Il titolo di questo articolo l’ho volutamente scritto in maniera ambigua, vorrei parlare, infatti, di soddisfazione lavorativa anche se la maggior parte delle persone che si rivolgono a Working room lo fanno perché sono insoddisfatte del loro lavoro.
Si tratta sia di persone che un lavoro lo hanno, ma spesso non lo sopportano o non sono contente dell’ambiente in cui operano o dei risultati che hanno conseguito fino ad oggi, sia di persone che un lavoro non lo hanno e non riescono a capire cosa e come fare per ottenerlo.
E sono sia persone che hanno, o vorrebbero, un lavoro dipendente, e sia persone che svolgono un lavoro autonomo.
 
In tutti i casi arrivano da noi con il medesimo senso di delusione, frustrazione e preoccupazione di non riuscire a trovare una soluzione positiva rispetto al proprio lavoro.

Non essere soddisfatti del proprio lavoro

Spesso, quando noi iniziamo a fare loro una serie di domande per capire meglio da cosa può dipendere questa mancanza di soddisfazione lavorativa e quali possono essere le motivazioni dell'insoddisfazione, le risposte che riceviamo sono molto spesso abbastanza generiche.
 
Segno del fatto che le persone, pur vivendo questo stato di malessere, in realtà non hanno voglia, o coraggio (mi si perdoni la franchezza) di farsi delle domande più dirette, che come tali, possono anche essere più fastidiose, ma che possono produrre risposte in grado di generare riflessioni più proficue per fare dei passi in avanti e per capire da cosa dipende la propria soddisfazione sul lavoro. 
 
Allora spetta a noi il compito di “rischiare” queste domande “impertinenti”, specifiche, ed aiutare le persone a rispondere in modo altrettanto specifici, perché solo in questa maniera crediamo che si possa riuscire a trovare delle strade di uscita dallo stato di insoddisfazione lavorativa.

Domande "impertinenti" sulla (in) soddisfazione per lavoratori dipendenti

1. Quanto sono consapevole delle finalità, dei contenuti e delle attese del mio ruolo, di quello, quindi, che l’organizzazione si aspetta che io faccia e di come lo faccia, con quale metodo, strumenti, etc.?
Note: se la risposta a questa domanda è "poco", è qui che si annida parte della tua insoddisfazione perché quando il ruolo è poco chiaro alla persona ci sono tanti rischi di fraintendimenti, del senso di un lavoro che “gira a vuoto”, di mancati riconoscimenti rispetto ai propri sforzi quotidiani. In questo caso il suggerimento è di provare, proattivamente, a scrivere il proprio ruolo ed a proporlo per un confronto al proprio responsabile per capire se è il linea con le attese della organizzazione o come modificarlo per renderlo tale.
 
2. Se ho risposto positivamente alla domanda precedente, i contenuti di ruolo che ho mi piacciono, mi rendono soddisfatto e orgoglioso di quello che sto facendo?
Note: anche in questo caso, se la risposta a questa domanda è "poco", è probabile che sia qui che si nasconde la tua insoddisfazione. In questo caso il suggerimento è di elencare in dettaglio tutte le attività che svolgi nel tuo ruolo, di dare loro un punteggio da quella che ti piace di più a quella che ti piace di meno, di capire che caratteristiche più specifiche hanno sia le attività che fai con passione, che ti piacciono, che quelle che non ti piacciono e poi di provare a negoziare con i tuoi responsabili la possibilità di rivedere il tuo ruolo per aumentare le attività che ti piacciono, e su cui sei più produttivo ed efficace, e di ridurre progressivamente quelle che non ti piacciono e su cui sarai meno efficace.
 
3. Lavoro con persone con cui sono riuscito a stringere dei forti legami professionali?
Note: avere dei forti legami professionali non vuol dire essere amici, o andare sempre d’accordo, ma vuol dire lavorare con persone cui ci legano rapporti di stima, di riconoscimento professionale, con cui si riesce a comunicare, a dialogare, di cui ci si fida a livello della loro onestà intellettuale nei nostri confronti. Se la risposta è no, è probabile che qui ci sia parte della tua insoddisfazione sul lavoro. In questo caso il suggerimento è di riflettere sul perché non si sono creati questi rapporti e su quali azioni tu hai fatto, o non hai fatto, per tentare di crearli. Infine può essere utile capire se sia possibile allargare il raggio di azione e cercarsi buoni alleati, anche al di fuori della stretta cerchia che si frequenta di solito, per riuscire a costruirsi qualche solido legame professionale.
 
