Che fai nella vita?
WR: Ciao e benvenuta in Working room!
FRA: Ciao e grazie a voi di avermi invitata!
 
WR: Sei la prima persona che intervistiamo e sarà necessario superare un primo imbarazzo…
FRA: Quale imbarazzo?
 
WR: L’imbarazzo di farti la domanda classica del nostro tempo: “Cosa fai nella vita?” oppure, se preferisci, “Che lavoro fai?”
FRA: Ah! Capisco… sei in imbarazzo perché in realtà sai che ho perso il lavoro…. Si dice così? “perso”?
 
WR: in effetti… mi domando sempre cosa si chiede ad una persona quando si sa bene che non sta lavorando, come lo si può fare senza farla sentire a disagio.
FRA: ma io sto lavorando, quindi puoi rilassarti…
 
WR: Ah! Ok, scusa… avevo altre informazioni… Quindi hai trovato un lavoro? Mi fa piacere… e cosa fai?
FRA: Beh! Forse la questione non è così immediata… proverò a spiegarmi meglio
WR: ti ascolto volentieri
 
 
Di come ho perso il lavoro…
FRA: allora, innanzitutto è vero che ho perso il lavoro, nel senso che l’azienda per la quale lavoravo ha deciso di non avvalersi più della mia collaborazione e mi ha chiesto, “gentilmente”, di andare via….
 
WR: quanto tempo fa è successo?
FRA: circa dieci mesi fa… sai, avevo un buon contratto da dirigente, ma ho sempre detto, anche in tempi non sospetti, che i dirigenti sono dei veri precari, sebbene di lusso… veri antesignani di tutte le riforme del lavoro che stanno tentando i vari governi…
 
WR: che vuoi dire?
FRA:  il contratto che lega un dirigente con un’azienda è essenzialmente un contratto fiduciario, se finisce la fiducia finisce il contratto e si negozia l’uscita: semplice e facile… ma personalmente non è una cosa che mi scandalizza o che trovo inopportuna. E’ un tipo di contratto che, idealmente, ha una sua sensatezza proprio perché si fonda su un patto di fiducia, che è per me uno dei valori essenziali di ogni relazione, anche se poi, come in tutte le vicende di noi umani, ci sono delle storture e dei vizi che rischiano spesso di compromettere la bontà e la sensatezza di intenti.
 
WR: cioè?
FRA: si, provo a spiegarmi meglio. Ti dicevo che la fiducia è essenziale per la creazione di una buona relazione, di lavoro e non solo. Ma la fiducia si nutre di altri elementi che sono altrettanto essenziali e che, invece, spesso mancano nelle relazioni di lavoro. Penso alla voglia ed al coraggio di parlarsi chiaramente dando feedback positivi o negativi ragionati ed argomentati, come ai reali ambiti di delega e di collaborazione, piuttosto che alla reale capacità di conoscere e condividere la visione ed i valori delle organizzazioni in cui si lavora… Ma forse è un discorso troppo lungo, forse è meglio tornare al mio stato attuale ed a tutto quello che è successo dopo la mia uscita dall’azienda…
 
WR: era la prima volta che ti succedeva di perdere il lavoro?
FRA: si! Incredibile… dopo 18 anni di lavoro ininterrotto… anche se in aziende e contesti diversi che ho cambiato in media ogni 5/6 anni.
 
 
Di come ci si sente quando si perde il lavoro….
WR: ci sarebbero mille cose da chiederti, inizio dalla domanda più banale. Come ti sei sentita? Che emozioni hai provato?
FRA: Una selva di emozioni, all’inizio molto oscure, quasi indecifrabili ed indicibili. Poi è iniziata ad arrivare un po’ di luce rischiarando il tutto.
In realtà, se ci penso, la cosa scioccante è stata soprattutto di provare allo stesso tempo tante emozioni diverse e contrastanti che, in qualche modo, dovevo tenere insieme.
Provo a ricordarle in ordine sparso.
C’è stato sicuramente lo spavento per la situazione economica. Intendiamoci, io ho preso dei soldi per uscire dall’azienda, è la parte “lusso” del mio precariato… ma questo non ti toglie la paura di non riuscire più a guadagnare altri soldi e quindi lo spavento di quello che ti succederà quando la “buona uscita” che hai avuto finirà. Io mi sono mantenuta economicamente fin dal primo lavoro e la mia vita materiale dipende solo da quello che guadagno con il lavoro.
Poi c’è stato lo sbigottimento misto ad un senso di ingiustizia, di non meritare quello che mi stava accadendo. In fondo credevo che “bastasse” fare bene il proprio lavoro, con responsabilità e passione, per essere immuni da questo pericolo di espulsione… Scoprire che la bravura non è bastata a proteggermi ha spalancato le porte della fragilità, e quindi del pianto, della tristezza, del dolore anche fisico.
Ero sbigottita e confusa, ma non mi è venuto, per fortuna, un sentimento di rabbia.
 
