Avere cura delle relazioni
Senza trasformare la disponibilità in sacrificio
Avere cura degli altri è una delle forme più belle di presenza, leadership e generosità. Ma quando la cura nasce dalla paura di deludere, dal bisogno di approvazione o dall’abitudine a mettere sempre gli altri prima di se stessi, diventa una forma mascherata di compiacimento. E allora quello che doveva creare connessione finisce per generare stanchezza, risentimento e distanza. In questo articolo esploriamo la differenza prendersi cura e compiacere e come fare a creare connessioni forti senza che ci esauriscano.
In questa lettura troverai:
- perché avere cura delle relazioni è una forma di leadership;
- quando la cura rischia di trasformarsi in compiacimento;
- quattro differenze importanti tra cura e compiacere;
- alcune domande per riconoscere da dove nasce il tuo “sì”;
- degli spunti per continuare a riflettere sul tema.
Era appena iniziata una sessione di coaching e una mia cliente esordisce così:
“Non ne posso più! Sono stanca di occuparmi sempre degli altri e di sentire che mi torna indietro molto poco. Non si meritano tutte le mie attenzioni!”
Ti è mai capitato di pensare lo stesso?
Di avere la tendenza a prenderti cura delle relazioni con gli altri, ma anche a pensare che non accade il contrario come, quando e quanto tu vorresti?
Proprio per questo penso che sia importante parlare dell’arte di prendersi cura e capire anche quali sono, però, i confini, i limiti della “cura”.
Di certo la volontà, e la capacità, di prendersi cura delle relazioni è un motore potentissimo perché aiuta non solo a creare relazioni solide, ma anche a rafforzare il proprio senso di scopo e di pienezza. Nel prenderci cura degli altri sentiamo che stiamo dando un contributo positivo, un valore ad altri grazie alla nostra presenza.
Perché in fondo prendersi cura è qualcosa che si dimostra, che ci spinge ad una azione reale verso gli altri. E quando lo si fa si crea fiducia, connessione e influenza.
Potrei dire che prendersi cura significa:
- presenza: un interesse sincero, un ascolto profondo, una attenzione piena. Quando ci sono questi ingredienti le persone si fidano di più, si aprono e sono disposte a seguirci.
- servizio: mettersi realmente al servizio degli altri con pazienza, gentilezza, disponibilità ad investire tempo nell’essere di aiuto ad altri.
- connessione: creare connessioni profonde vedendo, comprendendo e valorizzando gli altri.
Prendersi cura è anche alla base di ogni forma di leadership (o almeno dovrebbe esserlo!). Perché le persone danno fiducia e disponibilità solo se sentono che i leader hanno sinceramente a cuore il loro successo, il loro benessere, la loro crescita. Altrimenti possono “accettare” formalmente la leadership di qualcuno, ma non crederanno realmente a quella leadership.
E quando parlo di leadership non mi riferisco solo alle persone che hanno dei ruoli riconosciuti di “capo”, ma a tutte le persone che desiderano avere un potere di influenza positivo sugli altri.
Proprio per questo la cura non è una qualità “morbida” o accessoria. Di quelle che nel gergo comune finirebbero nella fraintesa categoria delle “sotf skills”. È una competenza relazionale molto concreta. Ma come tutte le competenze potenti, ha bisogno di confini. Perché in assenza di confini, anche la cura può perdere la sua forma migliore e trasformarsi in qualcosa che assomiglia alla generosità, ma in realtà nasce da un luogo molto diverso ed ha un nome differente.
Infatti cosa accade se questo “prendersi cura” diventa un peso, come sembra essere accaduto alla mia cliente?
Nella mia esperienza, quando questo accade è molto probabile che si stia confondendo il prendersi cura degli altri con il “compiacere” gli altri.
In superficie possono sembrare simili, ma nascono da luoghi diversi e portano a esiti diversi. Vediamolo con chiarezza.
La cura nasce dalla fiducia, il compiacere nasce dalla paura
La cura è radicata in fiducia e generosità: aiuto perché è allineato ai miei valori.
Il compiacere spesso nasce dalla paura: paura di essere rifiutati, del conflitto, di non essere apprezzati. È una ricerca di validazione, o un modo per evitare disagio, più che un modo autentico di servire.
