Autocompassione allo specchio
Quando smettere di giudicarci diventa un gesto strategico per cambiare
C’è una forma di severità che sembra disciplina, ma in realtà consuma lucidità, fiducia ed energia. Succede, ad esempio, quando, davanti a un errore, smettiamo di guardare i fatti e iniziamo a processare noi stessi. Questo articolo è un invito a distinguere il senso di responsabilità da quello di condanna, e a scoprire perché l’autocompassione non è un modo per assolversi, ma per affrontare quello che c’è con più forza.
In questa lettura troverai
- perché l’autocritica non ti porta lontano;
- come ti può aiutare l’autocompassione;
- cosa puoi fare per iniziare ad allenarla.
Autocritica allo specchio
Succedeva tutte le mattine e ad ogni occasione utile con due varianti di scena. La prima era la mattina davanti allo specchio: mi guardavo sempre con fare arcigno, non tanto per sottolineare difetti fisici, quanto proprio per iniziare la giornata con un rimprovero, direi preventivo… e che per me era uno sprone per darmi da fare.
La seconda era un rimprovero verbale, della serie, “che stupida” ogni volta che qualcosa andava storto, per mia o altrui responsabilità. Per un errore, o qualcosa che non avevo fatto come mi aspettavo o come altri si aspettavano.
E’ mai capitato anche a te?
Io devo dire che sono stata una vera cultrice dell’autocritica che ho praticato in tutte le sue varianti, dalla versione più severa a quella più ironica.
Risultato: un senso costante di insoddisfazione e di pesantezza scambiato come senso di responsabiltà e come serietà.
In quelle scene, infatti, mancava sempre un fattore che, con il tempo, ho capito essere essenziale per tutti i miei risultati, compreso quello, direi fondamentale, di riuscire a praticare una “buona” vita.
Cosa mancava? Una pratica che mi sembrava molto distante e che relegavo, erroneamente, alla sfera degli affetti privati. L’autocompassione.
Autocompassione allo specchio
Per autocompassione intendo la capacità di trattarci con cura e comprensione anche quando facciamo qualcosa che non va o quando sentiamo che qualcosa non ci va bene.
Il contrario della autocompassione è l’autocritica giudicante. Quella che non perdona nulla e che punisce con giudizi che quasi sempre non riserveremmo neanche al più grande nemico.
Credo di non essere la sola ad aver avuto pregiudizi verso l’autocompassione. Il timore, cioè, che essere compassionevoli verso se stessi, significhi diventare meno esigenti, o troppo accomodanti quando c’è qualcosa che non va. E l’idea che la severità possa essere un segno di serietà, di responsabilità ed anche una sorta di antidoto per inciampi futuri.
Ma in realtà quando la mente giudica e punisce quello che accade è solo una perdita di lucidità ed un indebolimento della autostima. L’energia va nel giudizio, non nella soluzione. Quello che non va non è più un fatto, ma un pezzo della propria identità e della propria narrazione.
Ma l’autocompassione non è un modo per “assolversi”: è il coraggio di guardarsi ed accettare se stessi e la realtà degli eventi per quello che sono. E l’accettazione è sempre il primo passo per una reale trasformazione. Perché non possiamo cambiare qualcosa se non decidiamo di vederla davvero e di considerarla come una opportunità per comprendere meglio qualcosa di noi o degli altri.
E questo si chiama proprio il paradosso della trasformazione. Non riusciamo a cambiare realmente le cose fino a quando non le accettiamo, e l’autocompassione favorisce l’accettazione.
Per questo direi che l’autocompassione non è indulgenza, è leadership interiore. Quella che ci fa distinguere tra il senso di responsabilità ed il senso di condanna.
La responsabilità guarda i fatti, cerca una strada, un gesto utile. Quando siamo in questa modalità il corpo si distende. Il respiro si fa più profondo.
La condanna chiude la strada e lascia solo la colpa. Quando siamo in questa modalità il corpo si contrae. Il respiro si accorcia o si blocca.
Perché una cosa è valutare con attenzione quello che accade, un’altra è usare errori o problemi come una prova contro di noi.
Processarci non è lavorare sui problemi.
Le persone capaci di praticare l’autocompassione tendono a non giudicarsi e ad accettare anche emozioni negative come parte dell’esperienza di essere umani. Compiono azioni concrete invece di investire energia nel tribunale interiore e tendono a mettersi nei panni di altri per guardarsi da una prospettiva più amorevole. Della serie “cosa direi ad una persona a me cara se si trovasse nella mia situazione”.
Ed io sono partita proprio da questa ultima domanda per cambiare la mia scena mattutina. Niente più occhiatacce allo specchio, ma solo un sorriso gentile che mi regalo sempre, proprio come gesto concreto di autocompassione.
Perché l’autocompassione non è solo un processo mentale, ma occorre farlo vivere nel corpo. C’è una frase che io ricordo sempre che dice “il corpo se ne accorge se fai la faccia triste”. Ecco io credo che il corpo si accorge se pratichiamo davvero l’autocompassione.
Una lettura per allenare l’autocompassione
Se vuoi allenare anche tu l’autocompassione ti suggerisco la lettura del libro “Al lavoro con il cuore” di Leah Weiss, docente della Stanford University.
Weiss scrive: “l’autocompassione genera resilienza: ci dà il potere di essere agili e flessibili, ci fornisce la capacità di indentificare i problemi, accettare feedback negativi provenienti dagli altri e cambiare abitudini che non ci servono più. Questa predisposizione al cambiamento ed alla resilienza di fronte ai cambiamenti ci aiuta a crescere, imparare, creare buone abitudini e, in ultima analisi, ad avere più successo”.
Una domanda per te
In una scala da 1(=per niente) a 10 (=molto) che voto ti daresti in autocompassione? E cosa tendi a fare quando pratichi l’autocritica o l’autocompassione?
Spero che questa lettura ti abbia fatto venire voglia di osservare con più attenzione il modo in cui ti parli, soprattutto nei momenti in cui qualcosa non va come avresti voluto.
Perché l’autocompassione non è un modo per assolversi, né per diventare meno esigenti. È una pratica di presenza. Una forma di dignità. Un modo per restare abbastanza vicine a noi stesse da poter guardare in faccia quello che è accaduto e scegliere, con maggiore lucidità, come migliorare.
A volte può iniziare da un gesto molto piccolo: smettere di rivolgerci quello sguardo severo, quella frase tagliente, quel rimprovero preventivo. E provare, anche solo per pochi secondi, a stare davanti allo specchio con un sorriso più gentile.
Non perché vada tutto bene. Ma perché cambiare è più possibile quando smettiamo di trattarci come un problema da correggere e iniziamo a considerarci una persona da accompagnare.
Se questo articolo ti ha fatto pensare a qualcosa della tua relazione con l’autocompassione, mi farà piacere leggerti. Puoi scrivermi a info@workingroom.it
E se vuoi partire dall’autocompassione per guardare al tuo lavoro con occhi nuovi, ti invito a scaricare Tu e il tuo lavoro: uno strumento per capire cosa funziona, cosa può cambiare e quale passo puoi scegliere adesso.