WR: come mai non la rabbia?
FRA: per tanti motivi diversi. Anche qui te li dico in ordine sparso.
Innanzitutto, ad essere onesta, ho scoperto di provare anche una sensazione di sollievo, un senso di ritorno alla libertà. C’era ancora l’assoluta oscurità rispetto ad un futuro possibile, ma c’era comunque la liberazione da alcune fatiche, alcune dinamiche, alcune persone, alcuni ritmi.
Poi c’era il senso di protezione e di comprensione che mi è venuto dalla mia famiglia, dai miei amici ed anche da molte insospettabili relazioni professionali interne ed esterne all’azienda.
Hanno tutti contribuito a farmi sentire un tale calore ed affetto che la rabbia non poteva che sciogliersi sul nascere.
Indubbiamente c’era anche la consapevolezza che in ogni caso era, come ti ho già detto, una possibilità che stava nelle regole del gioco, anche se inaspettata per me. E questo mi ha fatto molto riflettere sul fatto che si può essere o credersi bravi quanto si vuole, ma bisogna anche riconoscere che non si ha mai il pieno controllo delle relazioni che ci vedono implicati. Paradossalmente più si è bravi e responsabili e più il rischio che si corre è quello di credersi indispensabili, o di credersi protetti o di credersi capaci di avere il controllo delle situazioni. Ed invece scopri che non è così, nella maniera più assoluta ed a volte brutale possibile.
E questa credo, peraltro, che sia una lezione molto importante riferita alla leadership.
D’altra parte io ritenevo sinceramente di non aver fatto nulla di male o di tanto grave da giustificare una soluzione del genere.
Mi spiego meglio: se l’azienda ha deciso di “liberarsi” di me vuol dire che sicuramente c’è una mia parte di responsabilità. Quella c’è sempre. Ma quello che intendo è che non ritenevo e non ritengo tuttora che la soluzione di chiudere la collaborazione fosse unica ed inevitabile. Ma tant’è… era una cosa che potevo solo accettare, che non vuol dire necessariamente subire.
In effetti la differenza tra subire o accettare sarebbe dipesa solo dalla mia reazione a tutto questo.
 
WR: prima di capire meglio quali sono state, quindi, le tue reazioni ed azioni, ti viene in mente qualche altra emozione iniziale?
FRA: sono stata lambita anche dal senso di vergogna. Che dire agli altri? Come farlo? Come reggere le espressioni di compassione, disagio, preoccupazione, imbarazzo che inevitabilmente si generano? Cosa penseranno di me? E poi anche, per tornare al tuo esordio iniziale, cosa potrò dire di me? Cosa dirò quando qualcuno mi chiederà cosa faccio che spesso significa farla coincidere con la risposta su chi sono?
 
WR: e come hai convissuto con questo senso di vergogna?
FRA: tirandolo fuori sin dal primo momento. Le prove generali le ho fatte prima con la mia cerchia più ristretta di persone a cui ho detto tutto sin da subito: quello che era successo, come era successo, che paure avevo, che sensazioni provavo. Conosco persone che cercano di tenere il segreto rispetto ad un loro licenziamento anche nei confronti della propria famiglia; che si inventano di continuare ad uscire di casa e che provano a simulare una vita normale. Io ho fatto subito un esercizio di verità e di parola e questo mi ha permesso di allontanare molto presto il senso di vergogna e di avere quella risposta di calore e di affetto di cui ti ho detto prima e che è stata fondamentale per reggere l’onda d’urto.
 
