Che effetto ti fa sentirti dire:
“Mi fido di te”
Credo che per la maggior parte delle persone questa piccola frase sia una delle più potenti per determinare un senso di benessere, riconoscimento, soddisfazione, sebbene in alcuni potrebbe generare anche un aumento del carico di responsabilità che, come tale, può suscitare anche una certa ansia. Solitamente questa ultima situazione accade in persone che, al fondo, non hanno una grande fiducia in se stesse e quindi, sapere che qualcun altro confida in loro, le può mettere in difficoltà.
 
E’ vero infatti, che per
generare fiducia negli altri, bisogna anche avere una buona dose di fiducia in se stessi
perché l’una alimenta l’altra e viceversa.

Alcune considerazioni generali sulla fiducia

La fiducia, parola spesso usata, ma meno spesso “attivata” seriamente nei luoghi di lavoro, è in realtà uno degli elementi più vitali e preziosi per le relazioni lavorative, siano esse all’interno di una stessa organizzazione, o in uno schema del tipo cliente-fornitore, che è tipico di tante libere professioni.
 
Potremmo considerare la fiducia come un vero e proprio “capitale” di cui le persone, e le organizzazioni, dispongono e che ognuno può contribuire a far crescere, o a distruggere, con tanti piccoli e grandi comportamenti.
 
La fiducia, infatti, non è solo figlia di comportamenti apparentemente esemplari come la disponibilità, o la fedeltà, ma soprattutto di tanti piccoli gesti che spesso non vengono riconosciuti in tutta la loro importanza e, per questo, vengono poco attuati.
 
Così come la fiducia non va confusa con due elementi con cui spesso tendiamo ad associarla:
  • in primo luogo avere fiducia in qualcuno non vuol dire “affidarsi”, quasi ciecamente, a questa persona, cioè fidarsi a “prescindere”. La fiducia si alimenta di trasparenza, di condivisione, di comunicazione, di collaborazione e non di “fideistici silenzi” o di “fideistiche posizioni” sulla base delle quali mi devo fidare perché, ad esempio, “quella persona è il mio capo”, oppure perché “è più brava di me e sa il fatto suo”;
  • in secondo luogo la fiducia non si alimenta necessariamente, nella “bontà”, nella “assenza di disaccordo o di conflitto”, ma al contrario si nutre di scambi di opinione, di diversità che si incontrano, di voglia di fare chiarezza, di ascolto dell’altro e delle sue ragioni.
 
La fiducia, infine, più che con la disponibilità e la fedeltà ha a che fare con la capacità di trasmettersi reciprocamente, in una relazione lavorativa, un senso di comune appartenenza ed anche di “sicurezza/protezione”. Mi fido di qualcuno se, pur nelle diversità che possiamo avere, credo che al fondo ci accomuni uno stesso obiettivo (cioè sentiamo di appartenere ad un medesimo scopo) e che stiamo “remando nella stessa direzione” (quindi ho la protezione di un alleato e non la minaccia di un nemico).

Di quali elementi si alimenta la fiducia

In un articolo che ho letto sulla Harvard Business Review credo di aver trovato la sintesi più efficace degli elementi che alimentano la fiducia. Sono pochi, ma molto potenti:
 
L’autenticità:
ci fidiamo di una persona se pensiamo, e sentiamo, che si sta ponendo nei nostri confronti facendosi vedere per quello che è. Ad esempio una persona che, con sincerità e serenità, fa vedere i suoi punti di forza, ma anche di debolezza. Una persona che ha voglia di spiegare quello che pensa, di farsi capire. Una persona che ha voglia di dare informazioni, di mettere in comune il suo sapere. Una persona che ha voglia di capire anche il punto di vista dell’altro, e di riconoscerne la diversità, essendo però capace di valorizzare questa diversità invece di denigrarla o sentirla come una minaccia. Una persona che riconosce di avere delle responsabilità e se le assume. Una persona di cui percepiamo un reale interesse, un appassionamento ed una forte volontà a fare bene, a dare il meglio di sé.
 
La logica:
ci fidiamo di una persona se pensiamo, e sentiamo, che ha delle argomentazioni su cui ha riflettuto e si è preparata. Una persona che ha capacità di giudizio, che spiega le sue motivazioni ed il senso di quello che pensa e che fa. Una persona che riconosce i progressi, le attività ed i meriti altrui considerando fatti, risultati. Una persona che ammette la possibilità degli errori, ma li ritiene, sinceramente, una possibile fonte di apprendimento per sé e per gli altri. Una persona che riconosce l’importanza che ognuno abbia un ambito di autonomia, di flessibilità e alcuni momenti di condivisione per controllare i risultati.
 
 
L’empatia:
ci fidiamo di una persona se pensiamo, e sentiamo, che ha la voglia ed il tempo di ascoltarci. Una persona che sa cosa significa essere discreti e rispettosi dei sentimenti e delle difficoltà altrui. Una persona che ha una sincera voglia di conoscerci, e di mettersi anche nei nostri panni. Una persona che ci incoraggia e ci sostiene nei momenti di difficoltà. Una persona che mostra interesse a valorizzare le nostre competenze ed a promuovere il nostro futuro lavorativo. Una persona che ci mette in condizione di parlare delle nostre ambizioni, dei nostri interessi, delle nostre idee e dimostra una seria volontà di ascolto.
 
 
Tutti questi comportamenti, a pensarci bene, possono essere altrettanti pilastri per la costruzione:
 
  • della nostra fiducia verso gli altri;
  • della fiducia degli altri verso noi stessi;
  • della fiducia in noi stessi.
 
Provare ad applicarli a questi tre livelli potrebbe essere un buon esercizio per allenarsi al ruolo di
“costruttori di fiducia”.
Se in ogni ruolo, ed in ogni relazione lavorativa, ognuno si ponesse l’obiettivo di essere un “costruttore di fiducia” penso che tanti inevitabili problemi, che ogni giorno incontriamo nel nostro lavoro, potrebbero avere una più veloce e facile gestione, aumentando il capitale di fiducia, e quindi di sicurezza nelle persone, invece di demolirlo con tanti piccoli gesti di disattenzione e noncuranza, fino ad arrivare a comportamenti più esplicitamente anti collaborativi.