Due frasi fanno da ispirazione, e da filo conduttore, per questo articolo:
la prima recita così:
“Ognuno vede nel mondo ciò che porta nel suo cuore” (Goethe)
La seconda dice:
“La storia che ti racconti condizionerà il tuo futuro, quindi cerca di raccontartene una costruttiva” (Marie Forleo)
In effetti i tanti colloqui che facciamo con le persone che si rivolgono a Working Room, perché sono insoddisfatte della loro vita lavorativa, ci dimostrano che in fondo ognuno di noi, “più che a vivere, sembra essere bravo a riscrivere la propria vita” (cit.) in una precisa direzione che poi lo porta a far apparire la propria vita, anche quella lavorativa, come segnata da una sorta di destino ed a far pronunciare frasi del tipo:
-“incontro sempre persone così”;
-“ faccio sempre gli stessi errori”;
-“ mi accadono sempre gli stessi problemi”;
-“ non riesco mai a trovare il posto giusto per me”;
e così via.
 
Andando ad indagare un po’ meglio, e facendosi raccontare la storia lavorativa di queste persone, ascoltata però da un orecchio come il nostro, nuovo ed estraneo ai fatti, si scopre, direi quasi in 9 casi su 10 che molta parte del problema risiede proprio nella storia che la persona, man mano si è raccontata su se stessa, a partire da come ha reagito ai primi problemi che ha incontrato sul lavoro, che poi ha fatto diventare un tratto costante e ripetitivo fino ad arrivare, in alcuni casi, alle famose profezie auto avveranti, cioè a mettere in campo dei comportamenti, del tutto inconsapevolmente, che portano a sostenere la propria tesi e a proseguire la linearità della propria storia.

Quindi, ad esempio, se mi sono raccontato la storia che non sono bravo nella gestione dei colloqui di lavoro, farò male tutti i colloqui di lavoro, perché vivrò questa mia incapacità come un destino e non come una incapacità che si può colmare, e magari tutto è nato dal fatto che il primo colloquio che ho avuto è stato disastroso…
 
In questo “tranello” ci cadono persone di tutti i tipi, indipendentemente dalla seniority, dal livello di istruzione, dal tipo di lavoro che fanno ed il problema è che, ovviamente, la maggior parte delle persone che sono scontente rispetto al loro lavoro, e che non riescono a modificare questa situazione, hanno spesso alla base storie fatte di negatività, di bassa autostima, di scarsa consapevolezza delle proprie capacità e delle proprie possibilità, di scarso riconoscimento dei propri successi e dei propri talenti e che non riescono a valorizzarsi.
Spesso, peraltro, sono anche persone, che hanno una grande sensibilità e voglia di far bene e di avere riconoscimenti, ma, proprio a causa della storia che da tempo interiormente si sono costruiti, riescono, in una maniera o nell’altra, direi a “sabotarsi” nel loro percorso.
Allora credo che il primo lavoro da fare sia quello di “ricostruire”, passo dopo passo la propria storia
ed è un esercizio che spesso facciamo fare alle persone.
 
Provare, quindi, a mettere, nero su bianco, tutto quello che si è fatto, il contesto in cui le cose sono accadute, come si sono comportati gli altri, i risultati effettivi che si sono ottenuti.
Spesso le persone, già facendo questo lavoro di scrittura, riescono a prendere una migliore distanza dalla propria storia ed a riconoscere quanto c’è di reale e quanto c’è di “falsa ricostruzione” che si sono portati dietro e che le ha condizionate.
Un secondo passo può essere proprio quello di far leggere, o raccontare, in qualche modo la propria storia ad altri
perché una persona più estranea ai fatti può essere più lucida del diretto interessato nel valutare quanto di questa storia possa essere in qualche modo “falsato” nel bene o nel male dall’autore della storia. Del resto lo fanno anche gli scrittori seri. Tutti i veri scrittori sottopongono i loro scritti alla revisione di un “editor” che li aiuta a migliorare la loro storia, a dimostrazione del fatto che abbiamo sempre bisogno di un alleato che ci aiuti nella costruzione della nostra storia.
 