 
Di come si reagisce alla perdita del lavoro….
WR: Poi cosa è successo? Cosa hai pensato di fare?
FRA: La prima cosa che ho pensato, dopo che tutte le emozioni che ti ho descritto hanno cominciato a sedimentare, era di riuscire a capire quale poteva essere il senso per me di quello che mi era accaduto. Perché era successo proprio a me? Cosa potevo trarne per la mia vita? Come potevo farlo?
Peraltro, è questa è una piccola chicca che ancora non ti ho svelato, con la assoluta ironia della sorte che il mio “mestiere” è proprio quello di occuparmi delle persone, come si dice in gergo, di “gestire le risorse umane”. Quindi è accaduto a me quello che a volte io ho dovuto far accadere ad altri. E poi c’è un secondo livello di ironia: il fatto che in tutti gli anni di lavoro io mi sono sempre definita una “produttrice” di lavoro, per me e per gli altri, e sono stata sempre una persona che ha dispensato consigli ed aiuti agli altri su come trovare un lavoro e su come lavorare bene. Strana la vita, no?
 
WR: in effetti, mi sembra che ci sia una doppia implicazione. Da una parte hai perso il lavoro, che purtroppo è una condizione sempre più frequente che accomuna tante persone, dall’altra ti sei dovuta misurare con la difficoltà o la capacità di applicare a te stessa quello che il tuo lavoro e le tue competenze ti hanno portato a consigliare ad altri. Come il medico che deve curare se stesso. Ma non sempre ci si riesce, non sempre c’è la lucidità e la distanza sufficiente per la auto cura.
FRA: è proprio così. Ed infatti, a proposito del capire quale fosse il senso per me di tutta questa dolorosa vicenda, mi è venuto proprio da pensare che fosse di sperimentare direttamente su me stessa tutto quello che, nei venti anni precedenti, avevo capito sul lavoro ed avevo consigliato ad altri. Una prova di comprensione, di coerenza, di coraggio ed anche di accettazione.
 
WR: quindi cosa è successo?
FRA: è successo che ho capito che la prima cosa che dovevo riuscire a fare era di non farmi prendere dall’ansia e di farlo senza ricorrere alle gocce di xanax che ho avuto modo di conoscere proprio grazie allo stress da lavoro. Se ci fossi riuscita avrei potuto creare uno spazio ed un tempo per pensare realmente a cosa potevo e volevo fare per costruirmi un nuovo futuro professionale. Ho sempre pensato che due veri nemici del nostro tempo sono l’ansia ed il senso di colpa. Sono nemici perché non ci lasciano possibilità di riflettere ed in fondo ci mettono in balia dell’esterno, degli altri senza lasciare spazio all’ascolto di noi stessi.
Io ho iniziato ad usare il tempo dell’assenza di lavoro per fare cose che avevo smesso di fare per mancanza di tempo o di energia o cose per me nuove.
Ho iniziato a fare lunghe passeggiate cercando di scoprire strade che non conoscevo. Ho iniziato a osservare con più attenzione le persone che incontravo lungo la strada non essendo assillata dalla fretta di andare da qualche parte per un incontro importante. Ho iniziato a fare una regolare attività fisica perché sentivo l’esigenza di prendermi cura del mio corpo. Ho ripreso a divorare libri e giornali di varia umanità. Ho scoperto canali televisivi che non conoscevo. Ho organizzato cene con amici a casa mia. Ho semplificato il mio armadio. Ho fatto pulizia di tutte le mail mai lette fino in fondo. Ho imparato ad aggirare tutte le notizie sulla crisi, i disoccupati che crescono, le famiglie che si impoveriscono. Ho iniziato a vedere tutte le conferenze sul tema della felicità, della consapevolezza, etc. Ho sperato che in qualche modo si spargesse la notizia che non stavo lavorando e che qualcuno mi telefonasse per propormi qualcosa. Ho frequentato per la prima volta incontri di presentazioni di libri, corsi di formazione, etc. cui non avevo mai partecipato in passato per ragioni di tempo. Ho meditato fughe più o meno realistiche all’estero. Ho ripreso a studiare.
Poi ho cercato di lavorare al mio CV ed al mio profilo LinkedIn e li è arrivata la parte difficile ed interessante allo stesso tempo.
 
