Scrivo raramente di questo argomento per diversi motivi.
Il primo è che, non avendo figli, non ho vissuto l’esigenza di conciliare, ad esempio, il ruolo di madre, con quello lavorativo, e quindi mi sono sentita anche un po’ fuori luogo nell’affrontare problemi di dinamiche familiari, ed in particolare genitoriali.
Il secondo è che, il lavoro, nella mia cultura familiare, è sempre stato qualcosa di prioritario e che si portava, comunque, a casa e così io ho fatto e continuo a fare. Quindi per me non ci sono mai stati confini tra lavoro e famiglia, ma non lo scrivo pensando che sia un bene, o che sia la sola formula possibile. Diciamo che per me lo è, nel senso che ho sempre creduto che la mia vita privata, e quella lavorativa, non andassero tanto in contrapposizione, quanto piuttosto si potessero alimentare a vicenda. Ed in effetti, ad esempio, lo faccio con le mie letture, magari attingendo a libri di letteratura che mi danno ispirazioni anche per quello che scrivo parlando di lavoro, o per quello che consiglio quando mi trovo a confrontarmi con persone in percorsi di consulenza. Così come spesso lavoro bene stando a casa perché trovo una migliore concentrazione.
 
In fondo ho sempre sentito, anche se mai con una precisa volontà, che quello che sperimentavo, che mi accadeva nel lavoro, potevo utilizzarlo anche nella mia vita personale e familiare e viceversa. Forse tutto è iniziato proprio quando mi sono laureata in economia. Alla fine dei miei studi ho avuto due impressioni molto forti:
  • la prima è che avessi imparato tante cose di totale buon senso;
  • la seconda è che quello che avevo appreso, e che era riferito principalmente alle imprese, potevo, nella realtà applicarlo sia a me stessa come professionista, che alla mia vita personale. Ad esempio anche io potevo darmi una mission personale, oltre che professionale, così come era opportuno che avessi un mio piano di entrate ed uscite finanziarie per iniziare a gestire i primi guadagni, ed i primi impegni economici vivendo da sola.
 
Ma oggi ho voglia di riprendere questo tema perché osservo, soprattutto in questo momento di pandemia, tanti genitori con vite complicate per la gestione degli impegni familiari e personali, ma anche tanti adulti, con genitori anziani, altrettanto presi dalla loro cura, e poi perché, in maniera più chiara di quanto l’avessi in testa, ho visto recentemente la testimonianza di una coach, Avital Schreiber Levy (nella foto), mamma di cinque bambini, che ha come mission professionale proprio quella di aiutare i genitori a conciliare famiglia e lavoro con il suo progetto Theparentingjunkie (https://www.theparentingjunkie.com).
Come?
Sfatando molto miti che abbiamo sul rapporto tra famiglia e lavoro.
Questa talentuosa coach propone, innanzitutto, di abbandonare l’obiettivo di “bilanciare” vita e lavoro.
Non le piace, cioè, l’immagine dei due piatti della bilancia, perché ci porta a pensare che se facciamo pendere il peso da una parte (ad esempio dedicando più tempo al lavoro), sottraiamo qualcosa all’altra parte (ad esempio alla famiglia).
Questo meccanismo, in realtà, genera in noi due idee:
  • un’idea di contrapposizione tra i due ambiti (viviamo quindi il conflitto tra lavoro e famiglia, o vita personale) e di pesantezza (da bilanciare tra i due piatti);
  • un’idea di scarsità (ci mancano sempre tempo, energia, soldi, etc. per soddisfare le esigenze di tutti e due gli ambiti).
E secondo Avital queste idee ci creano un senso di perenne frustrazione, che assorbe le nostre energie e danneggia la nostra lucidità, capacità di concentrazione ed anche di cogliere ed apprezzare tutto quello che abbiamo, o che potremmo avere, sia rispetto alla famiglia che al lavoro.
Allora la sua proposta è quella di parlare di “coesione” tra famiglia e lavoro, più che di bilanciamento.
E la sua idea di coesione è proprio di vedere le due sfere in dialogo l’una con l’altra, invece che in contrapposizione. Questa visione elimina, soprattutto per i genitori, o per chi si occupa dei propri cari più anziani, i tanti sensi di colpa che spesso si vivono se, invece, si assume che il tempo dedicato al lavoro è sottratto alla famiglia, e viceversa.
 
