmente che: in alcuni casi sei riuscito a far bene qualcosa anche senza essere pienamente preparato (ad esempio il superamento di un esame anche senza aver studiato tutto il programma piuttosto che la gestione di una riunione avendo dovuto improvvisare); in altri casi che da una “imperfezione” è nato un apprendimento utile che è stato all’origine del successo finale dell’attività (molti prodotti di successo sono nati da errori: dai “post it” ai “baci perugina”).

Impara a darti delle priorità

Una terza soluzione potrebbe essere di imparare a fare dei distinguo e a darti delle priorità individuando quali possano essere le attività a più alto valore aggiunto e quali invece sono marginali e tendi a fare solo in nome del perfezionismo.

Impara a costruire degli obiettivi di miglioramento progessivi

Una quarta soluzione potrebbe essere di imparare a costruirti degli obiettivi di miglioramento graduali e progressivi, facendoti una semplice domanda del tipo: “Cosa posso fare per migliorare la mia prestazione o il mio problema dell’1%?”.
Domande di questo tipo allenano la tua capacità di darti degli obiettivi più sostenibili e favoriscono la concentrazione e l'apprezzamento dei progressi invece di puntare solo al risultato finale. 
 
Infine potrebbe essere utile mettere in atto tutte le strategie possibili per evitare o bloccare i pensieri ossessivi: dalla respirazione alla meditazione, dal supporto di un mentor o di un coach al ricorso all’ironia, dal tenere un diario al rafforzare alcune competenze soft.
 
Molti studi sul benessere e sulla felicità nei luoghi di lavoro sembrano attestare che le persone che stanno meglio sono quelle che hanno meno paura del fallimento e di risultare imperfette, se ne può dedurre, quindi, che i perfezionisti avranno molta più difficoltà ad essere felici
 
Il perfezionismo può dare una marcia in più solo se lo si riesce ad utilizzare come un elemento di stimolo e non come un obiettivo il cui mancato raggiungimento assume dei contorni drammatici.
Per riuscire a gestire il perfezionismo ed evitare di farsi travolgere forse basta usare un piccolo accorgimento: se sentiamo che il perfezionismo ci stando energia, carica, entusiasmo, creatività, allora è segno che sta lavorando come un nostro alleato e sicuramente ci permetterà di fare del nostro meglio; se, al contrario, ci toglie energia, ci affolla di pensieri ossessivi e ci fa sentire impauriti o depressi, allora è meglio cercare di mettere in campo qualche strategia, da soli o con l’aiuto di qualcuno di cui ci fidiamo, per evitare che diventi, a nostra insaputa, un tallone di achille.
La perfezione dell’uomo consiste proprio nello scoprire le proprie imperfezioni.
(Sant’Agostino)