Ho voluto dedicare l’articolo numero 300 che viene pubblicato sul nostro sito ai tanti giovani che ancora non lavorano, ma che, essendosi appena diplomati, devono prendere una delle prime decisioni importanti per il loro futuro:
 
  • se fare o meno l’università;
ed in caso affermativo
  • quale facoltà scegliere e dove frequentare.
 
Si tratta di una scelta che potrà avere un impatto rispetto al loro futuro lavorativo, anche se non necessariamente, perché sono davvero tante le persone che poi finiscono con il fare un lavoro che è molto distante dagli studi che hanno scelto di fare da giovani.
 
Ma, a mio modo di vedere,
sarebbe in realtà interessante per questi giovani iniziare a trattare questo tipo di scelta come una delle scelte “adulte”
che in qualche modo li avvicina, almeno metodologicamente, alle tante che dovranno prendere rispetto alla loro vita lavorativa, qualunque essa sarà, ed è per questo che penso importante dedicare qualche riflessione a questo tipo di decisione provando a dare qualche consiglio proprio di tipo metodologico.

Partiamo da una cornice

Parto da alcune considerazioni di contesto generale che credo sia importante menzionare e che fanno da cornice ad una serie di consigli di tipo metodologico:
 
  • oggi la laurea, intesa come titolo di studio, potremmo dire che è sostanzialmente “inflazionata”, nel senso che sono tante le persone che possiedono questo titolo di studio, quindi non fa più una reale differenza averla se non è accompagnata da altre caratteristiche distintive di cui dirò più avanti, che sono quelle che possono fare davvero la differenza;
  • peraltro una laurea, presa “fuori corso”, rischia di avere ancora meno valore per il mercato del lavoro, anche se conseguita con un voto alto, quindi se si decide di fare l’università sarebbe meglio essere consapevoli dell’importanza di uno studio fatto nei tempi giusti;
  • come accennavo prima, molte persone finiscono con il fare un lavoro che è completamente diverso dagli studi universitari che hanno fatto con due possibili effetti: o che provano la sensazione di aver “buttato via” tempo, o che sono insoddisfatte perché si sono dovute accontentare di un lavoro molto diverso da quello che la loro passione le aveva portate a studiare;
  • nell’arco dei prossimi venti anni sono una infinità gli studi che sostengono che una grande maggioranza dei lavori di oggi, sia quelli meno qualificati, ma anche quelli più professionalizzati, saranno destinati a scomparire, perché sostituiti da qualche forma di tecnologia, quindi nella scelta della facoltà da seguire, più che pensare, ad esempio, a solcare le orme della “famiglia”, o quello che fanno gli amici, sarebbe meglio analizzare seriamente i “trend” del futuro in una prospettiva effettivamente globale ed internazionale.

Studiare o non studiare?

Passando alla questione relativa alla scelta se continuare a studiare dopo la maturità, o iniziare a lavorare, le mie considerazioni sono le seguenti:
 
  • un percorso universitario mal fatto, fuori corso, fatto senza entusiasmo è assolutamente inutile: è uno spreco di tempo e di denaro ed alimenta l’illusione di avere un “pezzo di carta” che aiuterà nel lavoro ed invece non sarà così, quindi in queste condizioni sarebbe inutile scegliere qualunque facoltà;
  • d’altra parte, sempre più il mondo del lavoro, sarà un contesto che richiederà a chiunque, laureati e non, di avere una predisposizione reale all’apprendimento ed all’aggiornamento continui. Quindi, sia i laureati, che i non laureati, dovranno mettere in conto che, se vorranno avere la possibilità di una condurre una vita lavorativa meno precaria e di maggiore soddisfazione, sarà necessario essere disponibili, e capaci, di studiare ed aggiornarsi costantemente lungo tutta la propria vita lavorativa.
Credo, sinceramente, che il mondo del lavoro del futuro, non sarà fatto per chi non ama studiare ed imparare costantemente cose nuove.
  • per i motivi che ho detto sopra penso, quindi, che diventa sempre più importante essere capaci di interrogarsi su quali siano le materie, gli ambiti che possono essere di interesse, di appassionamento per la singola persona e che possono, nello stesso tempo, incontrare i trend del futuro, perché è in questo “incrocio” che si gioca realmente la possibilità di una soddisfacente vita lavorativa.

