Stiamo tutti con-vivendo con una fase di profonda incertezza che investe la nostra salute (ci ammaleremo anche noi di Covid 19? ammesso che non ci sia già capitato, ed in questo caso non sappiamo quali potranno essere gli strascichi sulla nostra salute futura), la nostra sfera affettiva e sociale (con i numerosi limiti alle frequentazioni abituali che tanto ci fanno stare bene) ed il nostro lavoro (sarà possibile trovarne uno nuovo? mi licenzieranno? i miei guadagni si ridurranno in maniera significativa?, etc.).

Il ruolo della paura, del coraggio e della saggezza nella crisi

Ovviamente in questo articolo mi soffermerò solo sul tema del lavoro, partendo da una affermazione che forse potrà apparire un po’ provocatoria ed anche forte, ma mi sembra che, sia a livello di politica, che di opinione pubblica, che di maggioranza di comportamenti e vissuti individuali
non ci sia la percezione, o peggio non si voglia ancora vedere, la gravità della crisi del lavoro nella sua complessità ed interezza.
Non faccio questa affermazione per creare allarmismi, o per spaventare o per peggiorare uno stato “depressivo” che, invece, molti esperti ritengono di registrare nella popolazione in questa fase di “convivenza forzata” con il Covid.
Al contrario la pongo perché ritengo che prendere consapevolezza della presenza ed entità di una crisi: averne, quindi, seriamente paura, sia il primo, vero, passo per tentare di affrontarla in maniera costruttiva.
Mentre, personalmente, sono spaventata da chi ostenta indifferenza, o l’idea che con un po’ di pazienza tutto tornerà come prima, o da chi si mette in una posizione vittimistica, ritenendo di non poter far nulla per modificare gli eventi.
 
Per questo cito, come una sorta di amuleto portafortuna a sostegno delle mie argomentazioni, la frase di Martin Luther King, che recita così:
“Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla”.
Per evitare fraintendimenti non voglio dire che di questo problema del lavoro non se ne parli: ad esempio nelle sessioni di coaching che anche noi abbiamo, le persone ci dicono che le aziende per cui lavorano hanno già annunciato che (quando verrà tolto il blocco ai licenziamenti imposto dalla emergenza Covid) alcune persone verranno messe in mobilità, o verranno incentivate ad una uscita volontaria, così come lo testimoniano alcune agenzie di selezione, che già ricevono telefonate preoccupate da persone di loro conoscenza. Per non parlare dei liberi professionisti, dei piccoli imprenditori e commercianti o dei lavoratori dello spettacolo (questi ultimi proprio in questi giorni hanno fatto sentire la loro voce andando in piazza con i loro bauli). Indubbiamente la politica deve fare una parte importante ed ancora non ci sono indicazioni chiare e convincenti in tal senso, tali da rassicurare le persone.
 
Il problema lo pongo, però, perché mi sembra di osservare ancora troppe persone che possono avere uno o più dei seguenti atteggiamenti:
 
  • pensare che il problema della crisi del proprio lavoro lo debba risolvere esclusivamente qualcun altro, e non implichi anche una seria rimessa in discussione da parte della singola persona del proprio modo di lavorare, e/o una possibilità da parte della persona di dare un contributo positivo alla risoluzione, anche parziale, del problema;
  • pensare che il problema della crisi del proprio lavoro sia “colpa del Covid” invece di ritenere che possa essere il segnale di problemi più strutturali che non si è voluto vedere, e/o affrontare per lungo tempo, sia da parte delle organizzazioni che delle singole persone;
  • pensare che, con un po’ di fortuna, tutto tornerà come prima, senza che sia necessario cambiare alcunché;
  • pensare che questa sia una crisi come tante altre che abbiamo vissuto, e che vivremo, a cui, quindi, bisogna “semplicemente” abituarsi (come ci stiamo abituando all’idea che non esiste più il cosiddetto ascensore sociale per cui le nuove generazioni stanno meglio di quelle che le hanno precedute).
 
Quando ho pensato al titolo di questo articolo mi è venuto subito in mente il proverbio che “tutti i nodi vengono al pettine”, ma ci sono molte altre espressioni che dichiarano, in sostanza, lo stesso concetto, come quella del “re nudo”, o quella di “fare lo struzzo” mettendo la testa sotto la sabbia. Modi di dire che ci aiutano a riflettere sul fatto che non possiamo scappare dalle evidenze che ci pone la realtà, prima o poi, e che occorre darsi da fare, responsabilmente per affrontare i problemi.
 