4. Ritengo che le mie competenze migliori ed i miei punti di forza sia valorizzati al meglio nel ruolo che svolgo?
Note: Se la risposta è negativa, o incerta, anche qui ci sono sicuramente germi di insoddisfazione perché c’è una distanza tra la propria autovalutazione delle competenze e quella della organizzazione. Molto spesso, peraltro, queste valutazioni, da entrambe le parti non sono frutto di un vero confronto ed ognuno rimane della sua idea. Il suggerimento è di prepararsi e poi chiedere un colloquio di valutazione delle competenze proprio per capire meglio quali sono quelle che riconosce l’organizzazione e per poter, eventualmente, riuscire a rendere maggiormente visibili competenze, attitudini, ambizioni che l’organizzazione non vede e che la persona, invece, ha. Ovviamente dal confronto si può uscire anche con una diversa prospettiva rispetto alle competenze che si credeva di possedere.
 
5. Penso di avere un ruolo che è importante all’interno del team di cui faccio parte?
Note: Molto spesso rispetto a questa domanda le persone tendono a rispondere negativamente e questo può essere causa di insoddisfazione. D’altra parte è anche vero che questa risposta nasce in solitudine, senza, cioè, che vi sia stato un serio confronto, ad esempio, con il proprio responsabile o con i propri colleghi che potrebbero avere una visione completamente diversa, e molto più positiva, di quello che la singola persona possa immaginare. Il suggerimento è prima di tutto di costruire questa risposta confrontandosi con altri, e poi, se fosse negativa, di porre la questione con il proprio responsabile e di capire cosa si possa fare, e quindi, cosa di possa cambiare per rendere il proprio ruolo più utile, incisivo, importante all’interno del team.
 
6. Capisco come il mio ruolo contribuisce in maniera positiva al buon funzionamento dell’organizzazione nel suo complesso?
Note: rispetto alla domanda precedente questa è riferita al riconoscimento di come il proprio ruolo agevola il lavoro delle altre aree organizzative e quindi i risultati dell’organizzazione di cui si fa parte. Anche in questo caso la risposta può essere molto facilmente negativa e come per la risposta precedente è consigliabile costruire la risposta confrontandosi con gli altri e seguendo lo stesso iter. Per entrambi i casi la nostra soddisfazione aumenta in proporzione a quanto pensiamo di essere utili al nostro team ed alla nostra organizzazione, quindi è fondamentale riuscire a costruire queste condizioni.
 
7. Lavoro in un team e/o in una organizzazione in cui i buoni risultati del mio lavoro vengono riconosciuti (anche pubblicamente)?
Note: questa domanda è davvero cruciale ai fini della soddisfazione ed in molti casi la risposta è negativa perché sono poche le organizzazioni, ed i team, che curano con attenzione questo aspetto. In questi casi il suggerimento è di passare da una posizione di attesa ad una posizione maggiormente proattiva in cui sia la persona ad essere più capace di dare visibilità e valorizzare i risultati del proprio lavoro per ottenere il riconoscimento che ritiene di meritare. In sostanza, se non lo fanno gli altri, lo può fare la persona, che non vuol dire “autocelebrarsi”, ma vuol dire più concretamente dare per primi il giusto valore al proprio lavoro. (Per scoprire come fare consigliamo la lettura del nostro articolo "Come iniziare a valorizzare il tuo lavoro").

Domande "impertinenti" sulla (in) soddisfazione per lavoratori autonomi

1. Quanto ritengo di aver definito e comunicato con chiarezza all’esterno il mio progetto professionale e gli elementi distintivi del mio modello di business rispetto ad altri concorrenti?
Note: Molti lavoratori autonomi rischiano di avviare la loro attività mettendo in campo le loro competenze tecniche e sottovalutando l’importanza di definire con chiarezza una vera e propria strategia rispetto al loro modello di offerta. Essere liberi professionisti, lo abbiamo detto diverse volte, non vuol dire essere liberi dall’onere di considerarsi una “impresa” a tutti gli effetti e di fare diverse cose che sono proprie di questa dimensione, in assenza delle quali il rischio di insoddisfazione diventa molto più alto nel medio-lungo periodo, dopo aver passato la fase di normale euforia iniziale. Il suggerimento è di riflettere bene sul modello di offerta e di definire una vera e propria strategia con collegato business plan.
 
