Che rapporto c’è tra “essere coerenti con le proprie idee”, “mettersi in discussione”, “cambiare idea”?
 
Nel nostro lavoro è meglio la coerenza o il cambiamento?
 
Sono domande che mi sono fatta leggendo il nuovo libro di Adam Grant, dal titolo “Think Again” (pensa di nuovo), uscito al momento solo in lingua inglese, ed il cui sottotitolo (tradotto) recita così: “il potere di sapere quello che non sai”.
 
E’ un libro che fa riflettere sulla importanza di “mettere in discussione” i nostri pensieri, idee, conoscenze accettando di “pensare di nuovo”, cioè di non fermarci:
  • o a quello che abbiamo pensato in passato, e sulla base del quale ci siamo mossi nel nostro lavoro;
  • o al primo pensiero che ci viene in mente quando abbiamo un problema nuovo da affrontare.
 
Metodologicamente Grant suggerisce di mettere sempre in discussione i propri pensieri, sia quelli passati che quelli nuovi, ritenendo che se sviluppiamo questa capacità la qualità del nostro pensiero migliora, perché la messa in discussione ci apre a nuove conoscenze, anche attraverso la curiosità, l’ascolto ed il confronto con altri.
 
Nella realtà tutti noi rischiamo di non applicare questo suggerimento per tanti motivi:
 
  • ci sembra di non avere tempo per pensare di più (molti sembrano così affannati dal lavoro che non hanno proprio il tempo per pensare, figuriamoci quello per ri-pensare);
  • possiamo credere che “mettersi in discussione” sia un segno di debolezza, di poca convinzione, in un mondo che, al contrario, sembra premiare le persone che mostrano grande sicurezza e determinazione nel portare avanti le proprie idee;
  • possiamo ritenere che ri-pensare sia come farsi troppe “paranoie” che ci rendono solo la vita più complicata;
  • siamo spesso convinti che quello che pensiamo vada già bene così, magari perché abbiamo tanta esperienza, o perché abbiamo già affrontato in passato problemi simili, etc..
 
Nel suo libro Grant ci provoca dicendo che, soprattutto per come sta evolvendo il mondo oggi, in cui tutto cambia molto velocemente ed in maniere che sono sempre più difficili da prevedere,
sia più importante la flessibilità del pensiero che non la sua coerenza.
Tutti noi, con il passare degli anni, sedimentiamo convinzioni, principi, idee, metodi, che riteniamo siano a fondamento della nostra esperienza e quindi delle nostre capacità di lavorare e su cui, orgogliosamente, fondiamo anche la nostra sicurezza e la nostra autostima.
Anno dopo anno queste nostre convinzioni si rafforzano e tendiamo ad applicarle quasi come se avessimo un pilota automatico.
 
D’altra parte
molti di noi hanno la tendenza a mettere più facilmente in discussione le idee altrui che non le proprie.
Ad esempio, quando andiamo da un medico, soprattutto se non ci piace la diagnosi che ci ha fatto, tendiamo tutti a ricercare un secondo parere, così come quando decidiamo di comprare qualcosa di importante cerchiamo sempre una seconda alternativa da comparare.
Tutto questo lo facciamo molto meno quando si tratta di mettersi in discussione. Perché?

Perché è difficile mettersi in discussione?

Forse perché consideriamo il metterci in discussione come una questione che ha a che fare con la nostra identità, non solo con le nostre idee e pensieri e quindi ci sentiamo minacciati.
 
Per evitare questa trappola Grant suggerisce di assumere tutti un atteggiamento più tipico degli scienziati (quelli seri) che sono tali proprio perché, metodologicamente, tendono sempre a mettere in discussione l’esito delle loro ricerche al fine di verificare se siano davvero valide o meno.
Gli scienziati non cercano risposte, ma si fanno domande, non si abbandonano alla intuizione, ma ricercano delle prove e mettono costantemente in discussione le loro tesi cercando informazioni che possono andare contro il loro pensiero, così da poterne testare in maniera forte la tenuta.
 
Chi fa ricerca (sempre in maniera seria), in qualunque disciplina, quando, ad esempio, vuole pubblicare i risultati della propria attività, deve necessariamente sottoporre le sue ricerche e potenziali pubblicazioni ad un severo processo di revisione, fatto da altri, per valutare la correttezza di quanto proposto.
Nel lavoro della maggior parte delle persone tutto questo accade molto meno.
Cosa ci vuole per imparare a mettersi in discussione salvaguardano la propria sicurezza e la buona immagine di sé?
Grant ci suggerisce di cambiare il nostro approccio mentale considerando:
 