WR: perché? Cosa è successo?
FRA: partiamo dal presupposto che, nonostante il mestiere che faccio, non amo assolutamente i CV e non ho mai tenuto aggiornato il mio…
 
WR: Perché? Cosa ha il curriculum che non va?
FRA: per me è uno strumento pericoloso, con un forte valore simbolico ed un consistente utilizzo pratico, ma che non può assolutamente rappresentare la complessità di una persona e soprattutto far capire dove sta andando e vuole andare nel futuro. C’è l’illusione collettiva che il CV possa rappresentarci e permettere che gli altri ci conoscano e ci valutino. C’è un affannarsi a scrivere tutto quello che si è fatto, a far apparire tutte le tappe lineari, senza buchi e senza vuoti di senso. Si studiano le parole con cui definire il proprio ruolo, quali competenze si possono vantare. Si cerca di attestare successi, risultati. Non c’è traccia di fallimenti e di patimenti, non c’è ombra di desideri e di sogni.
 
WR: Quindi cosa hai fatto?
FRA: ho aggiornato comunque il CV, l’ho caricato su LinkedIn insieme ad una foto, ma poi ho deciso di non fare niente altro. Non l’ho inviato a società di head hunting, non ho consultato i siti di ricerca del personale, non ho chiesto referenze e accreditamenti, non ho attivato il mio network per avere segnalazioni.
 
WR: ho capito la parte difficile legata al CV, ma quale è stata quella interessante?
FRA: La parte interessante è stata di essere costretta ad interrogarmi fino in fondo su quello che avrei voluto che gli altri capissero e valutassero di me, prima come persona che come professionista. Ho riletto il mio CV ed ho pensato a quali erano le cose che mi era davvero piaciuto fare e perché; ho rintracciato collegamenti non pensati tra tutto quello che avevo fatto, sia per mia scelta che per il frutto del caso; ho ricostruito gli errori; ho sentito l’esigenza e la possibilità di “collegare i puntini”, ma capendo anche che alcuni puntini dovevo avere il coraggio di lasciarli fuori mentre altri potevano essere valorizzati.
Ho riflettuto su come mi sarebbe piaciuto potermi presentare, cosa avrei voluto raccontare di me senza la griglia di un CV. Ho maturato la assoluta convinzione che il mio CV sono le mie idee, le mie proposte, le mie personali e parziali visioni sul mondo, i miei apprendimenti, le mie difficoltà e le battaglie che provo a combattere ogni giorno. E da lì ho anche capito che avevo bisogno di un tempo per riflettere attentamente su quello che davvero volevo fare nel futuro. In questo senso scrivere il CV e poi metterlo nel cassetto è stato un ottimo esercizio per fare un bilancio ed un rilancio per me di quello che voglio essere e che voglio fare, ma continuo a non ritenerlo uno strumento efficace di presentazione di sé al mondo.
 
WR: quindi oggi a che punto sei e come ti definiresti? All’inizio mi hai detto che stai lavorando. Ma cosa fai di preciso?
FRA: siamo tornati, dunque, al punto iniziale… ok, vedrò di non sottrarmi…
Allora, in realtà in tutti questi mesi, quando mi si chiedeva cosa facevo, con il sottotitolo evidente sul mio stato di disoccupazione, io ho sempre risposto che mi ritenevo una persona “diversamente occupata”.
 
 
 
