Nella vita professionale conta di più il talento o la grinta per ottenere i successi ed i riconoscimenti sperati?
 
Ed in ogni caso la dose, di talento e di grinta che ognuno di noi ha, è fissa, in quanto geneticamente determinata, o si costruisce o distrugge nel tempo in base a quello che pensiamo e che facciamo nel concreto?
 
Ed infine c’è una relazione positiva tra grinta e talento, in base alla quale l’uno alimenta l’altro e viceversa oppure sono due caratteristiche separate della nostra personalità?
 
A tutte queste domande fornisce esaurienti risposte un libro, recentemente pubblicato in Italia, e già best-seller in tutto il mondo, dal titolo “Grinta – il potere della passione e della perseveranza (Ed. Giunti) scritto da Angela Duckworth, una nota docente di psicologia americana già diventata famosa per una TED sull’importanza di insegnare la grinta ai bambini di cui potete leggere un nostro articolo qui.
 
Si tratta di un libro che consiglio vivamente di leggere perché può fornire spunti interessanti:
 
  • ai giovani che si stanno inserendo nel mondo del lavoro per riuscire a capire come poter costruire ed allenare la grinta necessaria per inserirsi ed emergere in un mondo complesso come quello del lavoro di oggi;
  • ai meno giovani che stanno cercando un nuovo lavoro, e che hanno bisogno di capire come meglio valorizzare il percorso che hanno fatto ed in particolare come far emergere la grinta che, molto probabilmente, hanno messo in campo;
  • a coloro che hanno ruoli di responsabilità di team di persone per capire come poter facilitare la crescita di un atteggiamento grintoso da parte dei propri collaboratori.
 
Infine può essere molto utile a chi è genitore per riuscire a favorire lo sviluppo della grinta, cioè della passione e della perseveranza, nei propri figli evitando che si arrestino alle prime difficoltà che la vita inevitabilmente pone sin dai primi passi.
 
Tutti gli studi e le ricerche della Duckworth si sono da anni concentrati sulla grinta, su cos’è, sul perché ha un ruolo importante nella nostra vita, su cosa la determina e su come si possa fare per allenarla e mantenerla nel tempo.
“Un mondo senza grinta non sarebbe un granché: non potremmo migliorarci giorno dopo giorno, stringere i denti quando viene voglia di abbandonare tutto, superare i nostri limiti e scoprire nuove, inaspettate parti di noi”.
La Duckworth definisce la grinta come la combinazione di passione e perseveranza e spiega molto chiaramente che la grinta ha a che fare più con la resistenza nel tempo che con l’intensità dello sforzo immediato. Di solito, invece, tendiamo a considerare grintose le persone che dimostrano di avere una passione, degli entusiasmi, ma nella realtà si possono definire davvero grintose solo le persone che sono in grado di mantenere la passione nel tempo, cioè che dimostrano una grande determinazione e perseveranza, anche di fronte a temporanee sconfitte o difficoltà.
Peraltro tantissimi esempi citati nel libro di persone reali testimoniano che il loro successo è fortemente dipeso dalla perseveranza più che dal puro talento, quindi dal potere della loro grinta.
“Grinta vuol dire lavorare a qualcosa a cui si tiene così tanto da non volerlo abbandonare” anche nei momenti di difficoltà.
La Duckworth ha anche elaborato un questionario molto semplice che aiuta a capire quale sia il nostro attuale livello di grinta partendo da riflessioni in merito, ad esempio, a:
  • il fatto che nuove idee e progetti ci distraggono o meno da quello che stiamo facendo;
  • il fatto che ci arrendiamo più o meno facilmente in caso di difficoltà e inconvenienti;
  • la capacità di portare sempre a termine quello che ci siamo prefissi;
  • la frequenza con cui cambiano i nostri interessi;
  • la facilità o difficoltà a rimanere concentrati su progetti e attività che richiedono diversi mesi per essere realizzati;
  • l’abitudine a prefiggersi degli obiettivi o, al contrario, a seguire gli interessi o le priorità emergenti di volta in volta.
 
Se vuoi provare a fare il questionario in inglese per capire quanta grinta possiedi lo trovi a questo link!

Secondo la Duckworth la grinta gioca, quindi, un ruolo fondamentale nella nostra vita e sarebbe utile, per tutti noi, dedicare del tempo per cercare di allenarla e farla crescere nel tempo. Lavorare sul potere della nostra grinta, infatti, può permetterci di:
“Un’intelligenza buona, ma non eccezionale, combinata con il massimo grado di perseveranza, ottiene livelli di eccellenza superiori a un’intelligenza eccezionale accompagnata da una perseveranza un po’ minore”.
Quale è, quindi, il rapporto tra talento e grinta? Quale dei due fattori è più importante?
 
