Milton Glaser è uno dei grafici più importanti dell’età contemporanea, nato nel 1929 negli Stati Uniti. Nel 1976 è stato proprio lui ad inventare il famosissimo logo “I love NY” ed ha collezionato nella sua carriera tantissimi riconoscimenti per lavori diventati celebri, come, ad esempio, molti dei poster più gettonati che ritraggono Bob Dylan.
Nel 2001 ha rilasciato un’intervista dal titolo “Dieci cose che ho imparato” di cui ho letto una traduzione in un articolo pubblicato nel sito www.designplayground.it.
Partendo da questa intervista ho estrapolato cinque consigli molto attinenti rispetto al lavoro e che credo siano particolarmente adatti ai giovani che intendono fare un lavoro creativo, dal designer al grafico, dall’architetto al regista e così via. Ma in realtà, a pensarci bene, sono consigli utili per tutti quelli che, giovani e meno giovani, fanno un lavoro da liberi professionisti, e forse anche per tutti coloro che intendono rimanere “competitivi” nel loro lavoro anche nel prossimo futuro.

Lavora solo con persone che ti piacciono

Le parole di Milton Glaser: “Questa è una regola strana e mi ci è voluto del tempo per impararla. All’inizio della mia carriera pensavo che fosse vero il contrario. Il professionismo significava che le persone per cui lavoravi non dovevano esserti particolarmente simpatiche o almeno dovevi tenerti a debita distanza. Per me significava che non avrei mai pranzato con loro né li avrei visti in altre occasioni sociali. Qualche anno fa ho capito che è vero esattamente l’opposto. Ho scoperto che tutto il lavoro che ho fatto, e che ha qualche significato, era il risultato di una relazione positiva, affettiva, con il cliente. Non sto parlando di professionalità, ma di affetto. Sto parlando di un cliente con cui si condivide qualcosa. La tua visione della vita deve essere in qualche modo coerente con quella del cliente. Altrimenti è una battaglia acida e senza speranze”.
 
Il commento di Working room: per lavorare bene, e quindi per ottenere risultati soddisfacenti per se stessi e per gli altri, è davvero importante trovare degli elementi di comunanza con le altre persone con cui ci troviamo a collaborare, siano essi partner, colleghi, collaboratori, clienti, fornitori. Pensiamo che Milton Glaser abbia ragione nel dire che è molto importante lavorare con persone che ci piacciono, anzi, secondo noi, è proprio un indicatore di successo la possibilità di poter lavorare solo con persone che ci piacciono, con cui sentiamo di avere qualcosa in comune, con cui ci interessa stabilire una partecipazione ed una comunanza anche di tipo valoriale ed emotivo.
L’unico avvertimento che ci sentiamo di dare rispetto all’applicazione di questo consiglio è, però, di mostrare una reale apertura e curiosità rispetto agli altri, cioè di non considerare necessariamente le persone che ci piacciono come le persone che sono uguali a noi.
​In tutti i lavori, ed a maggior ragione in quelli creativi, la diversità è fonte di ispirazione e di innovazione al contrario della similitudine e dell’omologazione.
Quindi ci sembra importante interpretare questo consiglio non nel senso di cercare solo chi è simile a noi, ma di imparare a riconoscere ed apprezzare le altre persone con cui lavoriamo, e le loro diversità rispetto a noi, dandoci l’obiettivo di trovare dei punti di contatto su cui costruire un’alleanza di lavoro ed una relazione che potremmo anche definire “affettiva” in un senso lato del termine.

Se puoi scegliere, scegli di non avere un’occupazione

Le parole di Milton Glaser: “Questa è una frase di John Cage (compositore e filosofo) che una volta ho sentito in radio. Il suo consiglio era di non trovarsi mai un’occupazione, perché se ti trovi un’occupazione un giorno qualcuno ti porterà via il tuo lavoro e tu sarai impreparato alla vecchiaia. John Cage dice che da sempre, cioè da quando aveva 12 anni, quando si sveglia al mattino si chiede: Cosa dovrò fare per guadagnarmi da vivere oggi?”
 
Il commento di Working room: Questo è, molto probabilmente, un consiglio che vale per tutti, soprattutto nel mondo di oggi in cui tantissimi lavori sono a rischio di “estinzione” anche per via delle nuove tecnologie. E’ un consiglio che di fatto invita tutti noi a non mettere il pilota automatico in quello che facciamo, a non considerare mai di aver raggiunto posizioni inamovibili, a non pensare che il modo in cui lavoriamo oggi andrà bene anche domani. E’ un invito ad innovare le nostre competenze, ad allargare le nostre prospettive, ad avere il coraggio di fare sempre qualcosa di nuovo e di diverso. Ad alcuni potrà sembrare anche ingiusto tutto questo, ma pensiamo che sia un dato di realtà con cui imparare a fare i conti in maniera costruttiva. Solo in questo modo potremo ridurre il rischio di diventare, più o meno velocemente, obsoleti nel nostro lavoro

Certe persone sono tossiche, evitale

Le parole di Milton Glaser: “Riprendo l’idea di Fritz Perls (terapeuta) secondo cui in tutte le relazioni, anche nel lavoro, le persone possono essere tossiche o possono nutrirsi a vicenda. Non necessariamente la stessa persona sarà tossica o positiva in ognuna delle sue relazioni, ma qualsiasi relazione tra due persone si traduce o in una relazione tossica o nutriente. La cosa importante è che c’è un test per determinare se la persona con cui hai una relazione, in quella relazione è tossica o positiva. Eccolo: devi passare un po’ di tempo con questa persona, andare a bere qualcosa o a cena o a una partita di calcio. Non importa, ma alla fine devi chiederti se ti senti più o meno energizzato. Se sei più stanco, sei stato avvelenato. Se hai più energia, sei stato nutrito. Il test è praticamente infallibile e ti suggerisco di usarlo per il resto della tua vita”.
 