Fare questo esercizio di fermarsi a ripensare alla propria storia lavorativa può essere anche un buon modo per capire a che livello di auto consapevolezza si è rispetto a se stessi.
Tante persone che ci scrivono ci chiedono aiuto per riuscire a capire meglio le loro competenze e quello che potrebbero fare rispetto alla loro vita lavorativa con un certo tipo di competenze.
Per fare questo esercizio è importante anche partire dalla comprensione di quale sia il tipo ed il livello di auto consapevolezza che ha la persona rispetto a se stessa e questo si può capire anche facendosi raccontare la sua storia lavorativa.
 
Sulle tipologie e livelli di auto consapevolezza mi sembra utile riprendere una classificazione proposta dalla Harvard Business Review che distingue, sostanzialmente, quattro tipologie:

I cercatori

Sono persone che non hanno la più pallida idea di come sono visti dagli altri e che non riescono a dire anche cosa pensano di se stesse. Questo genera in loro un grande senso di frustrazione, di confusione e di preoccupazione e rischiano spesso di “girare a vuoto” nel loro lavoro, o di mettersi in una posizione defilata per non apparire e quindi evitare qualsiasi confronto. E’ tra tutte e quattro la posizione più complicata e quella da cui sarebbe meglio uscire in fretta.

Gli introspettivi

Sono persone che hanno chiaro chi sono e chi vogliono essere, quali sono i valori che li guidano, cosa gli piace fare, ma non sono disponibili a sottoporre tutto questo al confronto con gli altri ed anche, a volte, con i dati di realtà che li circondano. La mancanza di questo confronto può essere un forte limite al successo di queste persone perché, in quanto essere sociali, sarebbe meglio che la nostra storia fosse frutto anche della costruzione e del confronto con gli altri che possono darci idee, spunti, suggerimenti, ed anche qualche segnale di opportuno cambiamento di rotta, perché non è detto che essere ben consapevoli di sé significhi automaticamente essere nel giusto.

Gli amanti del consenso

Sono persone che tendono a costruire la propria storia e le proprie scelte in funzione di quello che pensano gli altri perché così credono di avere approvazione e consenso e, forse di avere meno problemi. In realtà nel medio-lungo periodo queste persone rischiano di costruirsi un percorso lavorativo in cui non si riconoscono, e che non valorizza in alcun modo i loro veri talenti e capacità ed in cui poi si sentono in trappola. Sono, quindi, a differenza degli introspettivi, totalmente sbilanciati sul mondo esterno e non riescono mai a mettersi al primo posto ed a domandarsi quello che vogliono davvero, alcuni pensano di non avere proprio diritto a porsi questo tipo di domanda.

I consapevoli

Sono persone che hanno chiaro chi sono e chi vogliono essere, ma al contrario degli introspettivi, sono arrivati a questo livello di consapevolezza attraverso anche un costante e coraggioso confronto con il mondo esterno che li ha portati anche a modulare e riformulare alcune questioni in funzione dei feedback e dei pareri che hanno ottenuto, dimostrando anche di possedere un buon orientamento al cambiamento, flessibilità e scarsa permalosità, cioè di non prendere eventuali critiche sul personale, ma come spunto ad un’ulteriore riflessione in ottica di miglioramento. In ogni caso sono persone che hanno il governo della loro vita lavorativa, cioè sottopongono e costruiscono la loro storia insieme agli altri, ma si assumono poi in autonomia la responsabilità delle proprie decisioni.
In sostanza la storia che ci raccontiamo condiziona in modo importante la qualità della nostra vita lavorativa e del nostro livello di soddisfazione.
Come tutte le storie, se vogliamo che sia bella ed importante, dobbiamo mettere in conto anche una certa dose di “fatica”, di inciampi, di difficoltà, ed anche tener presente che si costruisce facendo, e si costruisce creandosi delle alleanze positive con gli altri. In questo modo riusciremo a capire, man mano, anche chi vogliamo e possiamo essere nel nostro lavoro e come possiamo arrivare ai traguardi che vogliamo porci, andando a far parte sempre più del gruppo dei “consapevoli”.
 
Come augurio per riuscire a costruire una buona storia ed a vedere la “fatica” che ci vuole in maniera positiva vi lasciamo le parole della indimenticabile Franca Valeri:
 
 
“La vita che non costa un
po’ di fatica non è mai stata
divertente.
La fatica era ingegno,
la fatica era invenzione,
la fatica era amore. Non so
come mi sia venuta questa
parola abbastanza magica,
fatica, ma il mondo era più
bello quando ce n’era molta.”

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