Genesi

Working Room
© Lee Jeong Lok
Il progetto Working room ha una origine umile, personale, che va indietro nel tempo. Si collega ad una storia di famiglia ed in parte anche a quella di un territorio.
 
La famiglia è quella paterna che ha visto mio nonno lavorare, a partire dagli anni ’40, con grande energia e convinzione, al fianco dei contadini lucani per difendere i loro diritti di lavoratori e per migliorare le condizioni di vita e lavoro. Per tutta la sua vita mio nonno ha diretto quella che un tempo si chiamava “camera del lavoro” ed è proprio questo il nome che ha ispirato l’omaggio familiare da cui far nascere questa moderna Working room, che ha l’ambizione di essere uno spazio che aiuta concretamente le persone a stare meglio con il proprio lavoro.
 
Il lavoro, e soprattutto la mancanza di lavoro, è stato, ed è tuttora, anche l’eterno tasto dolente della piccola regione del Sud Italia da cui provengo, lo spettro da cui fuggire spesso emigrando.
Sono cresciuta con l’idea che il lavoro sia essenziale per la dignità e la libertà personali, che il lavoro è prima di tutto un dovere e che un lavoro ben fatto è una fonte importante di soddisfazione, gratificazione, riconoscimento.
Sono stata educata con l’idea che per arrivare a lavorare bene ci vuole tanto studio e tanta gavetta (termine quest’ultimo che non amo molto, ma che mio padre ripete spesso).
 
Con queste idee in testa ho studiato e lavorato senza sosta per più di vent’anni, andando via dalla mia regione e raccogliendo, per fortuna, molte soddisfazioni, fino al giorno in cui è finita la collaborazione con l’azienda per cui stavo lavorando da diverso tempo.
Per la prima volta in vita mia ero senza lavoro, per la prima volta in vita mia non mi sono spaventata anche se ero stata raggiunta dallo spettro che aleggia nei miei luoghi di origine.
Fino a quel momento mi ero sempre definita una produttrice di lavoro, per me e per gli altri, ed anche una professionista che aiutava le persone e le organizzazioni a cambiare.
L’assenza di lavoro è stato un banco di prova importante per queste mie competenze e convinzioni.
 
Il tempo ritrovato, nella solitudine della mia casa, mi ha permesso di riflettere su tutto quello che di buono e meno buono avevo fatto nel mio lavoro in passato. Mi ha fatto venire voglia di riscoprire e valorizzare le mie origini famigliari per sentirmi immersa e protetta nel flusso di una storia. Mi ha imposto la domanda su quello che davvero desideravo per me stessa, che mi stava più a cuore, che pensavo di poter continuare a fare bene e che mi avrebbe fatto stare bene.
 
Mi è venuta voglia di comprare dei grandi tabelloni bianchi e di iniziare a riempirli di immagini, parole, oggetti che mi permettevano di esternare quello che sentivo e pensavo dentro di me.
Sono nati, così, quelli che io chiamo i Moodboard di Working room con cui ho iniziato ad esprimere lo spirito di questo progetto e che ho utilizzato per raccontarlo alle persone a me più care e per chiedere loro consiglio e supporto.
Dai moodboard è nata la mission di Working room e si è dipanato poi l’intero progetto, il resto della storia è tutto da scrivere.
                                                                                                                                 Cinzia D'Agostino