Vorrei precisare che l’invito di Avital, come in fondo il mio, non è quello di tenere costantemente accesa la luce sul proprio lavoro, anche quando si è a casa o nel proprio tempo libero. Ma vuol dire essere consapevoli che quello che facciamo a casa, in famiglia, nel nostro tempo libero, nutre anche la nostra sfera lavorativa e viceversa. Ad esempio un genitore che si gode completamente un’ora di bel gioco con il proprio figlio, oppure una figlia che dedica un’ora di grande attenzione alla propria madre anziana, entrambi senza pensare in alcun modo al lavoro in questi momenti, avranno fatto qualcosa di importante, di significativo, che darà loro le energie giuste per affrontare anche le questioni di lavoro. Diverso sarebbe se, mentre passano il tempo con il figlio, o con il genitore anziano, le persone provano un senso di colpa perché non stanno lavorando, o si stressano perché tentano, magari, di essere multitasking, continuando a dare un’occhiata allo smartphone per controllare le mail o rispondendo alle telefonate di lavoro.
 
L’invito, quindi, è a dedicare un tempo di qualità ad ogni cosa che facciamo, sia in famiglia, che nel nostro lavoro, ma senza immaginare che una sfera sia in contrapposizione con l’altra, o sottrae qualcosa all’altra.
 
Altri preziosi consigli di Avital per i genitori, ma che credo possano valere un po’ per tutti rispetto alla nostra vita familiare e personale, sono di:
  • evitare la trappola di pensare che possiamo fare tutto, ed autorizzarci a selezionare quello che possiamo fare da soli e quello su cui chiedere aiuto (con il consiglio ai genitori che l’aiuto può essere chiesto anche ai figli…);
  • sperimentare, di volta in volta, le formule più giuste per ognuno, e per la propria famiglia, senza credere che ci sia una formula giusta, e senza fare paragoni con altri, riconoscendo che tutto è relativo e può cambiare e che dietro ogni patina di famiglia felice si nascondono inevitabili difficoltà (ed Avital fa vedere anche il "dietro le quinte" dei video apparentemente sereni con i suoi figli);
  • cercare di pianificare in anticipo alcune attività importanti così da evitare: la fatica decisionale che, solitamente, ci fa prendere decisioni di impulso che non sempre sono le migliori; il senso di colpa rispetto a come stiamo impiegando il nostro tempo (il classico esempio citato da Avital, e destinato ai genitori di bambini piccoli, è di chiarire a che ora e per quanto tempo possono vedere la TV, o stare al PC, o giocare ai video giochi, perché se non lo si fa alla minima richiesta dei figli si cederà consentendo loro di fare quello che vogliono…);
  • prendersi sempre del tempo per la cura di se stessi per prevenire stati di affaticamento o di esaurimento che poi non ci aiutano rispetto alla nostra famiglia (ricordando che in caso di emergenza i primi ad indossare la maschera devono essere gli adulti per riuscire a salvare anche i più piccoli…);
  • provare a combinare attività che si devono fare con attività che piace fare per migliorare lo spirito con cui si affrontano i "doveri";
  • trasformare l’idea degli impegni familiari in una vera opportunità per diventare più consapevoli, più empatici, più responsabili, più attenti, ed essere consapevoli che queste sono tutte qualità che ci sono utili anche nel nostro lavoro;
  • utilizzare alcuni strumenti che magari impieghiamo al lavoro nel privato e viceversa, per renderci la vita più semplice. Può valere l’esempio del mio piano finanziario di entrate ed uscite mensili, ma anche quello di Avital che utilizza il suo sistema di planning per gestire le attività extra scolastiche dei suoi cinque figli, così come vale il contrario nel senso che possiamo portare dei “trucchi” utilizzati in famiglia per gestire, ad esempio, relazioni di lavoro, e così via.
 
Un’ultima cosa che mi ha colpito, ascoltando Avital, è la chiarezza con cui aiuta i genitori a mettere a fuoco che siete un “modello”, un esempio per i vostri figli, sin dalla più tenera età, su come si possa gestire il rapporto con il lavoro e con la famiglia. Genitori che vivono le due sfere come in contrapposizione, che si sentono in colpa per il tempo “sottratto” all’una o all’altra sfera, che cercano di fare tutto insieme, senza concentrarsi su nulla nello specifico e senza chiarire i confini, e che per questo sono spesso indaffarati, stressati, frustrati, etc. trasmetteranno questa idea ai figli rispetto al lavoro. Genitori più sereni, capaci di far vedere ai figli la possibilità di tenere insieme lavoro e famiglia e di metterli in dialogo, daranno sicuramente un modello differente, e mi permetto di aggiungere, più sostenibile.
 
E tu che modalità hai di conciliare famiglia e lavoro? Vivi questi due ambiti in contrapposizione o in dialogo? Se ne hai voglia scrivi un tuo commento alla mail info@workingroom.it, o segnala questo articolo ad una persona che pensi ne abbia bisogno, o condividilo sui canali social utilizzando le icone che trovi in alto sulla sinistra. Buon lavoro!
© 2021