Che sensazione ti da leggere questa domanda?
Che risposta daresti di primo istinto?
 
Per la cronaca si tratta di una domanda formulata da Albert Einstein subito dopo la fine della seconda guerra mondiale ed a seguito delle devastazioni della bomba atomica e dei campi di concentramento.
Secondo Einstein
se consideriamo l’universo fondamentalmente ostile saremo portati a vedere e trattare gli altri come dei nemici e ci metteremo in una situazione di conflitto, reagendo alla minima provocazione.
Se, invece, consideriamo l’universo fondamentalmente amichevole, saremo portati a vedere gli altri come possibili alleati e saremo propensi a cercare di capire anche le ragioni degli altri ed a trovare soluzioni che preservano in maniera soddisfacente gli interessi di tutti.

Personalmente ritengo che questa domanda sia molto potente ed anche che sia molto impegnativo rispondere, ma credo che può essere molto interessante provare a farlo cercando di declinare la parola “universo” in tutti i contesti in cui ci troviamo a vivere, compreso quello lavorativo.
 
Secondo la risposta che intimamente daremo, sulla base della convinzione che abbiamo del mondo, ci comporteremo in maniera diversa in tutte le interazioni che abbiamo con gli altri, sia nel caso di situazioni tranquille e positive e sia, soprattutto, in caso di problemi, conflitti, difficoltà di vario genere.
 
Se prendiamo la domanda e sostituiamo la parola “universo” con “mondo del lavoro” alcuni quesiti collegati potrebbero essere di questo tenore:
 
Pensi che il mondo del lavoro sia, in fondo, un mondo competitivo in cui gli interessi sono contrapposti e quindi qualcuno è destinato a vincere e qualcun altro a perdere?
Oppure pensi che il mondo del lavoro lasci abbastanza spazio per tutti e possa essere anche collaborativo?
 
Pensi che se hai un conflitto con un collega potrai essere solo un vincitore o un perdente? Ed accadrà lo stesso quando negozierai un aumento di stipendio?
Oppure pensi che potrai trovare delle soluzioni che facciano uscire sia te che la tua controparte entrambi vincitori?
 
Pensi che la relazione con il cliente è sempre una relazione conflittuale in cui bisogna guardarsi alle spalle perché ognuno vuole fare solo i propri interessi?
Oppure pensi che potresti essere un partner con il tuo cliente e mettere in campo azioni vincenti per entrambi?
 
Pensi che fare carriera implicherà vincere una competizione con qualcun altro che, al contrario, non ci riuscirà?
Oppure pensi che ognuno ha il proprio spazio di carriera?
 
Pensi che in una riunione, o in una conversazione, la cosa più importante è riuscire ad affermare il tuo punto di vista rispetto a quello degli altri?
Oppure pensi che la cosa più interessante sia arricchire il tuo punto di vista proprio ascoltando ed integrandolo con quello degli altri?
 
Questi sono solo alcuni esempi di interrogativi che richiamano la domanda iniziale: L’Universo (o il mondo del lavoro) è un luogo amichevole?
 
Premetto e confesso che la mia risposta istintivamente è NO, ma penso anche che in questo tipo di risposta ci sia uno dei miei più grandi limiti, o ostacoli, sia al mio benessere lavorativo che all’efficacia del mio lavoro e questo tipo di consapevolezza mi porta, ogni giorno, a cercare di ristrutturare la mia visione del mondo, anche di quello del lavoro, e quindi della vita per riuscire a passare ad un più convinto SI.

Per questo motivo nutro una profonda ed incondizionata ammirazione per chi riesce, nonostante le avversità della vita, a mantenere una visione positiva del mondo e penso che questo tipo di persone siano quelle che hanno davvero una marcia in più e che è grazie a loro che il mondo progredisce, nonostante tutto e tutti, a livello etico, sociale, dei diritti, economico, scientifico e così via.

Solo per citare un esempio mi sento di suggerire la lettura del libro “Uno psicologo nel lager” scritto da Viktor Frankl, un famoso neurologo e psichiatra austriaco, sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti, che nella sua vita, dopo il lager, ha ricevuto 27 lauree honoris causa, e che ci ha lasciato una testimonianza di valore inestimabile sul senso della vita e su come l’uomo possa sempre trovare un senso alla propria esistenza ed in questo dimostrare che​ l’universo è un luogo amichevole nonostante tutto e tutti, perché può essere amichevole il rapporto che abbiamo con il nostro mondo interiore, così come è amichevole un gesto di compassione, che anche nei lager, è possibile dare e ricevere.
Allora penso che molti di noi dovrebbero e potrebbero avere sempre a mente l’esempio di persone come Frankl, ma anche di tante altre persone, meno famose, che ogni giorno hanno voglia di dimostrare che
l’universo può essere un luogo amichevole e che è meglio pensarlo così se vogliamo cercare di vivere e lavorare al meglio delle nostre possibilità, nel rispetto di noi stessi e degli altri, e cercando di fare di tutto affinché la vita stia dalla nostra parte.
Questa non è una elegia del “pensiero positivo”, tanto osannato ed anche tanto vituperato in questi anni, ma è una constatazione, fondata anche su basi scientifiche, che chi riesce a “tenere insieme” gli aspetti positivi e negativi della vita, quelli ironici e quelli tragici, e in fondo pensa di avere un ruolo positivo, utile, significativo in questa vita tende a vivere meglio ed ha una maggiore probabilità di “produrre” benessere per se stesso e per gli altri.
 