Una domanda per svelare questa differenza:
“Quando dici sì, o quando aiuti altri, lo fai perché lo desideri davvero, o perché temi cosa accadrebbe se dicessi no o se non lo facessi?”
La cura mette dei confini, il compiacere no
La cura rispetta sia i bisogni dell’altro sia i propri. È dare da un luogo “pieno” di risorse e da una posizione in cui si capisce quando bisogna ricaricarsi prima di tornare dagli altri.
Il compiacere invece porta spesso a iper-coinvolgimento, a dire sì a tutto e a tutti, e a trascurarsi fino a diventare insostenibile.
Una domanda:
“Quando dici sì agli altri, tieni conto delle tue energie e delle tue esigenze, o le metti sempre in secondo piano?”
La cura produce connessione, il compiacere produce risentimento
La cura ti fa sentire una vicinanza agli altri e questa vicinanza diventa qualcosa che dà energia a te ed agli altri. Fa sentire la forza dello stare insieme.
Il compiacere finisce sempre con il generare un senso di risentimento: verso gli altri (“si approfittano”) e verso di sé (“non sono capace di rispettarmi”). Ed il risentimento è un fattore che, alla lunga, corrode le relazioni.
Una domanda:
“Quando dici sì agli altri senti che è un modo per rafforzare la connessione con loro, o perché ti aspetti qualcosa in cambio?”.
La cura è una volontà, il compiacere è una reazione
La cura nasce sempre da una scelta consapevole: decido come, quando e quanto esserci e di farlo in modo coerente con i miei valori.
Il compiacere è una reazione: dico sì perché non penso di poter dire di no, non penso di avere altre possibilità.
Una domanda:
“Quando vuoi dire sì ad altri ci pensi, prima di decidere, o scatta sempre il pilota automatico?”
Ed infine ti invito anche ad osservare cosa accade al tuo corpo quando ti prendi cura degli altri. Senti da qualche parte un senso di pace o un senso di tensione? Provi un senso di apertura o di chiusura?
Perché questi sono tutti segnali che ti aiutano a capire se sei dal lato della cura o da quello del compiacimento.
Una lettura per continuare
Per continuare a riflettere su questo tema, ti suggerisco uno dei libri di Adam Grant, Più dai più hai.
È un libro interessante perché ribalta un’idea molto diffusa: che per avere successo sia necessario proteggersi dagli altri, dare poco, non esporsi troppo. Grant mostra invece che contribuire alla crescita degli altri può essere una grande forza professionale. Ma aggiunge un punto decisivo: la generosità funziona davvero quando non diventa cancellazione di sé. In altre parole, non si tratta di smettere di dare. Si tratta di imparare a dare senza perdersi.
Questa prospettiva mi sembra preziosa perché ci ricorda una cosa importante: avere cura degli altri non significa renderci indefinitamente disponibili. Significa costruire relazioni più vere, più adulte, più capaci di sostenere sia la connessione sia la responsabilità.
Spero di averti fatto venire voglia di imparare sempre meglio a non confondere il prendersi cura degli altri con il compiacerli. Perché prendersi cura significa avere cura anche di se stessi, dal momento che siamo anche noi una parte della relazione in gioco.
Significa domandarsi se quello che stiamo per fare con gli altri è allineato con i propri valori e le proprie priorità.
Significa domandarsi quale sia davvero il modo migliore in cui possiamo esserci per gli altri.
Significa avere anche il coraggio di dire “no” quando serve. Perché a volte dire no è il modo migliore per proteggere energia e focus così da poterci essere davvero per gli altri quando conta sul serio.
Se questo articolo ti ha fatto pensare al modo in cui vivi le tue relazioni, nel lavoro o nella vita, mi farà piacere leggerti. Puoi scrivermi a info@workingroom.it
E se vuoi iniziare a osservare con più chiarezza la relazione che hai con il tuo lavoro, con le tue energie e con le tue priorità, puoi leggere Tu e il tuo lavoro, la guida che ho preparato per aiutarti a capire cosa funziona, cosa può cambiare e quale passo puoi scegliere adesso.