Un finale, parziale, da diversamente occupata
WR: che significa “diversamente occupata”?
FRA: significa che io non mi sento una persona che non sta facendo nulla, che non è occupata nel fare qualcosa che può produrre un valore anche se, al momento nessuno mi sta pagando per quello che faccio. Ma il valore di quello che si produce con il lavoro non si misura solo con il denaro, e per di più, con il denaro guadagnato o meno nell’istante stesso in cui si lavora.
In questi mesi, se ci penso, sono stati davvero rari i momenti in cui ho avuto la sensazione che non stavo facendo qualcosa o la sensazione di non sapere cosa fare. Quindi ho sempre visto come una ingiustizia pensarmi o dichiarami disoccupata, cioè non occupata.
Mi sono messa a studiare, a leggere, a pensare, a curiosare. Questo per me è fare, è essere occupati. E la definisco una occupazione perché tutto quello che ho fatto non era fine a se stesso, non serviva a riempire il tempo “non lavorato” o lo spazio di casa mia che, peraltro, mi sono trovata ad abitare e vivere per la prima volta, con tutte le solitudini ed i silenzi del caso.
Man mano, quello che è successo, è stato anche di riuscire a sentire che avevo ed ho una responsabilità verso me stessa. La responsabilità di non lasciarmi abbattere, la responsabilità di capire quello che voglio e di credere in me stessa prima che lo facciano gli altri.
Sono venute fuori delle idee imprenditoriali che ora mi sto “occupando” di coltivare. Non so tutto questo dove mi porterà, se queste idee avranno o meno successo, ma sono certa che l’avventura di provare a costruire un progetto, di mettere me stessa in questa creazione, di partire dalle idee e dalla voglia di creare qualcosa di nuovo sarà una esperienza formativa molto preziosa per me e quindi è una occupazione che produce un valore. Dal punto di vista materiale per il momento dico che mi sto pagando da sola, con i risparmi personali cui attingo. E lo dico, prima di tutto a me stessa, proprio per tenere sempre presente la dimensione del valore, anche economico, del mio essere occupata. L’idea che mi sto pagando rafforza per me il senso dell’investimento che sto facendo e del rispetto e senso di responsabilità che devo a me stessa. Non posso sentirmi responsabile ed occupata se mi paga qualcun altro e non sentirmi lo stesso se mi sto pagando io, anzi… penso che il senso di responsabilità può essere ancora maggiore.
Credo che ogni lavoro richiede intraprendenza, richiede innovazione continua. Richiede che vi sia dentro un pensiero ed una passione. Penso che il nostro mondo abbia bisogno di idee, di progetti creativi, di persone che non si arrendono. Penso che valga per le persone quello che vale per le organizzazioni. Nei momenti di crisi, e forse anche prima che la crisi sia conclamata, occorre avere il coraggio di investire in una propria ricerca e sviluppo. Ogni persona che lavora, per farlo bene e per continuare a farlo nel lungo periodo, può e deve trovare il tempo per pensare, per imparare cose nuove, per sperimentare.
Quando si è “disoccupati” abbiamo un orizzonte di tempo immenso che però ci produce tendenzialmente più spavento che voglia di fare. E’ questa la vera sfida. Avere il coraggio di riempire questo tempo creandosi delle attività, diventando un laboratorio di ricerca e di sperimentazione per capire quello che si vuole fare e quello che si può fare. La celebre frase “faccio cose, vedo gente” può essere vuota o piena. Sta a noi.
Non è facile, assolutamente non lo è.
Ma ci sto provando.
 
WR: quale è la cosa più faticosa in questo percorso e quale è quella che ti ha dato più soddisfazione?
La cosa più faticosa è imparare a reggere una alternanza di stati emotivi che mi fa sempre sentire sulle montagne russe, ed è anche faticoso a volte il pensiero solitario per cui ora sento il bisogno di tornare a lavorare con altri ed insieme ad altri. La cosa per cui sento di potermi dire brava è che alla fine prevale la voglia autentica di far vincere un pensiero positivo, di credere onestamente che tutto questo ha un senso e che ce la farò a dare forma alle mie idee ed a onorare, anche in questo modo, le energie che ho dedicato a questo tempo da “diversamente occupata”.
 
WR: c’è qualche consiglio che ti sentiresti di dare a chi sta vivendo questa tua stessa situazione?
FRA: certo ogni storia è una storia a sé e credo che nulla sia completamente replicabile, ma se ci penso mi sentirei di ribadire che per me sono state molto utili tre cose: il “networking” degli affetti, cioè la possibilità di condividere questo mio stato con le persone per me importanti e di nutrirmi del loro sostegno, il rifiuto del senso di vergogna e del senso di colpa, la capacità di riempire il tempo ritrovato facendo ogni giorno qualcosa che mi ha permesso di andare nella direzione di capire chi sono e chi voglio essere nel lavoro.
 
WR: grazie Francesca ed in bocca al lupo per il tuo futuro!
FRA: grazie a voi, vi terrò aggiornati.