Ho scelto questa espressione per dire che una crisi ci mette tutti di fronte allo specchio e ci impone di non fingere o di non dimenticare le cose come stanno. Questo è il valore impietoso, ma che allo stesso tempo può essere salvifico delle crisi.
Ci danno un’opportunità in più di aprire bene gli occhi.
E forse per farlo ci vuole, citando un recente libro di Gianrico Carofiglio, dal titolo “Della gentilezza e del coraggio” (Feltrinelli Editore):
  • la “gentilezza come strumento chiave per produrre senso nelle relazioni umane”;
  • il “coraggio come … veicolo del cambiamento”;
  • “la capacità di porre e di porsi delle domande” che Carofiglio associa ad una cittadinanza attiva e che io mi permetto di associare ad una forza lavoro attiva e capace di costruire il proprio futuro lavorativo senza “affidarlo” a mani altrui, spesso impreparate a tale compito (sarà anche ingiusto, ma è l’ennesimo dato di realtà con cui fare i conti).
 
A queste riflessioni di Carofiglio unisco anche quelle di Vito Mancuso che in un altro suo libro di recente pubblicazione, dal titolo “Il coraggio e la paura” (Garzanti Editore), sottolinea proprio come sia importante provare, sinceramente ed onestamente, l’emozione della paura e come questa emozione possa avere un ruolo positivo, che Mancuso chiama “un messaggio di vita” se ci fa scattare la voglia di affrontare quello che ci genera paura facendo un atto di coraggio che, per Mancuso, è veramente tale se si associa alla saggezza, cioè alla capacità di guardarsi dentro, fino in fondo, e di circondarsi di elementi positivi, che aiutano la nostra intelligenza a funzionare bene e ad essere più creativa proprio in momenti difficili.
 
Penso che, per la stragrande maggioranza delle persone, indipendentemente dal lavoro che fanno, dal ruolo che occupano, dal livello di esperienza che hanno sarebbe molto meglio, in questo momento, pensare che:
 
  • questa crisi del mondo del lavoro è strutturale e riguarda seriamente tutti;
  • se riguarda tutti vuol dire anche che, in qualche modo, tutti vi abbiamo contribuito, facendo o non facendo alcune cose per noi stessi e per gli altri;
  • abbiamo tutti l’opportunità, o forse sarebbe meglio dire la responsabilità, di farci delle buone domande per rimettere seriamente in discussione il nostro modo di lavorare, di concepire il valore aggiunto che portiamo con il nostro lavoro, di gestire le relazioni che abbiamo in collegamento al nostro lavoro, di essere o meno portatori di nuove idee, innovazioni, cambiamenti che siano seriamente collegati alla evoluzione del mondo in cui viviamo.

Quali domande possiamo porci per ri-partire

Per farlo si potrebbe iniziare a porsi e rispondere a domande del tipo:
 
  • Cosa ho pensato, proposto, fatto, di nuovo nel mio lavoro negli ultimi anni?
  • Cosa penso che sia cambiato nella mia azienda (o nel mio settore) negli ultimi anni o mesi e come mi sono relazionato rispetto a questi cambiamenti con comportamenti concreti e positivi?
  • Cosa potrei fare nei prossimi mesi rispetto a questi cambiamenti, se non ho ancora iniziato a fare nulla?
  • Chi potrebbe darmi qualche consiglio, e con chi potrei fare alleanze e costruire una squadra, per essere più efficace e creativo?
  • Da cosa si vede il valore aggiunto che porto con il mio lavoro? Penso che questo valore sia aumentato o diminuito negli ultimi anni/mesi e sia ancora attuale rispetto al nuovo contesto portato dalla crisi? Cosa potrei fare per avere un confronto su questo valore e per aumentarlo nel tempo?
  • Cosa mi genera più incertezza e paura in questo momento rispetto al mio lavoro e cosa posso fare per gestire queste emozioni? Che impatto reale stanno avendo queste emozioni sul mio modo di lavorare?
  • Quali sono gli errori più grandi che ho fatto in questi anni rispetto al mio lavoro e cosa ho imparato? Cosa posso mettere in campo per cercare di prevenirli o minimizzarli in futuro?
  • Cosa non ho ancora capito del mio lavoro, della mia organizzazione, del mio settore? Cosa potrei fare per gestire questa mia “ignoranza” e da chi mi potrei far aiutare?
 