  • che il vero scopo dell’apprendimento non è affermare i nostri pensieri quanto farli evolvere ed arricchire;
  • che essere umili, avendo la saggezza di riconoscere che le nostre conoscenze ed esperienze sono e saranno sempre limitate, è il primo passo per aprirci con convinzione alla curiosità ed allo scoperta di elementi nuovi;
  • che più che pensare lentamente (cosa che peraltro facciamo raramente non avendo mai tempo) sia meglio ri-pensare, cioè avere un pensiero alternativo da confrontare con il primo che abbiamo avuto;
  • che la nostra identità può rafforzarsi nel cambiamento delle nostre strategie, più che nella stabilità che, come tutte le cose immobili, ha un carattere mortifero, poco vitale;
  • che un eccesso di sicurezza in noi stessi, così come un eccesso di insicurezza sono entrambi atteggiamenti che ci rendono “conservativi” rispetto ai nostri pensieri, abitudini ed azioni; nel primo caso perché riteniamo di continuare ad applicare quello che “abbiamo già fatto bene in passato”, nel secondo caso perché rischiamo di paralizzarci sentendoci minacciati da cambiamenti;
  • che non c’è nulla di grave nel fare degli errori, se questi ci consentono di imparare qualcosa di nuovo e quindi ci fanno fare dei progressi;
  • che il miglior regalo che possiamo fare a noi stessi è quello di non rimanere “attaccati” sia al nostro passato che alle nostre opinioni;
  • che sarebbe meglio circondarsi di persone che la pensano diversamente da noi e non persone che approvano, quasi fideisticamente, tutto quello che facciamo e pensiamo;
  • che non dobbiamo aver paura di esporci anche a situazioni di disaccordo, con noi stessi e con gli altri, perché molte cose interessanti nascono proprio da questi incontri-scontri;
  • che è più importante farsi delle buone domande che cercare subito delle buone risposte;
  • che è fondamentale darsi del tempo per pensare e ri-pensare, evitando la trappola della operatività e della prestazione continua.
 
Rispetto a queste considerazioni ritengo molto utile quella che introduce il tema della umiltà.
La nostra cultura ci può far cadere nella trappola di confondere l’umiltà con l’insicurezza, o una scarsa fiducia in se stessi.
In realtà la sicurezza in se stessi sta ad indicare quanto crediamo in noi, mentre l’umiltà nasce dalla convinzione che non possiamo sapere tutto (anche perché il mondo è in costante cambiamento) e che il nostro scopo è proprio di continuare ad imparare, a migliorare, ad arricchire il nostro pensiero.
 
Si può essere fiduciosi nelle proprie capacità ed, allo stesso tempo, accettare di non avere sempre la giusta conoscenza, soluzione, idea, capendo che per arrivare ad una migliore soluzione è meglio mettere in discussione il nostro pensiero anche nel confronto con altri.
 
Se ci pensate, quando andiamo per la prima volta in un posto nuovo, tutti i nostri sensi sono in fermento per cogliere aspetti “non conosciuti”, mentre quando frequentiamo uno stesso luogo rischiamo di non accorgerci dei cambiamenti perché tendiamo a vedere sempre e solo i principali punti di riferimento che ci siamo creati.
Vale lo stesso per il nostro pensiero, più accettiamo che sia parziale, che si possa mettere in discussione, che ci siano delle cose che non abbiamo considerato, più avremo la possibilità di scoprire cose nuove che non ci erano apparse “al primo pensiero”.
 
In questo senso possiamo anche rivalutare in positivo le persone dubbiose, sia che lo facciano perché hanno una scarsa fiducia in se stessi (la famosa sindrome dell’impostore), sia che lo facciano perché perfezionisti abituati a cercare di fare sempre meglio.
 
Anche la considerazione sul tema dell’attaccamento la ritengo fondamentale per riuscire a mettersi davvero in discussione.
 
La maggior parte delle persone, consciamente o inconsciamente, sviluppa degli attaccamenti rispetto:
  • al proprio passato (che ci possono far pensare che, nel bene o nel male, il nostro passato ci condizionerà sempre);
  • alle proprie opinioni (ritenendo che un cambiamento delle stesse possa essere visto come debolezza o mancanza di coerenza).
In realtà, se riusciamo a considerare che la nostra identità si fonda sui valori che abbiamo, e non sulle nostre opinioni, saremo più disponibili a rimettere in discussione le opinioni
capendo che hanno una sorta di “scadenza” naturale e che si formano in relazione con il mondo esterno, e quindi sono soggette necessariamente a cambiamento.
Così come se riusciamo a riconoscere che il passato ed il presente sono due tempi distinti, e che solo nel presente possiamo agire e cambiare, saremo più disponibili a non farci dominare dal pilota automatico dei pensieri e comportamenti avuti nel passato.
 
Ovviamente c’è una grande differenza tra mettersi in discussione attraverso un processo in cui “pensiamo di nuovo” e “pensiamo cose nuove”, rispetto al cambiamento opportunistico di idea per cercare consenso o altri tornaconti personali.
Quindi quando qualcuno cambia idea, o quando lo facciamo noi stessi, è meglio capire se nel farlo ha seguito i consigli metodologi di Grant su come ri-pensare, diffidando di cambiamenti troppo repentini in cui le persone non si sono date il “giusto tempo” per ri-pensare davvero.
Ogni riferimento alla nostra realtà politica è del tutto casuale!!!
 
E tu che rapporto hai con il “metterti in discussione”? Ti spaventa o ti incuriosisce? Lo fai spesso o raramente? Se hai voglia di condividere la tua esperienza scrivici alla mail info@workingroom.it e pubblicheremo qualche riflessione anche sui nostri canali social. ©