Come scegliere quale università fare

Partendo, quindi, dal presupposto che, secondo me, indipendentemente dalla laurea, il mondo del lavoro del futuro richiederà a tutti una maggiore predisposizione allo studio ed alla formazione continua, più di quanto non lo faccia il mondo di oggi, mi sembra importante sottolineare che:
 
  • qualunque scelta formativa si faccia, di tipo universitario, che necessariamente porterà ad un percorso di tipo specialistico, sarà necessario mettere in conto, per lavorare bene, di doverla integrare con altri tipi di formazione che permettano di crearsi una struttura di competenze più articolata e varia;
  • più nello specifico coloro che scelgono percorsi di tipo scientifico dovranno integrare i loro studi con materie di tipo più umanistico (anche se non fanno parte del loro programma di studi) come psicologia, sociologia, filosofia, economia; ed al contrario coloro che fanno studi umanistici dovranno sviluppare curiosità e competenza anche verso materie di tipo scientifico;
  • in tutti i casi sarà molto importante iniziare a sviluppare, in concomitanza con gli studi, quelle che oggi vengono chiamate le competenze soft, perché hanno un ruolo davvero rilevante in ogni tipo di lavoro ed aiutano ad allenare autoconsapevolezza e consapevolezza delle emozioni e delle esigenze altrui che sono alla base della gestione delle relazioni con se stessi e con gli altri.
 
Assumere una impostazione di questo tipo significa per me approcciare, metodologicamente, la scelta sul se e quale università fare seguendo alcuni principi:
 
  1. è giusto fare una scelta sulla base di quello che ti piace, ti appassiona, ma è opportuno, essendo una scelta “adulta” iniziare a misurare questa scelta rispetto anche a quello che potrà determinare rispetto ad un possibile futuro lavorativo. Quindi scegliere l’università pensando “faccio quello che mi piace e non mi interessa, in questo momento, pensare a che tipo di lavoro potrei fare con questa laurea”, personalmente non mi sembra una mossa sensata. E’ vero che poi il futuro può riservarci percorsi totalmente diversi da quelli che abbiamo immaginato, ma fare uno sforzo di immaginazione, di visualizzazione, di prefigurazione di quello che una scelta universitaria ti può portare rispetto al lavoro è un esercizio importante che non può essere rimandato a data da destinarsi. Quindi nel momento in cui si sceglie l’università occorre anche porsi seriamente la domanda sul tipo di lavoro che ti piacerebbe fare, sapendo che non è una domanda a cui è facile dare una risposta. Ma proprio per questo è necessario iniziare a farsela, provare a domandarsi chi possiede quel tipo di laurea che tipo di sbocchi lavorativi ha oggi e può avere domani, cercare di intervistare qualcuno che ha fatto quel tipo di scelta universitaria, parlare con qualcuno che seleziona persone e chiedere cosa ne pensa di una scelta universitaria del genere, e magari fare questo tipo di ricerca pensando sia al panorama italiano e sia a quello estero, non necessariamente perché poi occorre “fuggire” all’estero, ma perché l’estero potrebbe dettare oggi una tendenza che si rivelerà una realtà per l’Italia del domani.
  2. le università non sono tutte uguali e quindi la scelta va fatta, possibilmente, cercando di capire quali sono quelle che assicurano un percorso di studi più eccellente dal punto di vista della didattica, della possibile esposizione ad una varietà di docenti e di studenti (ad esempio provenienza internazionale degli studenti e dei docenti) e dell’accreditamento internazionale nei ranking universitari. Meglio utilizzare, se possibile, questi criteri, piuttosto che la bellezza della città che ospita l’università o il fatto che ci vada l’amica o l’amico del cuore o la vicinanza rispetto alla famiglia di origine.
  3. d’altra parte, se non si ha modo, per vari motivi, di scegliere una università di eccellenza, ed anche nel caso in cui si riesca a frequentarne una di queste, è bene considerare che anche per l’università vale un principio che dovrebbe valere nei luoghi di lavoro e che spesso viene ignorato: quello della responsabilità individuale. Con questo intendo dire che una delle prime responsabilità, che diventa anche una competenza, cui uno studente universitario dovrebbe iniziare ad allenarsi, e che sarà fondamentale nel lavoro, è quella di non assumere un atteggiamento passivo e dipendente da quello che gli “offrono” l’università ed i docenti, tale per cui, “studio bene se ho dei docenti bravi, e studio male se ho dei docenti scarsi”. Atteggiamento che nel lavoro si traduce in “lavoro bene se ho degli stimoli e sono motivato e lavoro male se sono in un ambiente che non mi motiva”. Il principio di responsabilità individuale in cui credo ci permette di fare in modo che impariamo noi a gestire quello che ci accade, per cui se siamo in una università che ci fornisce pochi stimoli siamo capaci di integrare da soli il nostro percorso di studi per evitare che questo ci danneggi, così come al lavoro se siamo in un ambiente poco stimolante saremo capaci di trovare da soli le nostre motivazioni per evitare di fare pochi progressi.
 