Il commento di Working room: Anche in questo caso si tratta di un consiglio universale che varrebbe la pena imparare a seguire sia nella vita lavorativa che in quella personale. Non ci sono altri commenti, basta applicare il test suggerito da Glaser. L’unica aggiunta che possiamo fare è che, quando scopriamo che una certa persona per noi è tossica, 
può esserci comunque utile indagare meglio quali caratteristiche di quella persona ci tolgono energia e pensare se questa scoperta ci aiuta anche a conoscere meglio noi stessi
e a capire qualche punto debole che possiamo avere ed eventualmente cosa possiamo fare, oltre che allontanarci dalla persona, per evitare di essere troppo vulnerabili rispetto alle tossicità altrui.

L’obiettivo di diventare professionali è un falso obiettivo

Le parole di Milton Glaser: “All’inizio della mia carriera ambivo a essere un professionista, era la mia unica aspirazione, i professionisti sembravano sapere ogni cosa e venivano pagati anche per questo. Dopo aver lavorato un po’ scoprii che la professionalità poteva essere un limite. Dopo tutto, ciò che la professionalità davvero significa è riduzione dei rischi…nel nostro campo che chiamiamo creativo (una parola che odio perché troppo spesso viene usata a sproposito) se fai qualcosa in modo ripetitivo, per diminuire i rischi, o lo fai addirittura nello stesso modo, è chiaro che non funziona. Nel nostro campo la professionalità non è sufficiente e ci viene chiesto di trasgredire continuamente. Le professionalità non permette questo perché la trasgressione ha in sé il rischio del fallimento, e l’istinto naturale di un professionista è di non fallire, di ripetere i successi che ha ottenuto in passato. Quindi aspirare al professionismo per tutta la vita è un obiettivo limitato”.
 
Il commento di Working room: nella nostra esperienza in molti casi ogni persona che lavora e che ha successo, sotto forma di riconoscimenti, di promozioni, di ricchezza, etc. corre il rischio, dopo un po’ di anni, di abbandonare completamente tutti gli elementi che hanno determinato il suo successo. Iniziamo facendo tante domande, accogliendo tante sfide, dando per scontato che dobbiamo imparare, etc. e quando pensiamo di aver raggiunto un certo livello di “professionalità”, mettiamo il pilota automatico.
 Rischiamo tutti di concepire il lavoro come una fase di semina (i primi anni di carriera) ed una di raccolto (quella degli anni successivi), mentre in realtà non si smette mai di seminare. 
Meglio seguire il consiglio di Glaser e non darsi, dunque, l’obiettivo di arrivare ad essere dei “professionisti, immaginando, al contrario, di essere sempre degli apprendisti dell’arte di lavorare.

Il dubbio è meglio della certezza

Le parole di Milton Glaser: “Si parla sempre dell’importanza di essere sicuri, convinti, di ciò che si fa… ma penso che convinzioni profondamente radicate, ti impediscono di essere aperto a nuove esperienze… le scuole incoraggiano l’idea di non scendere a compromessi e difendere il tuo lavoro ad ogni costo. Ma in realtà quando si lavora scendere a compromessi è la cosa più importante. Devi sapere come scendere a compromessi. Perseguire ciecamente i tuoi obiettivi, le tue idee, esclude la possibilità che gli altri abbiano una qualche ragione…L’alta considerazione di sé è spesso un nemico”.
 
Il commento di Working room: per quanto ci riguarda interpretiamo la parola “compromesso” indicata da Fraser piuttosto come “negoziato” perché molto spesso il compromesso indica una situazione in cui tutte e due le parti devono cedere qualcosa per poter trovare un accordo, mentre il negoziato, almeno nell’interpretazione più moderna del termine, indica una situazione in cui le parti riescono a costruire un accordo in cui entrambe guadagnano qualcosa invece di cederla. Al di là di questa precisazione terminologica il consiglio, anche in questo caso valido per tutti, è particolarmente utile in un’epoca in cui impera l’individualismo, e ci aiuta a ricordare che per lavorare bene occorre essere capaci di costruire prima di tutto buone domande, capaci di mettere in discussione anche le nostre certezze e convinzioni, piuttosto che cercare rassicurazioni trovando risposte immediate e che ci mettono in posizioni inamovibili.
“Chi vuole imparare a volare, deve prima imparare a stare, ad andare, a correre, ad arrampicarsi e a danzare: non si impara a volare, volando” (F. Nietzsche)