Il termine “resilienza” è diventato ormai di moda ed indica, sostanzialmente, la capacità di andare avanti e di riorganizzare la propria vita, personale o professionale, in caso di eventi traumatici, di crisi, di gravi e inaspettate difficoltà, spesso mai vissute prima.
 
Di fatto
è una capacità che molti essere umani hanno sempre avuto
hanno dimostrato di possederla, ad esempio, i sopravvissuti dei campi di concentramento e chi ha vinto la resistenza partigiana, tanti anni fa, anche se magari non l’hanno chiamata con questo nome, mentre forse la chiamano con questo nome i due giovani campioni sportivi, Bebe Vio o Manuel Bortuzzo, che si sono rimessi a gareggiare dopo le gravi sfortune da cui sono stati duramente colpiti in tempi più recenti.
 
Noi ne parliamo spesso perché pensiamo che sia una competenza fondamentale nel mondo del lavoro, a qualsiasi livello, e crediamo che lo sarà ancora di più data la profonda crisi economica e sociale che, inevitabilmente, dovremo essere tutti capaci di affrontare.
 
Oggi più che mai, sposiamo l’affermazione che
“il livello di resilienza di una persona, più che il livello di istruzione, di esperienza, di formazione sarà uno dei principali fattori che determinerà la possibilità per quella persona di riuscire a fronteggiare con successo la crisi”.
Estendiamo, peraltro, a tutti questa affermazione, anche a quelli più fortunati, in quanto ricchi, ben protetti, ben tutelati, etc., perché la definizione di “successo” che assumiamo in questo articolo è di chi riesce a fronteggiare momenti di crisi mantenendosi “emotivamente” solido il che non vuol dire senza essere mai attraversato da emozioni negative, ma essendo capace di riconoscere tali emozioni e di gestirle al fine di non tradurle in qualcosa di distruttivo per se stesso o per gli altri (depressione, aggressione, rabbia, etc.). E ci sono tanti esempi di persone apparentemente “fortunate”, ma poi disastrate dal punto di vista psicologico e relazionale.
 
Ammettiamo, dunque, che si tratta di una definizione di “successo” con indubbi tratti anche di tipo idealistico, ma riteniamo che in momenti di forte crisi come quello che stiamo vivendo sia necessario anche il ricorso al sostegno di elementi valoriali che diano un senso forte alle scelte ed alle azioni che ognuno di noi deve, e può fare, in queste circostanze, e pensiamo che questi valori debbano essere di segno positivo per se stessi e per la collettività cui si appartiene.
 
Con questa cornice di riferimento la domanda da porsi, quindi è:
Quali sono le caratteristiche che fanno sì che alcune persone si dimostrano più resilienti di altre?
Capita a tutti noi di scoprire, proprio in momenti difficili, che persone su cui, magari puntavano maggiormente danno il peggio di sé e altre, invece, insospettabilmente, mettono in campo energie, idee, azioni straordinarie e riescono a dare il meglio di sé.
 
Recentemente, in un romanzo storico, ho letto proprio qualcosa di simile a proposito dei campi di battaglia in cui gli eroi sono spesso i soldati più insospettabili della truppa.
 
Ed una seconda domanda è:
La resilienza, o come altro la vogliamo chiamare, è una dote naturale o si può apprendere?
Per rispondere a queste domande ho riletto un articolo pubblicato sulla Harvard Business Review, scritto da Diane L. Coutu, in cui riporta l’esito di una lunga serie di studi scientifici effettuati negli Stati Uniti sul tema della resilienza, a partire da un primo studio condotto più di 40 anni fa su genitori di bambini schizofrenici per capire come erano riusciti a non avere disturbi, ad esempio di tipo depressivo, dovendo convivere con questo tipo di malattia dei loro figli.
 
Gli studi riportati nell’articolo indicano diversi fattori che possono essere di aiuto alla resilienza tra cui, per citarne solo alcuni:
 
  • il senso dell’umorismo;
  • la capacità di chiedere aiuto agli altri;
  • la capacità di avere qualche attrattiva verso gli altri;
 
così come indicano che ci sono anche delle componenti di tipo genetico che possono agire nel creare una certa predisposizione alla resilienza.
 
