Che fai tu luna in ciel, dimmi che fai?
E’ la domanda di un poeta sognatore, e spesso le domande le fanno proprio i sognatori, i visionari o i bambini. Probabilmente una delle caratteristiche che li accomuna è la curiosità ed il coraggio di guardare il mondo, di andare anche oltre quello che si vede e di chiedersi il perché delle cose.
 
Ma la capacità di farsi domande è molto importante anche nel mondo del lavoro e forse, proprio attraverso le domande potremmo allenarci tutti anche nella capacità di essere più visionari, innovatori e sognatori di nuovi mondi possibili per noi e per gli altri.
 
Recentemente ho letto un libro molto interessante, scritto da Warren Berger dal titolo “A more beautiful question, che parla proprio dell’arte di farsi domande e che sostiene che
la capacità di farsi delle domande è essenziale per risolvere problemi e per essere innovativi nel lavoro.
Secondo Berger una delle principali caratteristiche che accomuna gli innovatori e le persone che hanno più successo nel lavoro è proprio la capacità di farsi costantemente delle buone domande.
 
In realtà si potrebbero proprio tenere ben distinti due gruppi di persone, o di aziende, a seconda dell’approccio culturale che hanno nei confronti delle domande.
Ci sono persone e aziende che coltivano domande ed altre che censurano domande. E questo determina una enorme differenza nei risultati che producono.
 
La cosa interessante è che, come essere umani, iniziamo a fare domande non appena iniziamo a parlare, nei primi 5 anni di vita domandare è come respirare e ci porta in media a fare circa 300 domande al giorno (nelle statistiche le bambine hanno un numero superiore alla media ed i bambini inferiore).
 
Dai 5 anni in poi decresce progressivamente la nostra propensione a fare domande, secondo Berger per l’intervento concomitante di diverse cause:
 
  • I genitori si stancano di rispondere e ci dicono “basta domande”;
  • Il nostro cervello inizia ad introdurre dei meccanismi conservativi di riduzione della fatica e tende e ridurre il suo lavoro e le domande, in genere, affaticano il cervello;
  • Gli insegnanti, a scuola, tendono a dire “io ti faccio le domande e tu mi dai le risposte”;
  • I capi, al lavoro, tendono a dire “dammi delle risposte non delle domande”, oppure, “qui si fa così, chi ti credi di essere per mettere in discussione le cose?”.
 
Nel complesso il messaggio, più o meno esplicito, che introiettiamo è che sia meglio farsi i fatti propri, tenere la bocca chiusa, non fare domande, oppure ci diciamo da soli che non abbiamo abbastanza tempo per fermarci a pensare alle domande.
 
In realtà la buona notizia è che le domande non sono morte e che si può apprendere l’arte di fare e di farsi delle buone domande per riuscire a progredire nel lavoro ed a renderlo più motivante e soddisfacente.
Una buona domanda contiene in sé un elemento di ambizione ed un elemento di azione e ci porta a vedere e percepire le cose in una prospettiva diversa.
Una buona domanda ci deve stimolare a voler fare subito qualcosa, e ad immaginare dei risultati tangibili che possiamo raggiungere.
Una buona domanda è quella che, al semplice pronunciarla, anche prima di immaginare una possibile risposta, ci produce una scarica emotiva, la sensazione di poter scoprire qualcosa di nuovo o di poter fronteggiare diversamente qualcosa.
In un contesto lavorativo, economico e sociale così fortemente attraversato da dubbi, incertezze, crisi, rapidi cambiamenti di prospettiva, l’arte di porsi delle buone domande diventa sempre più centrale e può davvero fare la differenza rispetto agli altri.
 
Come ormai è noto le buone domande sono generalmente domande aperte, che iniziano con parole come COSA, COME, CHI, PERCHE’ e non domande chiuse la cui unica risposta può essere un SI o un NO.
 
Alcuni esempi di domande aperte che forse potresti farti per avere qualche ispirazione utile per il tuo lavoro possono essere:

 
  • Come sta cambiando il mio settore o il mio lavoro?
 
  • Quali trend stanno avendo il maggiore impatto nel mio settore o nel mio lavoro, e che ruolo giocheranno in futuro?
 
  • In che modo questi cambiamenti a livello di trend potrebbero rappresentare un’opportunità per me o per la mia azienda?
 
  • Quali delle mie attuali competenze sono più utili ed adattabili al contesto che cambia e quali sono le nuove che dovrei aggiungere?
 
  • Dovrei pensare in termini di cercarmi un lavoro o di crearmi un lavoro?
 
  • Dovrei pensare in termini di diversificare maggiormente le mie competenze o di specializzarmi maggiormente in quelle che già posseggo?
 
  • Da cosa o da chi posso trarre ispirazioni?
 