Peraltro sempre la scienza ci dice che 
il nostro cervello, diviso in emisfero sinistro ed emisfero destro, ci da proprio la possibilità di “tenere insieme” il positivo ed il negativo della vita e di prediligere una versione più amichevole dell’Universo. 
Questo a patto di attivare e far funzionare in maniera equilibrata entrambi gli emisferi.
 
Semplificando, l’emisfero sinistro del cervello è responsabile del linguaggio, delle operazioni logiche, del giudizio, del senso del tempo ed è la parte che ci mette anche in guardia dai pericoli e che ci fa vedere le differenze tra noi e gli altri.
L’emisfero destro è responsabile, al contrario, di favorire la connessione tra noi e gli altri, di farci notare le somiglianze, di farci provare compassione, empatia, apertura.
 
Per riuscire a vedere il mondo, anche quello del lavoro, come amichevole dovremmo riuscire a far un buon uso della parte destra del cervello, e gli scienziati ci dicono anche che per allenare l’emisfero destro può essere utile praticare attività creative e fisiche, così come immergersi nella natura, ascoltare musica, meditare, pregare, praticare la gratitudine…
Riuscire a ristrutturare la visione del mondo, anche di quello lavorativo, e vederlo come un luogo potenzialmente amichevole, può darci una marcia in più proprio nei momenti difficili che, inevitabilmente, popolano le nostre giornate ed i nostri pensieri di lavoro.
Ad esempio questo tipo di visione è utile tutte le volte che dobbiamo negoziare qualcosa con altri o arrivare ad un accordo: un cambio di ruolo, un aumento di stipendio, una decisione importante partendo da visioni opposte, e così via.
 
In tutte queste circostanze, se abbiamo una visione “positiva” sarà molto più probabile che riusciremo a trovare modi creativi per costruire ragionamenti e soluzioni che si possono definire “win-win”, cioè in cui entrambe le parti possono dirsi vincitrici.
 
Molti aspetti della vita lavorativa sono difficili, molte situazioni che ci troviamo ad affrontare sono dure da digerire, molte cose ci sembrano ingiuste, pericolose, dannose prima di tutto per noi stessi, per la nostra professionalità, autostima, carriera. Ma 
tutto questo, forse paradossalmente, dovrebbe solo spingerci a cercare di sviluppare una visione più positiva ed aperta del mondo del lavoro in cui viviamo perché questo tipo di visione può aiutarci maggiormente a trovare soluzioni positive per noi stessi e per gli altri.
Quando ci troviamo in una di queste situazioni, e tendiamo a vedere il mondo come ostile, competitivo, in cui temiamo di soccombere, lo sforzo più utile che possiamo fare è di porci una domanda del tipo:
 
“Cosa potrei fare per vedere la situazione da una prospettiva più “amichevole”?
 
Per farlo sarebbe anche bene circondarsi di persone che hanno una visione “amichevole” dell’universo e sapere che a queste possiamo chiedere consiglio ed aiuto nei momenti di difficoltà.
Ed infine sarebbe bene allenarsi e fare di tutto affinché, almeno il nostro mondo interiore, sia un luogo amichevole…
 
Non è per niente facile tutto questo, ma credo sul serio che valga la pena provarci.

Forse una risposta un po’ diversa alla domanda iniziale che potrei dare personalmente (rispetto al NO istintivo che ho dichiarato in precedenza) è che
 
l’universo può essere un luogo amichevole, a patto di impegnarsi ogni giorno, ed in prima persona, a renderlo tale
Magari possono essere di ispirazione le parole che Italo Calvino fa pronunciare a Marco Polo nel libro “Le città invisibili” quando l’Imperatore chiede al viaggiatore se esista o meno l’inferno. Parole che credo riescano mirabilmente a tenere insieme una visione positiva e negativa della vita:

 “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
 
E forse sarebbe anche bene ricordarsi delle parole, più leggere, ma altrettanto efficaci, di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, che da sempre va cantando: “Io penso positivo perché son vivo, finché son vivo”…