Ma l’autrice dell’articolo, nell’incrociare tutti i dati relativi alle varie ricerche, arriva alla conclusione che ci sono tre fattori che, se posseduti insieme, rendono davvero una persona resiliente, mentre se posseduti solo in parte la avvicinano alla resilienza, ma senza farla arrivare al traguardo.
 
I tre fattori sono apparentemente ovvi, o semplici, ma in realtà di grande densità e complessità, quindi meglio non lasciarsi ingannare pensando di possederli già o che sia facile farlo:

1. La piena accettazione della realtà

Questo aspetto è molto importante anche per ribaltare la convinzione, spesso diffusa, che le persone resilienti sono quelle più ottimiste. L’ottimismo, stando alle ricerche, è importante, ma a patto di non alterare la visione della realtà. Quindi è meglio avere voglia di vedere, affrontare ed attraversare una visione realistica, piuttosto che rifugiarsi in una visione ostinatamente, o fintamente positivistica e rosea, se i dati di realtà dicono tutt’altro. Un’alternativa alla visione eccessivamente ottimistica della realtà è anche quella esageratamente pessimistica. Anche in questo caso le persone rischiano di distorcere la realtà caricandola di pesi maggiori di quelli che ci sono. Una terza distorsione è la negazione della realtà, tipica di chi tende a raccontarsi o a raccontare proprio un’altra storia pur di non vedere le cose come stanno.
La cosa davvero più difficile è accettare la realtà per quella che è, vedendone i lati positivi, quelli negativi e quelli potenziali.
La domanda da porsi, quindi, è:
Ho capito e accetto la realtà della situazione e sono davvero disposto ad affrontarla a partire da quello che è?
E’ chiaro che si tratta di una domanda emotivamente impegnativa, ma per tornare alla etimologia cui si fa ricondurre la parola resilienza dovrebbe venire dal latino “resalio” che significa risalire su un’imbarcazione capovolta in mare dalla tempesta, che è un’impresa, appunto, tutt’altro che facile…

2. La profonda convinzione che la vita abbia un senso

Il rapporto che ognuno di noi ha con la propria vita è complesso ed è infinito, così come è molto intimo il dialogo che abbiamo con noi stessi. Fatto sta, che è inevitabile che, soprattutto quando ci accadono cose negative, di tipo personale o professionale: una malattia, un licenziamento, un fallimento, etc. la domanda che ci viene spontaneo farci, è: Perché proprio a me? oppure Cosa ho fatto di male?
La persona resiliente, anche sulla base del passaggio che ho fatto nel punto precedente, tende un instante dopo a domandarsi: Perché non a me? E subito dopo tende a far leva sui valori in cui crede, siano essi religiosi, morali, sociali, civili, familiari, personali, etc. per fare in modo che la situazione difficile che sta vivendo non sia pervasiva di tutta la sua vita e non le faccia perdere il senso della sua vita ed infine pensa che anche attraversando questa situazione potrà rafforzare il senso che ha dato alla propria vita perché ha degli obiettivi che intende perseguire e che non intende mollare.
Credo che abbia proprio pensato che la vita del padre aveva un senso, la ragazzina indiana che recentemente ha fatto 1.200 km in bicicletta, portando dietro il padre, per raggiungere un ospedale che potesse salvargli la vita.

3. Una grande abilità nell'improvvisare

Noi diamo sempre una grande importanza allo sviluppo costante di competenze, all’apprendimento continuo, alla preparazione, ma è vero che anche la capacità di improvvisare è una competenza e si rivela particolarmente utile in momenti di crisi, insieme, ad esempio, alla velocità di prendere ed attuare delle decisioni.
Con questo si intende, essenzialmente, la capacità di utilizzare tutto quello che si ha a disposizione per trarne il massimo valore aggiunto, il miglior beneficio possibile, inventando soluzioni ed utilizzi creativi rispetto al passato. Nel lavoro vuol dire semplificare procedure, trovare nuove soluzioni, ribaltare gerarchie se è necessario, quindi pensare creativamente.
La resilienza è il modo che abbiamo per costruire un ponte tra il nostro presente, difficile, ed un nostro futuro, possibile.
E’ una competenza che possiamo apprendere se crediamo e ci alleniamo rispetto a questi tre fattori sia nella nostra vita professionale che in quella personale.
Sarebbe un peccato sprecare l’occasione di provarci, soprattutto in periodi come questi!
“Niente è permanente in questo mondo scellerato, nemmeno i nostri guai” (Charlie Chaplin)