  • Cosa è importante per me?
 
  • Cosa mi fa illuminare quando faccio alcune attività o seguo alcuni interessi? Come potrei incorporare queste cose nel mio lavoro?
 
  • Cosa amavo fare da bambino?
 
  • Cosa faccio quando mi sento particolarmente bene?
 
  • Quando faccio un passo indietro, cosa vedo?
 
  • Se non ora, quando? Se non io, chi?
 
  • Quale potrebbe essere l’idea più innovativa
 
  • Chi sentirebbe la mancanza del mio lavoro o di quello della mia azienda?
 
  • Cosa dovrei smettere di fare?
 
  • Questa opportunità che sto valutando è reale? C’è un cliente che ne ha bisogno?
 
  • Chi condiziona il mio lavoro?
 
  • Quale potrebbe essere l’idea più innovativa per poter far fare un passo avanti al mio lavoro o alla mia azienda?
 
 
Partendo da queste domande più generali, e che aiutano a focalizzare il contesto, Berger suggerisce di allenarsi a costruire domande suddivise in tre tipologie:
 
 
Domande sul Perché? (WHY):  
Questo tipo di domande aiutano a mettere a nudo le credenze, le convinzioni prevalenti che abbiamo nonché i fatti che hanno determinato la situazione in cui ci si trova.
 
Alcuni esempi di domande di questo tipo sono:
 
  • Perché sto facendo questa specifica cosa in questo modo?
 
  • Perché faccio le cose sempre nello stesso modo?
 
  • Perché siamo arrivati a questo punto?
 
  • Perché la mia carriera o la mia azienda non sta andando nel verso che speravo?
 
  • Perché gli altri hanno bisogno di me o della mia azienda?
 
 
 
Domande sul Cosa accadrebbe se? (WHAT IF)
Questo tipo di domande aiutano a cambiare il punto di vista, a valutare come potrebbe cambiare il nostro pensiero se eliminassimo qualche ostacolo o se ci mettessimo nei panni di un altro. Ci aiutano anche a simulare cosa potrebbe accadere rispetto a qualcosa che ci spaventa, ma su cui forse non ci siamo completamente soffermati per capire se poi gli effetti reali sono davvero così spaventosi o impossibili.
 
Alcuni esempi di domande di questo tipo sono:
 
  • Cosa succederebbe se apportassi anche solo un piccolo cambiamento nel mio lavoro?
 
  • Cosa succederebbe se io affrontassi il mio lavoro con un approccio completamente diverso?
 
  • Cosa farei se dovessi competere contro me stesso o contro la mia azienda?
 
  • Cosa farebbe al posto mio una persona più ottimista o sicura di sé?
 
  • Cosa farei se potessi partire da un foglio bianco?
 
  • Cosa farei se avessi la certezza di non poter fallire?
 
  • Cosa farei comunque anche se corressi il rischio di fallire?
 
  • Se fallissi, cosa potrei fare per rimediare?
 
  • Se accadesse il peggio, come potrei fronteggiarlo?
 
  • Cosa succede se non faccio nulla?
 
  • Cosa succede se avrò successo in quello che faccio?
 
  • Cosa succederebbe se la nostra azienda non esistesse?
 
  • Cosa succederebbe se non avessimo il vincolo economico? Come potremmo approcciare il progetto diversamente?
 
  • Ho davvero bisogno di questa cosa? Che succede se ne faccio a meno?
 
 
Domande su Come potrei fare? (HOW)
Questo tipo di domande aiutano a pensare all’azione, a quello che si può iniziare in concreto a fare per realizzare un cambiamento, a trovare le risorse per attuarlo.
 
Alcuni esempi di domande di questo tipo sono:
 
  • Come posso decidere quale delle mie idee è più giusto perseguire?
 
  • Come posso iniziare a testare questa idea, per vedere se funziona o meno?
 
  • Come potrei fare in modo di avviare un piccolo cambiamento?
 
  • Come potrei trovare un aiuto?
 
 
Mi sembra che Eistein dicesse che se fai una cattiva domanda vai su una cattiva strada e per questo motivo, se ad esempio avesse avuto solo un’ora a disposizione per rispondere ad una domanda, avrebbe investito il primo quarto d’ora solo per decidere se la domanda era ben posta o meno, prima di dedicare altro tempo a cercare la risposta.
 
Rilke, invece, suggeriva ad un suo giovane poeta di imparare a convivere con le domande prima di pensare di dare delle buone risposte.
 
Spero che alcune delle domande inserite come esempio possano essere state un primo spunto per progredire, con coraggio e motivazione, nella tua arte di farti le TUE buone domande.

Se hai voglia di vedere, in lingua inglese, una introduzione di Berger al suo libro ecco il video.