Sono domande che forse dovrebbe porsi l’impiegato, che da anni riceve feedback negativi sul suo lavoro, e continua a fare finta di nulla, stupendosi del fatto di essere in cassa integrazione, e rinnovando l’auspicio di poter tornare a fare il suo lavoro esattamente come prima.
Oppure l’impiegata che, da anni, passa metà del suo tempo lavorativo senza avere tanto da fare e quindi potendo permettersi di fare telefonate alle amiche o in famiglia, senza rendersi conto che questo “tempo non produttivo”, indica che qualcosa non va e sarebbe meglio affrontare questa realtà invece di pensare che tanto tutti fanno così…
O l’impiegato che pur rendendosi conto di poter fare di più, opera nelle sue attività con lentezza, o con una certa pigrizia, o non si rende disponibile ad imparare nuove attività, diventando quindi più flessibile, magari perché è arrabbiato per qualche motivo con l’organizzazione per cui lavora, ma senza rendersi conto che con questo atteggiamento compromette anche la crescita ed il miglioramento della sua professionalità.
O ancora il manager che, pur avendo concordato un chiaro piano di obiettivi all’inizio del suo mandato, si rifugia in attività più operative e di breve periodo. avendo l’alibi di non avere mai il tempo di poter pensare o progettare rispetto agli obiettivi che gli sono stati assegnati.
O il capo che è tanto sicuro di sé e pensa di fare sempre tutto bene senza mettersi mai in discussione e dicendo, a riprova del suo valore, che in passato “ha sempre fatto così”.
O la manager che è solo concentrata a fare al meglio il suo lavoro, dimenticando completamente quanto sia importante nutrire le relazioni e le alleanze che diventano essenziali anche per ammettere le proprie incompetenze e ignoranze senza farle diventare una colpa, bensì una opportunità per imparare qualcosa di nuovo.
O ancora la tirocinante che si annoia se qualcuno non si occupa in ogni istante di farle fare qualcosa, senza pensare che nella sua condizione anche l’osservazione attiva e attenta può essere una fonte inesauribile di informazioni e sollecitazioni per diventare adulti e non “bambini” che si attendono di essere accuditi.
Oppure il libero professionista che ha sempre ottenuto i lavori con il passaparola, ma non ha mai innovato il suo modo di lavorare e progressivamente ha visto quotare sempre meno il valore del suo lavoro.
O l’operaia che da vent’anni fa sempre le stesse cose e pensa che questo sia indicativo del fatto che vada tutto bene, senza pensare che al contrario, questo vuol dire che in vent’anni lei non è cresciuta professionalmente e non ha imparato a fare dell’altro.
O infine, sempre solo per citare qualche esempio, l’operaio che fino ad oggi è riuscito ad integrare il suo stipendio facendo qualche lavoretto, magari in nero, utilizzando gli attrezzi dell’azienda per cui lavora, pensando che nessuno si accorgerà mai di nulla e che sia giusto così.
 
Questi sono, per me, tutti esempi di situazioni molto comuni che attraversano il mondo del lavoro e che dimostrano che anche noi, con il nostro modo di lavorare e di guardare il lavoro, siamo parte di questa crisi strutturale che il Covid ha solo contribuito a far venire, tragicamente, al pettine in maniera veloce e quasi simultanea per la maggior parte di noi.
Una crisi in cui molte persone, per una serie di motivi, lavorano, si impegnano, ma non generano tanto valore aggiunto (non a caso l’Italia è uno dei Paesi con la più bassa produttività media) e quindi disperdono tante energie e potenzialità. E questo dipende sia dal modo in cui sono organizzati i luoghi di lavoro e dagli obiettivi che vengono, o non vengono assegnati, e sia da una sorta di “connivenza” che alcuni lavoratori rischiano di avere con questo sistema mal funzionante. Connivenza che può essere anche inconsapevole, ma che esiste e come tale produce degli effetti negativi.
 
Riprendendo a citare Carofiglio nella premessa al suo libro scrive:
“la tolleranza dell’incertezza, la tolleranza dell’errore e la disponibilità ad ammetterlo sono infatti requisiti fondamentali di personalità e società sane….
Esse accettano l’idea che la complessità del mondo in cui viviamo supera spesso la nostra capacità di comprenderlo, e proprio questa (coraggiosa) accettazione è una delle premesse per un agire politico laico, tollerante ed efficace”.
 
Per me questa frase si può assolutamente riferire anche al mondo del lavoro, ed al nostro modo di agire come lavoratori e professionisti, facendolo come attori consapevoli, coraggiosi, determinati a fare in modo che questa crisi non sia solo un momento di passaggio con “morti e feriti” (sperando individualmente di non essere in questo gruppo), ma sia una reale opportunità di ripensamento strutturale del nostro modo di lavorare, a partire dall’agire dei singoli che non vuol dire, ovviamente, esimere da un parallelo, ed ancora più complesso lavoro, le organizzazioni di cui i singoli fanno parte.
Viviamo una crisi del lavoro che ci deve far paura, perché la paura è il primo passo per assumersi responsabilità e per avere il coraggio di cambiare le cose.
Ma da questa crisi strutturale non si esce se anche i singoli non iniziano a giocare una parte diversa, più attiva, più collaborativa, più creativa, più coraggiosa.