2. Se anche ho risposto positivamente alla domanda precedente i contenuti del mio progetto professionale mi piacciono, mi rendono soddisfatto ed orgoglioso di quello che sto facendo?
Note: se la risposta a questa domanda è "poco", occorre capire più in dettaglio quali sono le parti del proprio lavoro che piacciono meno, facendo un elenco completo e poi ordinando le varie attività in base al gradimento. Si potrebbe scoprire, in questo modo, che non è proprio tutto il progetto da “buttare via”, ma che potrebbe essere sufficiente rimodulare il proprio sistema di offerta cambiando alcune attività/prodotti/servizi oppure cercandosi dei partner cui affidare alcune attività verso cui ti senti meno portato. Oppure può essere il metodo per capire che è necessario dare una svolta più radicale al progetto, ma solo dopo aver fatto questi passi più attenti di consapevolezza.
 
3. Ho un network professionale solido, che mi alimenta in termini di contatti, ispirazioni, idee, potenziali clienti?
Note: Per molti liberi professionisti parte della insoddisfazione (spesso non consapevole) nasce da un senso di “solitudine” o di isolamento dovuto al fatto che si sottovaluta l’importanza di coltivare con costanza un proprio network di contatti. Il suggerimento in questo caso è di pensare “strategicamente” a come dovrebbe essere composto questo network e poi a capire come costruirlo e nutrirlo, oppure a come attivarlo in maniera più concreta se già se ne possiede uno.
 
4. Ritengo che le mie competenze migliori ed i miei punti di forza siano valorizzati al meglio con il progetto professionale che sto perseguendo?
Note: Capita molto più spesso di quanto si possa credere che i lavoratori autonomi, pian piano, “scivolino” a fare lavori e attività che non sono proprio quelle più adatte a valorizzare i loro punti di forza ed in ogni caso questo tipo di persone non dedicano tempo, periodicamente, a riflettere con calma sulle loro competenze, su come innovarle, su come valorizzarle e su come fare in modo che le attività, i prodotti, i servizi che propongono siano strettamente collegati alle competenze su cui possono vantare degli elementi di eccellenza. Il problema è che se non si nutre un senso di eccellenza in qualcosa, automaticamente si nutre un senso di insoddisfazione. Il suggerimento, quindi, è di curare con attenzione e costanza la riflessione sulle proprie competenze.
 
5. Penso che i risultati che sto ottenendo con il mio progetto professionale siano allineati a sufficienza con la mia idea di successo?
Note: La domanda su cosa significhi per ognuno di noi avere successo nel lavoro è un’altra di quelle domande che ci facciamo poco o a cui tendiamo a rispondere in maniera generica o stereotipata. Dare più sostanza a questa risposta e capire se i risultati che otteniamo con il nostro lavoro, attraverso alcuni indicatori chiari, siano sufficientemente coerenti è necessario per mantenere alto il livello di soddisfazione. Se così non è il suggerimento è di definire degli indicatori concreti che rappresentano il successo per la persona e poi capire come arrivarci, facendo uno specifico piano di azioni, con il proprio lavoro.
 
6. Ho dei riscontri positivi da parte dei miei Clienti rispetto al mio lavoro, ed in particolare che tipo di riscontri specifici ricevo?
Note: Il riscontro non può essere solo il fatto che i Clienti pagano (che ovviamente è un indicatore importante), ma anche che facciano spontaneamente degli apprezzamenti specifici rispetto al modo di lavorare, ai risultati conseguiti, alla relazione che si è creata, etc. Cioè che vi siano anche commenti favorevoli di tipo qualitativo che sono molto gratificanti ai fini del riconoscimento e della soddisfazione e che aiutano anche il lavoratore autonomo a capire meglio ciò che il Cliente vede, riconosce, apprezza come valore aggiunto. Se questo tipo di riscontri manca è meglio alzare la soglia di attenzione e fare qualche domanda più specifica ai propri Clienti rispetto al lavoro svolto per ottenere una valutazione più completa che possa generare apprendimenti utili rispetto a come viene percepito il proprio lavoro.
 
7. Sono un punto di riferimento per altri professionisti? Se si, rispetto a cosa mi cercano?
Note: Anche l’autorevolezza rispetto al proprio ambito professionale di riferimento è un elemento importante di soddisfazione, se manca è un altro indicatore di isolamento professionale che produce frustrazione e che riduce anche le possibilità di scambi produttivi. Se la risposta è affermativa può essere anche un supporto per capire cosa valorizzare ulteriormente nel proprio modello di offerta (cioè cosa sono bravo a fare per cui altri mi cercano e riconoscono le mie competenze); se la risposta è negativa può essere il segnale di dover lavorare o sulle proprie competenze, per diventare più forte e quindi eccellente in qualche aspetto più specialistico, o sul proprio network che non vede alcune competenze che la persona ritiene di possedere.
“Chi è soddisfatto è ricco” (Lao-Tzu)

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