Il libro ci aiuta ad evitare di cadere nella trappola di considerare il talento più importante della grinta, tenendo presente che siamo tutti soggetti ad una importante ambivalenza quando pensiamo al talento ed alla grinta.
Quello che accade, infatti, alla maggioranza di noi è che tendiamo, razionalmente, a dire che l’impegno, la forza di volontà, la determinazione sono più importanti del talento. Ad esempio i selezionatori tendono a dire che danno più importanza a scegliere persone che dimostrano di avere una grande voglia di lavorare più che a persone brillanti, intelligenti, ma meno volenterose.
Nella realtà, però, emotivamente, siamo tutti più attratti dal talento e sembriamo ammirare più facilmente le persone che dimostrano dei talenti particolari a livello di intelligenza, capacità tecniche, abilità, bellezza, etc.
Quindi diciamo che l’impegno è più importante, ma alla fine crediamo che il talento sia più determinante per il successo o meno di una persona, e così facendo rischiamo di commettere un grosso errore di valutazione, sia su noi stessi che sugli altri.
 
Tra grinta e talento, al contrario di quello che siamo portati a credere c’è invece una relazione indissolubile.
 
Senza grinta nessun talento può davvero emergere.
 
Come possiamo, quindi, sviluppare il nostro livello di grinta? Come possiamo aiutare altri a farlo?
 
Secondo la Duckworth
 
la grinta si nutre di: interesse, pratica, scopo e speranza.
 
L’interesse indica quello che ci piace, che ci fa sentire bene, che ci appassiona. Con l’avvertenza che l’interesse non si scopre con un colpo di fulmine, come spesso ci illudiamo di credere, ma si costruisce e si mette a fuoco con il tempo.
 
Ci vuole pazienza per capire quello che davvero ci piace, per cui ci sentiamo portati e lo si capisce facendo e riflettendo se quello che abbiamo fatto ci ha fornito piacere, energia, anche quando ha comportato della fatica.
L’interesse è quello che ci fa sentire bene anche quando siamo stanchi.
 
La pratica implica un esercizio deliberato, intendendo con ciò un esercizio che passa attraverso il fatto di: darsi degli obiettivi graduali e ben definiti; concentrarsi per realizzare delle attività che sono funzionali a quegli obiettivi; confrontare i risultati raggiunti con gli obiettivi; ripetere la sequenza per migliorarsi ulteriormente.
C’è quindi una grande differenza tra fare pratica e fare una “pratica deliberata”. Se andiamo a correre ogni giorno, per puro piacere o per puro dovere, senza fissarci degli obiettivi di distanza o di tempo, sarà molto probabile che non miglioreremo le nostre prestazioni pur facendo ogni giorno pratica. Se, invece, prima di iniziare a correre, ci fissiamo dei traguardi, li misuriamo, capiamo cosa è andato bene o male e continuiamo con questo iter, sarà molto probabile che miglioreremo di giorno in giorno le nostre prestazioni.
 
Lo scopo riguarda la capacità di mettere a fuoco una gerarchia di obiettivi che ci permettono di pensare e sentire che stiamo facendo qualcosa di utile per noi stessi e per gli altri.
 
La speranza indica la convinzione che attraverso i nostri sforzi potremo migliorare il nostro futuro e segnala il fatto che possediamo una mentalità di crescita, secondo cui possiamo imparare e migliorare, anche dai nostri errori, invece che una mentalità fissa, secondo cui non potremo in alcun modo modificare quello che siamo, le nostre competenze perché riteniamo che dipenda tutto da come siamo nati o dalle influenze che abbiamo subito da altri.
 
Un consiglio finale che la Duckworth dà per allenare la grinta è “la legge della cosa difficile” che lei ha messo in pratica sia a casa, con i suoi figli, che nel lavoro, con i suoi collaboratori.
 
Le regole del gioco di questa legge sono:
  1. Scegliere una cosa difficile da fare attuando una pratica deliberata.
  2. Si può smettere, ma solo dopo che si è arrivati ad una scadenza prefissata.
  3. La cosa difficile da fare si sceglie in libertà e da soli.
 
“Incontriamo tutti dei limiti, non solo di talento, ma anche di opportunità. E tuttavia, più spesso di quanto pensiamo, si tratta di limiti autoimposti: un tentativo fallito e concludiamo di aver già battuto la testa contro il soffitto delle nostre possibilità, oppure facciamo appena un paio di passi e cambiamo subito direzione. In entrambi i casi non ci siamo spinti lontano quanto avremmo potuto.
Avere grinta vuol dire continuare a posare un piede davanti all’altro, tenere ben ferma davanti agli occhi una meta interessante e significativa, investire ogni giorno nell’esercizio di una pratica impegnativa: avere grinta è andare sette volte al tappeto e rialzarsi in piedi otto volte”.
 
Buona grinta a tutti da parte del team di Working room!