Per chiudere vorrei tornare su tre questioni che sono racchiuse nella scelta della foto che abbiamo selezionato per questo articolo, e che ritrae Malala Yousafzai, la giovane attivista pakistana, nota per il suo impegno per il diritto all’istruzione, soprattutto per le giovani donne, premio Nobel per la pace, che recentemente si è laureata ad Oxford in Inghilterra, in filosofia, politica ed economia all’età di 22 anni.
 
Ho scelto questa foto per tre motivi che rappresentano altrettante conclusioni di questo articolo:
 
  • in occidente siamo portati a dare per scontata l’istruzione e molti giovani rischiano di fare delle scelte, ad esempio quelle sulla università, in maniera molto frettolosa e pensando poco al loro futuro lavorativo, senza immaginare, cioè che è davvero la prima scelta “adulta” che li porta ad abbandonare definitivamente la “scuola” e ad avvicinarsi davvero al “mondo del lavoro” che vuol dire anche alla loro possibile indipendenza come individui. E’ importante che questa scelta tenga conto delle loro passioni, ma è anche fondamentale che sia una scelta che venga fatta pensando a dove li porterà in termini di possibile lavoro;
  • l’istruzione vale solo se viene fatta con passione ed impegno, senza dare niente per scontato e stando nei tempi giusti, allenandosi in questo modo a sviluppare determinazione, capacità di rispettare programmi, capacità di arricchire e variare autonomamente il proprio percorso, etc. che sono tutte competenze utili poi per lavorare bene;
  • Malala ha fatto una cosa che non è possibile fare “canonicamente” in Italia, ma che consiglio di fare “trasgressivamente” agli studenti, qualunque scelta universitaria essi facciano: si è laureata in tre materie molto diverse tra loro, filosofia, politica, economia. In Italia, e questo è uno dei limiti della nostra “vecchia” burocrazia italiana, i percorsi di studi sono ancora molto indietro rispetto alla evoluzione che sta avendo il mondo. Giorni fa parlavo con il Rettore di una importante università italiana che mi ha detto che gli è stata bocciata la proposta di inserire, nell’ambito del percorso di studi universitario della facoltà di economia, un corso sul pensiero critico perché secondo il Ministero il pensiero critico non ha niente a che vedere con l’economia! Questo è un piccolo esempio di quanto siamo lontani, come cultura italiana, da una cultura internazionale che vede nella integrazione di materie diverse la forza vincente per una moderna concezione del pensiero e del mondo. Quindi suggerisco, ad esempio, a chi decide di laurearsi in filosofia di coltivare autonomamente studi di economia o di neuroscienze, ed a chi studia ingegneria, di studiare filosofia o sociologia. Oggi il rischio è che abbiamo economisti insensibili, psicologi che non capiscono nulla di economia, ingegneri che non sanno gestire conflitti organizzativi, etc.
Per lavorare bene ci vogliono competenze integrate, e quella che io chiamo “ridondanza cognitiva”, cioè un bagaglio di conoscenze e di competenze molto più ampio di quello che ci richiede più strettamente il lavoro che siamo chiamati a svolgere.
Il mondo del lavoro di domani richiederà persone che abbiano una cultura articolata e complessa, una capacità di costruire visioni allargate, ricche e non solo specialistiche e settoriali e credo, peraltro, che in un mondo in cui la tecnologia sarà sicuramente un fattore determinante, chi coltiverà delle scienze umanistiche avrà un ruolo sempre più importante per permetterci di usare bene, con discernimento e con “etica” le tecnologie in tutti i settori privati e pubblici.
 
Dedico questo articolo ai tanti giovani che stanno facendo questa scelta con un pensiero speciale a Tiziana, una brillante neo diplomata, mia figlioccia, che ha scelto “trasgressivamente” di iscriversi a Filosofia, ma che spero segua il consiglio di integrare questi suoi studi dimostrando curiosità anche verso il vasto mondo concreto che ha tanto bisogno di uno sguardo filosofico, come ad esempio il mondo delle imprese, ma che va conosciuto nella sua profondità e complessità.
“Essere la prima della classe non ha nessuna importanza, se non puoi studiare affatto. Quando qualcuno ti toglie la penna di mano, allora sì che capisci davvero quanto sia importante l’istruzione.”
(Malala Yousafzai)